<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216</id><updated>2012-02-16T09:50:06.943+01:00</updated><category term='oggi'/><category term='lob2'/><category term='storie'/><category term='foto'/><category term='comunicati'/><category term='sandro'/><category term='basso'/><category term='iniziative'/><category term='diario'/><category term='sempre'/><category term='jvan sica'/><category term='lob1'/><category term='topazio'/><category term='stampa'/><category term='zeman'/><category term='ciurma'/><category term='mr stramy'/><category term='recensioni'/><category term='adesivi'/><category term='lob3'/><title type='text'>Meglio il Foggia</title><subtitle type='html'>blog del Collettivo Lobanowski</subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><link rel='next' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default?start-index=101&amp;max-results=100'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>153</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-1389423402248014848</id><published>2012-02-13T00:13:00.001+01:00</published><updated>2012-02-13T00:14:45.513+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob3'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storie'/><title type='text'>Musica e immagini, gelida domenica....</title><content type='html'>&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; background-color: rgb(255, 255, 255); "&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;span  &gt;&lt;span style="line-height: 16px;"&gt;Tanto tempo fa, con mio cugino ed amici, vedevamo fino alla sfinimento vhs sul Foggia. Avevo dieci anni, forse anche meno. Eravamo capaci di riempire interi pomeriggi, sempre se si era già in precedenza stabilito che l’Amiga 500 doveva rimanere spenta. La promozione in A, Signori, Baiano, Rambaudi, ma i filmati più preziosi erano quelli della C. L’infortunio di Fratena, il racconto romanzato della trasferta a Campobasso e il gol di Mandressi. Il ricordo che ho, anche se un po’ confuso, mi riporta ad un clip che Teleradioerre (ci avrei lavorato, una quindicina di anni dopo, pensa te) mandò in onda alla fine di una stagione. Era la classica “tutti i gol del Foggia”. Mi colpì molto la canzone che scelsero come “tappetino” (sottofondo). Era orecchiabile e mi colpì. Scoprii, anno dopo, che il titolo era “I Wanna dance with somebody”. La cantava Witney Houston. Non ha mai avuto tanti fans come oggi, ne avrà sempre meno col passare dei giorni.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;span  &gt;&lt;span style="line-height: 16px;"&gt;Ma per me, lei è quella della musica sui gol di Lunerti e soci. E’ la prima cosa che m’è balzata in testa, quando m’hanno detto della sua fine a Beverly Hills. Se non altro, ho “giustificato” il mio pensiero per lei.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;span  &gt;&lt;span style="line-height: 16px;"&gt;La domenica della neve, di Piazza Sintagma e del popolo greco, del secondo (ma primo di una certa importanza) “titulo” spagnolo di Josè. Il giorno de “il senso del calcio è quello di non prendere gol , prim’ancora chedi cercare di farlo”. Don Emiliano ha popolato come non le pagine antinteriste di face book e twitter. Ma anche in questo caso, se non altro mi arrogo il diritto di rivendicare il mio omaggio disinteressato. La pensa come me, e se retrocederà non ci sarà stato un sistema che lo ha estromesso.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-top: 0px; margin-right: 0px; margin-bottom: 0px; margin-left: 0px; "&gt;&lt;span  &gt;&lt;span style="line-height: 16px;"&gt;E’ stata la domenica del quinto successo esterno del Foggia, vissuto davanti alla tv. Col caffè, i pasticcini, le cuffie , la voce di Riccardo Cucchi e diretta.it sul notebook. Non è la stessa cosa per me. E per molti. Hanno segnato Pompilio e Defrel. Un successo che fa ben sperare, che avvicina il Foggia alla salvezza . Ma non so se ci faranno la clip e non so se mi resterà in testa un’altra “I Wanna dance with somebody”.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-1389423402248014848?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/1389423402248014848/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=1389423402248014848&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1389423402248014848'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1389423402248014848'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2012/02/musica-e-immagini-gelida-domenica.html' title='Musica e immagini, gelida domenica....'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5892073233408516130</id><published>2012-01-10T13:03:00.002+01:00</published><updated>2012-02-13T00:15:07.349+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Il boato in una stanza</title><content type='html'>&lt;span style="line-height: 115%; " &gt;Caro giocatore.&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Tu questa piazza puoi dire di non averla mai vista.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;È malessere diffuso, è così ovunque.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Capienze limitate, televisioni onnipresenti, pacchetti Sky.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Divieti e denunce.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Ma noto che si dice ancora. “Foggia è una piazza calda”. E di solito si scade nel topos letterario. Nel luogo comune, in uno di quegli angoli argomentativi che a voialtri – di solito – tanto piacciono per riempire di nulla le interviste.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Ma, come tutte le leggende di cui si tramandano pezzi, anche questa ha un suo perché.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Degli appigli concreti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Se lo chiedi a mio padre, ti parlerà degli anni Settanta, dell’Inter di Herrera schiantata nel catino dello Zaccheria. Se lo chiedi a mio zio o al bambino che ero, ti narrerà la meraviglia degli anni Ottanta, dei ventimila e passa che sconfissero il Cagliari e riportarono in cadetteria una città; che poi erano gli stessi di sempre, che di fronte ci fosse il Francavilla o l’Ischia Isolaverde. Se lo chiedi a me, all’adolescente, ti racconterei il delirio della massima serie, del terreno che tremava quando la Sud saltava. Tre adulti a metro quadro. Se lo chiedi a mio cugino, ai miei amici, ti racconteranno della C2, di un girone infernale, delle notti in cui Foggia sembrava l’Uruguay.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Ma a te, calciatore, poco interesserebbe, probabilmente.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Ti hanno detto che Foggia è una piazza calda, lo ripeti per farci contenti e magari – visto che vieni da Lumezzane o da Pavia, con tutto il rispetto dovuto – magari quel che hai visto in questi due anni te lo ha finanche confermato.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Ma non hai visto niente, te lo garantisco.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Domenica hai espugnato Benevento. Eri tra i nove che per cinquanta e passa minuti si sono difesi dagli assalti degli stregoni. E che a cinque dalla fine hanno punito i giallorossi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Alla fine abbracci e baci, poi la corsa sotto il settore ospiti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;L’hai visto, no, il settore ospiti… Quelle tovaglie appese, quelle bandiere, quelle cento persone scarse vestite in cento modi diversi. Magari per te, che non sai, quelli sono i tifosi che da sempre, invariabilmente, seguono il Foggia in trasferta. E ti sembrerà normale, visto che questa è la terza serie. Ma quella curva del Santa Colomba, in altri tempi, sarebbe stata stracolma, traboccante di una passione inarginabile. Certo, quei cento ci sarebbero stati lo stesso, ma l’effetto d’insieme t’avrebbe sconvolto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Ecco cosa mi cruccia:  l’impresa che hai compiuto domenica l’avremmo dovuta vivere assieme. E poi raccontarla, noialtri, per mesi che diventano anni, circondata dall’alone mistico che è proprio dei cantastorie. Invece, sai, le leggi assurde di questo Paese alla rovescia ci costringono a casa, a guardare distrattamente la partita su uno schermo televisivo. Da quindici mesi, ormai. Eppure – ripeto – avresti dovuto vederci, domenica. Avresti dovuto sentire il boato in una stanza per comprendere, come l’abbiamo capito noi, quanto di quella maglia siamo ancora innamorati.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Ieri mattina sono uscito. I soliti servizi, il lavoro precario. Bene. Da piazza San Francesco a via Zuppetta non ho incontrato altro che gente che voleva parlare della tua, della vostra vittoria a Benevento. In nove contro undici. Roba da epica. E per l’intero tragitto non ho fatto che ascoltare gente di tutte le età che da un lato all’altro della strada urlava pezzi di frase con un solo contenuto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;E un po’, lo ammetto, mi sono venuti i brividi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span &gt;Ho ripensato allo Zaccheria. A com’era. E alle strade di questa città. A com’erano quando lo Zaccheria era lo Zaccheria. E non ho potuto fare a meno di riflettere. Domenica saremo ai nostri posti, nell’unico angolo di questo amore ancora praticabile. Non è giusto, ma ormai ci siamo stancati anche di ripeterlo, di passare per vittime di un sistema al massacro. Grideremo il nome della nostra squadra, della nostra città. Non il tuo, calciatore, perché tu per noi non sei che un bene fungile, un pezzo intercambiabile. Però, nella gratitudine che pure sappiamo esprimere, mi spiace davvero che tu non possa andare in giro a dire d’aver visto questa piazza. Che tu non possa dire ai tuoi colleghi: “Cazzo, Foggia si che è una cosa diversa”. &lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-5892073233408516130?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/5892073233408516130/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=5892073233408516130&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5892073233408516130'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5892073233408516130'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2012/01/il-boato-in-una-stanza.html' title='Il boato in una stanza'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5072734353751632343</id><published>2011-12-08T15:59:00.001+01:00</published><updated>2011-12-08T15:59:57.052+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Nei panni di Casillo</title><content type='html'>Ieri siamo rimasti fuori. Al bar. Si diceva: “Meglio sette euro di birre”.&lt;br /&gt;Meglio. Non tanto per lo spettacolo – che sapevamo scadente – di un Foggia-Benevento di Coppa Italia. Fosse per quello, per lo spettacolo, rimarremmo al bar anche durante le sfide di campionato. La Peroni, a differenza di Tomi e Gigliotti, non tradisce mai. E neppure perché il segnale della nostra contestazione alla squadra e alla dirigenza doveva arrivare durante una partita tanto inutile. Ben altre sono le gare dove far valere il nostro silenzio. La nostra assenza. Altro è il punto. E provo a spiegarlo facendo un salto di immedesimazione. E, specifico prima di suscitare allarmismi, è un parere del tutto personale.&lt;br /&gt;Un passo indietro e una reincarnazione.&lt;br /&gt;Nei panni di Casillo, alla vigilia di questo sfibrante turno infrasettimanale, mi sarei guardato allo specchio di casa. O nello specchio fittizio dei miei collaboratori più fidati. Quei tre o quattro che mi sono rimasti. Avrei abbozzato un consuntivo di mezza stagione. Mi sarei detto: la squadra è reduce da una delle più cocenti sconfitte della sua storia recente. Non tanto per i parametri assurdi e assodati della classifica, per i valori d’equipe, per la consistenza dell’avversario in questa stagione specifica. Quanto per il nome. Lumezzane, dio santo! Basta nominarlo per sentirsi moralmente alla frutta. Due a zero per loro, nell’anno che avevo garantito essere quello della risalita in volata. Risalita che da queste parti attendono con indefessa pazienza e immutabile fiducia da tredici stagioni. Lumezzane. Senza contare che la sconfitta ha sprofondato la squadra nel baratro della zona play-out, sprofondo che – a onor del vero – quando c’erano i miei otto predecessori era stato centrato una volta soltanto in quattro campionati. Tre dei quali finiti agli spareggi promozione.&lt;br /&gt;Questo dato mi avrebbe invitato alla cautela. Ma, di più e oltre, allargando lo sguardo sul contesto sentimentale, che poi è l’anima di quel che rimane del calcio, soldi a parte, avrei individuato altri nei. Estesi ed anti-estetici. I giocatori hanno la cresta troppo alta. E va bene che in città, da qualche tempo, nessuno li aspetta più davanti ai ristoranti o ai locali dove fanno la bella vita – per quel che può considerarsi la bella vita di un calciatore di Lega pro in una città di provincia – ma neanche è bello che uno come Gigliotti si permetta di zittire il pubblico, uno come Tomi di rispondere per le rime ai tifosi fuorisede. Per non dire di quell’altro, del barese, che ho reintegrato dopo che – solo un paio di anni fa – aveva garantito la guerra a questa gente e a questa città. Insomma, non sono bei gesti. La piazza è surriscaldata. E, io nei panni di Casillo, so anche quanto poco feeling ci sia tra noi. Mi accusano di aver gettato fumo negli occhi, di aver approfittato del calcio per tornare a fare i miei affari di sempre, di aver trattato con astio e presunzione il rapporto con la tifoseria, di nutrire nei confronti di questa città un secolare spirito di rivalsa. Quasi di vendetta. Sono volate parole grosse, e non solo. E questa è una piazza passionale e vanitosa, che non ha complessi nei confronti di nessuno e campa di calcio. Mentre attorno lo sfacelo e la dissoluzione sociale stanno portando ad una crisi valoriale senza precedenti. Qualche giorno fa Il Sole 24 ore ha posizionato la provincia di Foggia al centosettesimo posto su centosette. Ultima, per tenore di vita. E la gente che soffre del precariato e degli espedienti è la stessa alla quale chiedo 15 euro per un biglietto di curva. Salvo poi lamentarmi che non corra a vedere il Sorrento.&lt;br /&gt;Io, che sono il proprietario della società di calcio di questa città, a ventiquattro ore da una sfida di Coppa Italia di C, ste cose le penso. Il disamoramento, la rabbia, la tensione, vengono prima del rendimento. E non è detto che da esso direttamente scaturiscano.&lt;br /&gt;Per tutto questo, e per molto altro ancora, avrei detto a quei quattro collaboratori che ho: che si aprano le porte dello “Zaccheria”, che la Foggia che ama il Foggia venga informata e corra allo stadio a sostenere i suoi colori, in un anonimo pomeriggio di dicembre. Un atto che non sarebbe stato d’amore, perché a un proprietario non si chiede questo, ma di rispetto. Un risarcimento minimo e parziale per chi, anche stavolta, ha creduto e seguito. Ottenendo in cambio un pugno di promesse. Senza contare, egoisticamente, che sarebbe stato un bel colpo ai miei tanti detrattori. In molti avrebbero detto: “Hai visto Casillo, ha fatto il gesto?”. Il Foggia, per quanto si vogliano apporre timbri sulle carte o intercedere per le garanzie bancarie, è dei foggiani. Inutile sfidare la fortuna avversa. Questa gente ama e odia con la stessa intensità.&lt;br /&gt;E allora: porte aperte, ingresso libero. O a sottoscrizione simbolica. Uno, due euro. Cosa ho da perdere?, mi sarei chiesto nei panni di Casillo.&lt;br /&gt;Ma io non sono Casillo. Per fortuna. E non ragiono come lui.&lt;br /&gt;Che coi suoi quattro collaboratori si sarà anche incontrato, si, ma per dettare il tariffario. Sette euro per la gradinata, cinque per la curva.&lt;br /&gt;Questa al paese mio si chiama arroganza. Ottusa, cupa, cieca arroganza.&lt;br /&gt;Un disinteresse olimpico per i tifosi, uno schiaffo alla miseria di chi s’arrangia e alle maglie rossonere non vuole rinunciare. Una mossa degna del commerciante di bestiame che abbiamo imparato a conoscere in venti anni di fermo-immagine. E, se mi si permette, anche un gesto di abbacinante miopia dal punto di vista economico.&lt;br /&gt;Così, dopo aver augurato al patron di investire in medicine ogni singolo centesimo del suo grasso introito infrasettimanale (e non solo), abbiamo rispolverato una vecchia massima, che fu dei laziali. Siamo e saremo il dodicesimo uomo in campo solo quando lo decideremo noi.&lt;br /&gt;Nessuno deve permettersi di speculare oltre ragione sulla nostra fede, sui confini dilatati della nostra passione. Nessuno deve darci per scontati, scimmie ammaestrate che urlano, sbraitano e fanno prendere multe, ma che a conti fatti ingrassano sempre e comunque le tasche dei conquistadores. E siamo rimasti fuori, a soffrire in silenzio per quelle maglie che in campo affrontavano una sfida, nell’atmosfera irreale di un antistadio dove persino le urla di incitamento dalle panchine risultavano più massicce di quelle degli spettatori paganti. 159, per la precisione.&lt;br /&gt;Che alla fine viene da chiedere: valeva la pena perdere la faccia per un incasso simile?&lt;br /&gt;Parere personale, ripeto.&lt;br /&gt;Del resto, come diceva De Andrè dei giudici, “Se fossi stato al vostro posto, ma al vostro posto non ci so stare”.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-5072734353751632343?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/5072734353751632343/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=5072734353751632343&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5072734353751632343'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5072734353751632343'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/12/nei-panni-di-casillo.html' title='Nei panni di Casillo'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-187196854019004032</id><published>2011-12-03T16:07:00.001+01:00</published><updated>2011-12-08T16:08:09.242+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='comunicati'/><title type='text'>La “guerra” di Coletti</title><content type='html'>&lt;p class="MsoNormal"&gt;&lt;span&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt;&lt;b style="font-size: 12pt; "&gt;&lt;u&gt;&lt;br /&gt;&lt;/u&gt;&lt;/b&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  &gt; Il reintegro di Coletti – convocato per la sfida di domenica a Lumezzane – oltre ad essere un pericoloso segnale di navigazione a vista, dal punto di vista strettamente tecnico, ed un indizio preoccupante da quello societario (“per Casillo sono un peso”, disse il soggetto all’epoca di Cosenza) è per noi molto più: un vero e proprio schiaffo in faccia.&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;span class="Apple-style-span"  &gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt; Un insulto al nostro modo di vivere la passione per la maglia rossonera. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt; Per i distratti, è bene rinfrescare la memoria. Tommaso Coletti (da Canosa, Bari) è l’uomo che con i suoi gesti e le sue dichiarazioni ha più volte dimostrato il suo reale “attaccamento” ai nostri colori. Quando chiese con insistenza di essere ceduto, accampando presunti dissapori con l’allenatore, e quando finalmente approdò alla corte di Galderisi in quel di Pescara. Quando tornando da ex disse, testualmente, riferendosi alla nostra accoglienza: “È gente questa che non si merita niente, da oggi è guerra”.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt; Premesso che sarebbe bello vederla, la guerra di Coletti… Ribadiamo il nostro pensiero. Che ai meno distratti dovrebbe essere chiaro. Da sempre. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt; Noi preferiamo una squadra tecnicamente non dotata, ma che nei novanta minuti e durante la settimana, grondi sudore e sputi sangue, ad una di talenti svogliati, viziati e senza rispetto nei confronti della maglia e della città. Di quello che per noi questo binomio rappresenta.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt; Arriviamo a dire che è meglio mantenere la dignità e la memoria che svendersi per una salvezza.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt; Questo è un messaggio che farebbero bene a tenere a mente tanto i dirigenti che il mister.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt; Il posto di Coletti è a Pescara, a Canosa, o dovunque voglia trovare riparo.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt; Ma, in ogni caso, distante dalla nostra città.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span"&gt; Curva Nord Foggia&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span class="Apple-style-span" style="font-size: 12pt; "&gt; &lt;o:p&gt;&lt;/o:p&gt;&lt;/span&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-187196854019004032?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/187196854019004032/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=187196854019004032&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/187196854019004032'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/187196854019004032'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/12/la-guerra-di-coletti.html' title='La “guerra” di Coletti'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5163978297421936302</id><published>2011-11-20T15:58:00.000+01:00</published><updated>2011-12-08T15:58:46.755+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Gigliotti e Bartali</title><content type='html'>Le immagini slavate, d’un bianco da Zecchino d’oro, sovraesposte e novembrine, ci comunicano una realtà che non ci appartiene più. In diretta. Quella gradinata vuota, quel settore semi-libero, gli alberi spogli, il quartiere che alle spalle della curva s’estende antico e familiare, l’insegna del bar, luminosa, essenziale e franca. E si, in campo il Foggia e la Spal. Ferrara, stadio Mazza. Noi a casa, ormai come da brutta, maroniana abitudine. E Telefoggia col nevischio, perché sul satellite ogni pixel è grande come la testa di Lanzoni. E sembra di giocare a Kick off all’Amiga. Ad un minuto qualsiasi della ripresa, l’arbitro sventola il cartellino rosso sotto il naso di un giocatore in maglia bianco-azzurra. Il Foggia, che fino a quel momento è sembrato un’armata fantasma, può farcela. Lo percepiscono tutti. Qualcuno applaude persino. Il sangue riscalda il pomeriggio. La Spal prende palla, guadagna un angolo e pure un rigore. Uno di loro prende la palla, la mette sul dischetto e segna. Gli sguardi si fanno attoniti, rabbuiati. La rabbia repressa per la solita dannazione esistenziale si sta tramutando in bozzi sul collo e dietro la schiena. Stress. Ma non si fa a tempo a pensare che c’è tempo, che lo schermo diventa nero. Nero. Il simbolo sproporzionato, insensato e brutto di Telefoggia, però, campeggia ancora in basso a destra. Problemi sul collegamento. In undici contro dieci abbiamo appena preso il gol dello svantaggio. E salta la linea. Se il panico dovesse impossessarsi della plebaglia – cioè: se dovessimo cedere al panico – questa città potrebbe vivere un pomeriggio d’ordinaria follia. I secondi passano, lenti, consequenziali. Il nero resta. Quello sgorbio pure. Poi, d’incanto, un’immagine riemerge come il quadro della madonna dal fondale sabbioso dell’etere. Ma non c’è campo verde. Di verde neppure un biliardo. Ma un tipo anzianotto alla cattedra in una classe di bambini, con annessa scolaresca elementare. Una farsesca messinscena squallida d’uno spot. Lo spot di Dotolo mobili, per la precisione. Che ha tutta l’aria di essere una piccola fiction. Ecco: dovendoli individuare dalla Rivolta del pane, quelli sono stati i cinque minuti in cui Foggia è andata più vicina all’insurrezione generale.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando l’estenuante spot è finito – dopo aver causato chissà quanti litigi domestici, contrasti condominiali, risse per i parcheggi, ma fortunatamente null’altro – il telecronista ha annunciato che, nel lungo sonno della ragione, il Foggia aveva generato il pareggio. Rigore di Gigliotti. Bene, Gigliotti non lo sa. Ma il suo gol è stato, per la storia di questa città, l’equivalente della vittoria di Bartali al Tour de France del 1948.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-5163978297421936302?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/5163978297421936302/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=5163978297421936302&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5163978297421936302'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5163978297421936302'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/11/gigliotti-e-bartali.html' title='Gigliotti e Bartali'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5286277072578853823</id><published>2011-09-25T19:47:00.000+02:00</published><updated>2011-09-25T19:48:39.915+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='comunicati'/><title type='text'>No al calcio di Maroni!</title><content type='html'>Stadi vuoti, prezzi folli, campionati spezzettati per esigenze televisive.&lt;br /&gt;E divieti, sempre più assurdi. Un tempo si limitavano alle partite ad alto rischio. Oggi lasciano fare a prefetti e questori. E ci vietano anche Viareggio e Vercelli.&lt;br /&gt;Senza spiegazioni. Le trasferte sono ormai un ricordo. E per noialtri viene sospesa la libertà di circolazione. Così, dopo aver costretto la gente a casa, Maroni si vanta di aver debellato la violenza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;QUESTO E’ IL CALCIO DELLA TESSERA. Un business senza anima, senza valori: un fiume di denaro finito nelle casse di speculatori e affaristi. Una schedatura di massa senza paragoni in Europa. Una clamorosa limitazione dei diritti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La tessera ha sporcato una passione. Ha regalato un gioco popolare alle banche e ai questori.&lt;br /&gt;Nell’indifferenza complice di società, media e politicanti, che preferiscono far finta di non vedere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’anno scorso il tentativo di isolarci non è andato a buon fine. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Oggi intendiamo continuare a batterci. Contro ogni abuso di Stato, contro la trasformazione della passione in merce. Il silenzio dei primi minuti sarà la nostra ennesima dimostrazione che questo calcio non ci appartiene. E siamo certi che sempre più gente si sta schierando: la battaglia contro la tessera non riguarda solo gli Ultras. Riguarda tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No ai divieti! No alla Tessera del tifoso!&lt;br /&gt;Riprendiamoci la nostra passione!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-5286277072578853823?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/5286277072578853823/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=5286277072578853823&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5286277072578853823'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5286277072578853823'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/09/no-al-calcio-di-maroni.html' title='No al calcio di Maroni!'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-6664529529687631825</id><published>2011-09-02T15:56:00.001+02:00</published><updated>2011-12-08T15:59:07.881+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>La passione colpevole</title><content type='html'>Una passione sempre più difficile da spiegare.&lt;br /&gt;Una passione colpevole, che l’evidenza appiccica al muro. O la realtà al muro dell’evidenza. Non so, fatto sta che un piacere trasverso e sottile spinge gli altri, i seri, a fare incetta di sacchetti di esempi negativi come pietre di fiume da portare in dono per dimostrare le loro mediocri, banali, conformiste ragioni.&lt;br /&gt;Come se un vicino di casa venisse a riempirti lo zerbino di cartacce per provarti che c’è vento. Come se tu non lo sapessi. Come se tu fossi così cieco, così ipnotizzato, così plagiato, da non vedere il bidone esondare. Che ti viene da dire: “Lo so. E allora?”. Allora…&lt;br /&gt;“Ma come fai a seguirli ancora? Cioè… regalare soldi a quel sistema… Cioè…”.&lt;br /&gt;Facce ebeti ed irritanti in cui inciampi per ferrea legge della sorte ripetono questo refrain almeno dieci volte al mese, in discussioni arrancanti, basate sul sentito dire, sull’approssimata conoscenza del fenomeno, che è un mucchio di roba a somma zero. &lt;br /&gt;È troppo facile. Essere visti, vissuti come strani animali continuamente disillusi, ma che invece di vivere gli choc come opportunità per rinsavire continuano, pecore in gregge, topi al suono del pifferaio, a praticare, seguire, finanche ostentare la propria passione.&lt;br /&gt;Quei gradoni, il fascino delle domeniche. Inspiegabile. Irragionevole. Incomprensibile.&lt;br /&gt;E la critica si fa radicale, compita, finanche televisiva. Rimproveri cattolici. Rimproveri socialisti. Facile. Pilatesco. Perché la trasversalità spinge all’incertezza. Dove va questa massa senza arte né parte? Dove va, senza un obiettivo, una coscienza diversa da quella dell’arena romana, un progetto a medio e lungo termine? Come se i partiti, le associazioni, i sindacati dei critici, poi, ne avessero di obiettivi, di coscienze evolute, di progetti. Ma anche la mobilitazione, come il voto, è un atto in delega. E la richiesta di movimento è un cane che annusa nuovi attori referenti. &lt;br /&gt;Come se il bene del Paese dipendesse dalla nostra capacità di agire. E per nostra si intende: il soporifero, addormentato, supino, passivo popolo degli stadi. Incapace di reagire, buono a montare un casino per uno striscione o una bandiera, ma volontariamente immobile dinanzi al concetto di merce e a quello di mercificazione. Come se fossimo utili idioti, sciocchi patentati, accecati. Come se tutto attorno il popolo delle sezioni, degli indignati, dei mercati, dei centri sociali e di documentazione, fosse in fermento. E noi, penosa enclave dell’immobilismo in un Paese attivo. Che non sia così, dovrebbero saperlo. Eppure costoro alzano il labbro superiore, con una certa malcelata acredine dettata da chissà quale presunzione, da una non meglio specificata pratica, come se gli abitanti delle curve fossero un soggetto storico plasmato su caratteri socio-economici specifici e identificabili, ti chiedono: “Non è una contraddizione? No, dico, avere una coscienza sociale e annacquarla in quel carnaio razzista, xenofobo, populista, sessista? E sapere che è tutto un magna magna, che le partite sono truccate, che le tv fanno quel che fanno? Boh… Come fate?”.&lt;br /&gt;Non ho mai sentito nessuno chiedere, finanche invocare alla luce delle evidenze più luminose, l’ammutinamento degli amanti del teatro, dei goldoniani, dei verdiani, del popolo dell’opera e del melodramma. Forse che i seguaci di Ionesco non siano contemplati tra i cittadini italiani? Mai sentito richiamare all’ordine rivoluzionario quello dei fumatori di Philip Morris gialle; o i circensi, i mangiafuoco, i trapezisti. Categorie astratte, antimarxiste, eppure di presa così scontata. Ma i tifosi di calcio. L’irrazionale incomprensibile, a giusta ragione gravabile del peso assoluto della responsabilità collettiva. Opliti obbligatori di quello scontro sociale che altri neppure si sognano. Privatizzano le spiagge, i proprietari di stabilimenti sono dei corruttori e dei tangentisti (diamine, ce ne saranno, non saranno mica tutti puliti…), un’insalata e un bicchiere di vino al bar-ecomostro del lido costa l’ira di dio, il parcheggio fuori è esoso e sproporzionato, i bagnini sono dei porci molestatori, ma nessuno ha chiesto all’ipotetica massa dei bagnanti, degli amanti della spiaggia, di rinunciare alle vacanze per dimostrare che questo popolo è vivo, combattivo, disposto a mettersi in gioco. A noi, invece, lo fanno quotidianamente: “Come fate ancora a seguirli?”. E tu, come fai ancora a prendere l’autostrada? Poi chiosano, sufficienti: “Mah… sarò io che non vi capisco”. E verrebbe da rispondere che, beh, quello è scontato. Dovrebbe fungere da premessa, da incipit della premessa, da citazione prima dell’incipit, da dedica. Perché non c’è bisogno di capire granché per intuire, anzitutto, che il tifoso non è una monade conclusa, e i tifosi un insieme finito, di quelli che si disegnavano a scuola. Il tifoso un chiunque sociale, un signor Rossi, e può nascondersi dietro al sindacalista di base più oltranzista come al figlio del ricco mercante di sete e spezie dall’Oriente. Banalità che per certa gente sono ancora oggi folgorazioni. Illuminazioni alla Rimbaud (e questi dovrebbero analizzare i movimenti finanziari delle offshore per attaccare il Capitale, puah!). In seconda battuta, a costoro, andrebbe pazientemente spiegato che l’attività sociale del tifoso non si esaurisce nell’essere tale, nel tifare. Quello è uno svago, nella maggior parte dei casi. Un gioco, un diversivo. Il padre fondatore del Caffè Mauro finanziava gli squadristi reggini. A me il caffè piace con la sambuca. Ed è meglio non dire chi finanziava Molinari. Il giocatore del Rayo, ventitre anni, dice che il calcio è capitalismo e il capitalismo è morte. Per cui, per proprietà transitiva, molla il carrozzone e si butta giù. Almeno quattro amici virtuali mi segnalano la notizia, e non so per quale recondito scopo. Resta da capire in quale sistema sociale (o solare) sia atterrato il buon Javi Poves. In un sistema dove si può anche scegliere un’altra marca di sambuca, ma di certo non evitare lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, le rendite di rapina e la proprietà privata. Che non le sappiamo ste cose, compagni? E allora perché va fatta a fettine l’anima di uno svago? Per dimostrare quale purezza? O quale estraneità dal mondo, quale ascetismo?&lt;br /&gt;Lo sciopero dei calciatori professionisti è stata l’ennesima mazzata. L’ennesimo motivo di rischiosi quanto inutili faccia a faccia. E sempre la stessa domanda, tra le righe, a mezza bocca, o formulata esplicitamente: “Ma come fate?”. Facciamo. Perché sulla vertenza, sulla vergognosa quantità di contraddizioni di un sistema corrotto e malato, abbiamo già detto come la pensiamo dozzine di volte. Anche quando in pochi prestavano orecchio e i soliti noti ritenevano si trattasse di semplici “questioni di stadio”. Sul contributo di solidarietà, sul concetto stesso di solidarietà, abbiamo scritto un papiro a parte. E allora qui c’è bisogno di chiudere con un altro tipo di prospettiva (anche questa neppure tanto nuova, ma qui ripetere non basta e non giova, mai): facciamo perché quei gradoni siamo noi. E questo nessun teatro interattivo, nessun cinema 3D, nessun circo, potrà mai solo lontanamente sperare di renderlo. Per quanto si sforzi. Nessuno spettacolo di intrattenimento al mondo può pretendere d’avere lo stesso tipo di entusiasmo educativo nei confronti di una massa; e nessuno s’è visto scippare dalla massa il centro della scena. Perché quando Amleto parla con il teschio di Yorick, l’occhio di bue è solo sulla melanconia del principe di Danimarca; quando gli effetti speciali rendono efficace un film di Spielberg, nessun’altra zona della sala è neppure illuminata; persino quando sono in pista i clown e volano le torte nel più trito degli schemi, l’attenzione non si sposta mai da quel baricentro. E non potrebbe essere altrimenti. Nel cosiddetto gioco del calcio, invece, l’azione viva, partecipativa, complice o antagonista che sia, è fuori. Sugli spalti. Nessuna messinscena per il popolo è paragonabile allo spettacolo che il popolo da di sé stesso in quell’agenzia di socializzazione che è lo stadio. Perciò, quando penso al calcio, come prima cosa non mi vengono in mente i diritti televisivi, gli impianti griffati, il mercato e le scommesse. E neppure gli orrori del capitalismo denunciati da Poves. Mi viene in mente il mio gruppo, il mio settore, apripista di una miriade di aneddoti e ricordi che coprono l’intero spazio-tempo che divide le elementari dai miei attuali trentacinque anni. L’esatta bisettrice della mia trasformazione in adulto, in sostanza. Ed è per questo, compagni e compari seri, che vi credo quando mi dite di non capire. Lo stadio non è uno scritto di Mao, che puoi leggere anche se non sai nulla della Cina. Lo stadio ha bisogno di presenza e pratica, di vita e internità. E non è un caso che ne siate tagliati fuori.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-6664529529687631825?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/6664529529687631825/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=6664529529687631825&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/6664529529687631825'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/6664529529687631825'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/09/la-passione-colpevole.html' title='La passione colpevole'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-7013152073543081636</id><published>2011-08-25T14:29:00.000+02:00</published><updated>2011-08-25T14:30:07.430+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='mr stramy'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storie'/><title type='text'>Marmellata</title><content type='html'>di Mr.Stramy&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono figlio di un ferroviere. Sono figlio di un calciofilo.&lt;br /&gt;Credo davvero che il lavoro e la passione di mio padre abbiano fortemente inciso sulla mia vita. In modo ribelle e in modo passionale. Il primo poiché come ogni padre che si rispetti, una volta capito che le scuole grosse non sono proprio nell’indole del proprio figlio, desidererebbe per il proprio erede un lavoro simile e tranquillo al proprio. Dopo scontri, lotte, conflitti, dispute, polemiche, battaglie e qualche concorso pubblico giusto per farlo contento, mio padre ha avuto la sua Waterloo e da quando avevo 24 anni sono un lavoratore indipendente. Mi rendo però conto di essere fortemente “controllato” da una forza invisibile che si chiama ferrovia. Sono cresciuto da zero a sedici anni con la finestra della cucina affacciata sui binari, a cento metri dalla galleria del Frejus, a cinque dal binario che collega Torino a Parigi, li dove domani vogliono far passare la Tav. Quel binario che alle 13.30 o alle 19.30 portava mio padre a lavorare in Francia a Modane, quando io e mio fratello, incitati da mia madre, correvamo alla finestra per poterlo salutare, scuotendo la manina anche se a volte non riuscivi a vederlo. “L’ho visto, l’ho visto….” . Con quel binario ho un rapporto particolare, speciale, confidenziale. Riusciva a custodire il pallone che volava oltre la staccionata come un fratello maggiore, lo abbracciava nel suo acciaio finché papà non rientrava, scavalcava e lo andava a recuperare. E finché anche io non sono riuscito a scavalcare la prima volta: pochi attimi fugaci, veloci ma veri, prima di tornare in strada. &lt;br /&gt;Riesco ancora a sentire un treno qualche minuto prima che arrivi, da lontano. Si sentiva la casa leggermente vibrare, per me un cullare, per gli ospiti da Foggia ogni volta un terremoto. Gli unici conflitti con il treno li avevamo quando vedevamo un film. Telecomando fisso in mano pronti ad alzare il volume per poi riabbassarlo una volta transitato. “Eccheccazz, non si è capito niente. Che ha ditt?” &lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Avanti RAI3/Dopo RAI3. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Per anni a casa, o meglio nel mio paese, il terzo canale non arrivava. Papà si “prendeva veleno” perché non poteva vedere il Processo. Se lo gustava solo quando venivamo a Foggia, in via Borrelli, lui e mio zio seduti intorno al tavolo in cucina e le donne a cucinare, in religioso silenzio. Oggi posso dire che l’arrivo del nuovo canale ha davvero condizionato quello che sarebbe stato il mio futuro. Il lunedì, quando papà faceva il pomeriggio, avevo il compito di vedere il Foggia a “C siamo”: il mio punto di non ritorno, il colpo di fulmine, le farfalle nello stomaco. Che sia dannata quella trasmissione!&lt;br /&gt;E allora cresci e la formazione continua. Ricordo cene a casa di Enrico, famiglia di romanisti. Noi bambini a giocare e i grandi a vedere la partita, rimproveri e l’ordine di stare zitti e seduti a guardar la partita con loro. Ricordo anche le cene che organizzava mio padre alle quali invitava i suoi colleghi scapoloni. Qualche calabrese, qualche napoletano, qualche pugliese. Venivano a casa a veder le partite e coglievano l’occasione per mangiare qualcosa di buono cucinato da una donna e non, probabilmente, il solito pranzo triste da single. Ricordo abbastanza bene Olindo, siciliano tifoso del Milan, secco secco, stempiato e col pizzetto. Chissà dove sarà oggi Olindo?&lt;br /&gt;In tutto quest’ambiente, come fai a non diventare tifoso??? Giuro che mio figlio avrà lo stesso trattamento.&lt;br /&gt;Ognuno ha il proprio passato, i propri ricordi, e guai a buttarli via, ad accantonarli. Sono i tuoi e di nessun altro. Guai a metterli da parte. Non si possono neanche condividere, difficilmente possono regalare emozione, le stesse emozione che proviamo noi.&lt;br /&gt;Per me il Foggia non ha mai vinto 3 a 2 contro l’Inter del Mago. O meglio, può anche aver vinto, ma non mi fa emozionare. Per me Nocera, Zeus o Giulio Cesare sono la stessa cosa. Mi rendo conto di quanto mio padre abbia voluto trasferirmi quell’emozione, scavalcare con la bici e guardarsi quella partita, ma ahimè non è riuscito a farla mia. Ci ho provato più volte a sentire mia quella partita, ma non ci sono mai riuscito. Mazzola o Rivera? “Efess…Golden Boy”  Perché? Perché anch’io non riesco a schierami vedendo le vecchie immagini??? &lt;br /&gt;Temo. Temo di non riuscire a trasferire a mio figlio la poesia di Baggio, mio grande ispiratore. Temo che quando gli racconterò del gol alla Nigeria lui penserà che è roba vecchia. Temo che non riuscirà a disprezzare quanto me Ulivieri per averlo tenuto in panchina contro la Juve. “…ah da quando Baggio non gioca più, non è più domenica…” Temo che vedrà Maradona come io ho sempre visto Pelè. Maradona o Pelè? È chiaro che io risponderò sempre Maradona, solo perché Diego l’ho vissuto.&lt;br /&gt;Il nuovo sul vecchio. Roma, Napoli, Torino. Questi progetti “Grandi Stazioni” non riesco a mandarli giù. Sono fredde, distaccate dal viaggiatore. I bar della casa, dove chiaramente quello di Torino era ben diverso da quello di Napoli, oggi sono diventati uguali. Gli è stato preso il posto da catene del Food &amp; Beverage con tanto di gigantografia di cornetti, caffè e spremute e menù a 2.99 Euro. A Torino non ci son più le fontanine, quelle dove papà ci prendeva in braccio per farci bere e dove riempiva l’acqua prima che l’espresso 900 di 14 carrozze partisse per Foggia alle 20.50.&lt;br /&gt;Sono spariti i vecchi tabelloni, quelli neri con le scritte in bianco con le lettere divisi in due parti. Quello che quando cambiava faceva “ta ta ta ta ta ta ta  ta    ta       ta        ta”, partendo velocemente per finir piano piano, per cambiare l’ultima lettera che faceva diventare un Brindise in Brindisi, un Crotona in Crotone o un Triesto in Trieste. A Foggia nell’atrio centrale era posto sulle biglietterie, in tutta la sua maestosità. Quando cambiava il rumore ti faceva girare e lo guardavi anche se eri disinteressato. Oggi sono stati tutti sostituiti con tabelloni elettronici luminosi in doppia lingua. Non esistono più neanche le campanelle che nelle piccole stazioni, nei piccoli paesi, indicavano l’arrivo del treno. La campanella sostituita da due lucine che lampeggiano ad intermittenza.&lt;br /&gt;Cosa racconterò a mio figlio? Vorrei che ci fosse lo stesso passaggio di consegne che c’è stato fra me e mio padre. L’odore dei treni, quello interno, di viaggiatori, di esperienze, di problemi, di quotidianità, e quello esterno, di ferraglia, di freni che stridono, del calore del locomotore, dell’aria condizionata che funziona male. Nocera, Favalli, Rinaldi, Bettoni prima, contro Tedesco, Seno, Shalimov, De Zerbi, Costanzo, Di Biagio dopo. Contro? Al cospetto di chi mi troverò quando mio figlio rivivrà quello che abbiamo vissuto io e mio padre? &lt;br /&gt;Credo di essermi accorto che i ricordi sono i nostri, le passioni però possono essere trasferite…&lt;br /&gt;Ieri hanno iniziato ad abbattere quella che era la mia scuola superiore. Non importa se fosse un edificio fatiscente, vecchio, “un posto ormai per drogati”, era la mia scuola. Li c’erano altri miei ricordi. Ora non c’è più.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-7013152073543081636?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/7013152073543081636/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=7013152073543081636&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/7013152073543081636'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/7013152073543081636'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/08/marmellata.html' title='Marmellata'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5809480046336085155</id><published>2011-08-20T14:18:00.000+02:00</published><updated>2011-08-20T14:20:49.175+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Due o tre cose che so di lui. Giuseppe Sansonna</title><content type='html'>In sordina, a fil di muro. O peggio ancora: semiclandestinamente. Lontano dalla pubblicità come dai semplici clamori. “Su Raitre!?”, diceva la gente, avvisata da internet, dagli sms degli amici. E, dal vivo, non sempre era facile distinguere l’esclamativo dall’interrogativo. Il primo documentario di Giuseppe Sansonna (da Bari Japigia), &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Zemanlandia&lt;/span&gt;, era stato accompagnato da un trambusto che manco la banda della festa dei santi patroni. Amarcord apologetico. Secondo alcuni oltranzisti della vera fede, finanche la scintilla che fece scoccare la nuova passione estiva tra il boemo e don Pasquale Casillo. Galeotta fu la pellicola. Questo secondo, invece, sembra Radio Londra. “Si, su Raitre”, “Ma stasera?”, “Si”. Oggi, e Sansonna dovrebbe saperlo, da queste parti è tutto cambiato. Non sempre le ciambelle riescono col buco, non sempre i progetti patinati ottengono la spinta di marketing del preteso lieto fine. E le tesi che falliscono la prova dei fatti, a lungo andare, diventano folklore. Niente di più. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Due o tre cose che so di lui&lt;/span&gt;, si intitola il nuovo lavoro. E lui, ovviamente, è Zdenek Zeman da Praga, l’uomo che nel 1993 ha messo in pausa questa città. Certo, sapevamo che Sansonna da Bari ci stava provando di nuovo, proprio come il suo Maestro. Entrambi nella speranza di ripetere la prima Zemanlandia. A suo tempo avevamo persino individuato una strana telecamera ai prefiltraggi della Sud. “Alle undici e mezza”. Doc 3. Premetto, a mo di coro shakespeariano: dei 55 minuti complessivi, i primi 25-30 li ho visti due volte. E questo vale già come critica motivata e non come dato di semplice curiosità. Difatti. Alla sigla di partenza, all’apparire del presentatore nell’ambaradan di luci e grafiche futuribili della seconda serata estiva della terza rete, siamo nel bel mezzo di una festa di compleanno. Girano Peroni e fuori ci sono tre pattuglie della polizia e i vigili del fuoco stanno lavorando per aprire una saracinesca dalle cui grate fuoriesce del fumo nero. Si pensa ad una intimidazione, fatto sta che la strada è piena di curiosi e ci sono lampeggianti ovunque. Come a dire: di reality alternativi non ne mancano. Eppure, siamo in tanti a scattare al segnale, a piazzarci davanti allo schermo. Il presentatore ricicla argomentazioni vagamente già sentite. Vagamente. Zeman “eretico”, Foggia “una città innamorata che s'aggrappa al calcio per non pensare ad altro”, gli anni Novanta pieni di “traguardi impensabili per una squadra piccola, povera”. È Raitre, ci mancherebbe. Sarebbe strano il contrario. Fatto sta che si potrebbe obiettare già adesso, da subito, dall’introduzione. Il calcio oppio dei popoli, l’Empoli di Cagni che centra la Uefa. Immagini in scorrimento veloce. La sigla. Le prime riprese: la fonda periferia desolata, affaticata e assolata, le rughe del maestro, il magazziniere, lo staff tecnico come metafora e simbolo della famiglia, di un certo modo di fare calcio a certe latitudini che, non fossi foggiano, non avrei problemi a posizionare nell’America Latina di Osvaldo Soriano. Lo spogliatoio che risuona dei passi coi tacchetti, il manto erboso dello “Zaccheria”, gli occhi del saggio, i ragazzi che corrono sul prato, che saltano, colpiscono il pallone, s’arrampicano sui gradoni della gradinata. Il tutto sospeso in un limbo fisico di totale isolamento, come se il microcosmo dello stadio e della squadra fosse elemento avulso dal contesto in digradante degrado. Un piccolo, assediato manipolo di idealisti, naufrago in un mare di cinismo iper-realista. Una sensazione di ineluttabilità: quella squadra non può farcela. Neppure gettando nella mischia la grandezza del suo idolatrato mister. Non ha speranze. Non nella Foggia salvadoregna che tanto piace al barese Sansonna e al suo pubblico di radicali da branch. Quelli intrattenuti con storie di peones del pallone sul Manifesto, durante un’intera straziante stagione di non-calcio per analfabeti della materia; e quelli richiamati all’appuntamento con il video, sequel e antibiotico del precedente. Perché la solitudine dell’ala destra, in questo caso, è contagiosa. Foggia ha perso l’innocenza, lo sguardo smaliziato ed infantile, gioioso o quanto meno ottimista d’un tempo. E s’è trasformata. Tanto che persino i suoi amanti più disinteressati fanno fatica a riconoscerla. Cinque minuti di chiacchiere barocche e auto-plagio e già dovremmo sentirci in colpa. Una responsabilità collettiva, gli israeliti col Messia. Il popolo deicida, prima ancora del Palazzo, prima dei Cesari. La nostra mancata fede, i nostri mutamenti di costume, hanno isolato il Maestro. Così che neppure i siparietti in dialetto di Altamura e Annecchino risultano simpatici. Poi, certo, ci sono le partite a carte, interminabile replica d’un modello mundial, escamotage narrativo diventato già alla seconda occasione stantio ricorso al corner. Perché Sansonna lo sa: l’idolo è tornato sui sentieri della prima predicazione. Ed ha fallito. Allora meglio metterla in poesia, come Evtusenko con la bandiera rossa. Intanto che passano sequenze di una noia infinita, che in confronto I nibelunghi sembra la finale dei cento metri, Fritz Lang, Ben Johnson. Qualcuno parla di scelta stilistica. E dovremmo metterci sull’attenti, per non far intuire che non abbiamo colto. Il clamore dell’originale che si stempera nell’assordante annegare della copia. Il rumore dei tacchetti, le parole dei ragazzi, il fiume che scorre sui ciottoli. Noia, altroché. Poi un suono, che non è una musica. L’inquadratura – poetica e vendoliana – su qualcosa di isolato a caso: il faro dello stadio, una pala eolica, una tribuna vuota, una casa, un quartiere, un bidone dell’immondizia stracolmo. E sembra che finalmente il video possa decollare. Invece, per dirla coi Casino Royale, ogni stop è solo un altro start. Anche se ora scorrono dei gol. A grappoli, che sembra quasi una cavalcata trionfale. Ancora non l’hanno detto che siamo arrivati sesti in Lega Pro. L’illusionista diventa ministro della propaganda zemaniana. E mostra la cartapesta che ricopre gli stabili diroccati. Parla di “schermi stinti delle tv locali foggiane” e non capisco perché, cosa diamine ci sia di stinto, di diverso da una qualsiasi emittente privata locale in queste immagini. Il dettaglio tecnico che possa riportare alla mente del barese la “Coppa America degli anni Ottanta”. Intanto i “colibrì mannari” del mister macinano reti su reti. Mi guardo attorno e della piccola folla iniziale sono rimasti in due, oltre me, sul divano. Col ventilatore puntato in faccia. Basta questo. Abbiamo visto e sentito fin troppo, per stasera. Si spegne la tv, si passa alla musica e al vodkalemon. Mentre mi chiedo: se questo è l’effetto a Foggia, dove la gente è curiosa di cose che altrove interessano poco (riconoscere luoghi, persone, situazioni), che accoglienza pensa di avere questo presuntuoso costui a Rovigo, ad Asti? Allora decido di rivederlo. Per intero, ad alto volume, stavolta sul serio. Senza interferenze. Ripasso gli scorci, le solitudini, i peones. Per scoprire che oltre le colonne d’Ercole della prima mezz’ora, tutto è uguale a prima. Identico a sé stesso. Annoto il prezioso parallelismo tra “la Cecoslovacchia comunista e il Sud Italia poverissimo”. Mi torna in mente Di Vittorio. Ascolto Farias affermare che la mia città è come il Brasile, che i furti delle auto sono tanti. E mi convinco definitivamente che costui è riuscito ad ottenere la paccottiglia pubblicitaria che voleva. Del resto, si ragiona così per ogni tesi: lo sguardo sull’oggetto studiato è parziale, selettivo. Il cervello salva e immagazzina ciò che ritiene utile, scarta e sputa il resto. Bisognava, come il Bonini di Repubblica, dare un’immagine di bellezza affiorante, un fiore in un barile di catrame. E partendo dal fiore-Zeman, il resto s’è quasi punito da solo. Senza sforzo. La Foggia che conosco è una città caotica e tranquillizzante, disorganizzata e piena di spunti. La Foggia di Sansonna è deserta e sofferente come certe città del Far West, pronte al mezzogiorno di fuoco. Il suo pubblico di riferimento non ama le sottigliezze. Voleva inquietudine, ed inquietudine ha ottenuto. Una sottile paura dell’ignoto superata dalla consapevolezza salvifica di non averci nulla a che fare. Sospiro di sollievo. Le ultime battute del video sono tutte del mister (anche lui spesso inquadrato solo, riflessivo e senza risposte). Ha lasciato Foggia, dice, perché i suoi giocatori non sentivano la maglia. Pensa te, verrebbe da dire. Dopo che uno come Sansonna arriva da Bari per parlare di una presunta, inesistente Zemanlandia; dopo che mezza Italia giornalistica si scomoda per narrare le gesta del mito vivente; dopo che le società di A decidono di prestare i loro campioncini alla squadra allenata da Zeman; verrebbe da chiedersi perché mai avrebbero dovuto quei ragazzini sentire l’onore di vestire la maglietta del Foggia. Sempre senza contare che Zeman stesso ha lasciato Foggia per montare le tende (non è facile ironia, anzi si) a Pescara. Ma questa è un’altra storia. Fatto sta che ora che il circo è stato smontato ed è ripartito, stiamo meglio. Molto meglio. E sui titoli di coda, penso con tutta onestà di aver chiuso i conti. Con Zeman, con Sansonna, col passato. Pensiamo a noi, adesso. Che è l’unica cosa che conta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-5809480046336085155?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/5809480046336085155/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=5809480046336085155&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5809480046336085155'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5809480046336085155'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/08/due-o-tre-cose-che-so-di-lui-giuseppe.html' title='Due o tre cose che so di lui. Giuseppe Sansonna'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-1053902505098447913</id><published>2011-08-18T13:20:00.000+02:00</published><updated>2011-08-18T13:21:40.465+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>I clienti del fallimento</title><content type='html'>Uno spettacolo che invece di sollazzare gli astanti, di svuotargli la testa dai pensieri pesanti, li costringe alla noia, al diversivo attendista, è uno spettacolo fallimentare. Uno spettacolo che è diventato auto-referenziale, disinteressato alle sorti della parabola, al lancio del satellite progettato e spedito in orbita, alla sua traiettoria, è un non-spettacolo. Difficilmente attraente persino per i più acritici amanti del genere. E se una cosa del genere vale, può valere, per la tradizionale conferenza di fine anno del Governatore della Banca d’Italia – il tipo in giacca e cravatta richiama attorno a sé qualche decina di giornalisti coi taccuini, di cameraman e di inviati coi palmari e i pc portatili, e parla dei tassi d’interesse, delle prospettive finanziarie, delle ricadute di questo o quell’evento sulla vita del Paese – sicuramente non vale per i sorteggi dei calendari della Lega Pro. Perché nel primo caso il problema non è il tizio in giacca e cravatta. È l’addetto al palinsesto che decide di mandarlo in diretta sulla Rai, in pieno dicembre, finendo per sfinire una popolazione di tele-utenti con un non-fatto nato senza velleità d’intrattenimento. Ma nel secondo, per lo spettacolino da strapaese messo in piedi per fare da companatico al sorteggio, si può tranquillamente parlare di sostanzioso passo avanti sulla via del baratro. Verso la Damasco del grottesco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un tempo – e maledizione per quante volte si dovrà ancora dire “Un tempo”! – i calendari erano una cosa come un’altra. Una voce dal tg sportivo diceva che erano stati stilati e stop. Poi si passava alle immagini del casello di Melegnano, in diretta dalla centrale operativa delle Autostrade pubbliche. Elettrici eravamo noi, che aspettavamo di sapere le sorti della nostra squadra, ma nessun altro. Non c’era un’industria dello spettacolo incarognita a voler spremere fino al midollo il limone dell’astinenza estiva da calcio (se è per questo il massimo delle amichevoli, “un tempo”, erano Juventus-Villarperosa e Foggia-Lodigiani, ma questa è un’altra storia…). Invece: diretta dalla sala di un palazzo storico di Firenze, gonfaloni e omaggi, schiere di convenuti, ad imitare il parterre dei sorteggi mondiali o della Champion’s league. E dirigenti a iosa. Al volante di questa presuntuosa utilitaria chiamata Raisport, Amedeo Goria (che ricordavo cassato dallo star-system de noantri per quell’impeto onanista dinanzi ad una subrettina, ma forse è la mia memoria che fa cilecca), che si perde – come il Ciotti della Domenica sportiva di tanti e tanti anni orsono – nel magnificare il “cervello elettronico” del computer che “espellerà” (sic!) i nomi delle squadre e delle sfide. Roba che se i maya avessero evitato di estinguersi o di farsi sterminare, uno come Goria lo userebbero ancora oggi come clistere per i loro dopocena. Ma tant’è. Finito l’omaggio ad Artemio Franchi – e anche qui: chissà perché agli speculatori-devastatori-evasori del cosiddetto calcio moderno piace così tanto crogiolarsi tra le pieghe del bianco-e-nero d’epoca, immedesimarsi e fingere di rimpiangere i vecchi e buoni dirigenti di quando tutto era più facile “e si potevano mangiare anche le fragole” – si passa a mollare il microfono ad una sfilza di anziani intabarrati. Ognuno ripete le proprie teorie sul giuoco del pallone. Ma decido di non entrare nel contenuto. Non mi tange quel che dicono, le banalità trite e ritrite e già sentite. Mi interessa lo spettacolo, in sé. Non posso fare a meno di pensare: a chi piace tutto questo? Chi è quel mio simile che, sfaccendato e in semi-ferie in una mattinata d’agosto, decide di prepararsi un caffè o una bibita alla menta, schiantarsi rilassato sulla sdraio e godersi questa carrellata di star da ospizio? Quale deviato mentale trova, o anche ipoteticamente potrebbe trovare, vagamente spassoso o divertente o istruttivo questo scempio? Lo spettacolo del calcio – quello che impone tornei negli Usa e supercoppe italiane a Pechino – è un bulimico che ingoia noccioli di pesca. E pretende che noi siamo qui a guardarlo vomitare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma a me interessa sapere dove esordirà il Foggia, dove l’Osservatorio ci vieterà di andare. E, nonostante la gente che dal web urla: “Che rottura di palle! Dateci i calendari e basta!”, mi soffermo ad ascoltare brandelli di disquisizioni colte. Ed era meglio per me se non l’avessi fatto. Capita, difatti, che un dirigente di Lega Pro descriva il futuro prossimo così. “Questo sarà l'anno del fair-play... Torniamo negli oratori, torniamo dove c'è gente sana... Facciamola venire allo stadio, anche gratuitamente... Sono i clienti di domani, signori presidenti”. E spalanco gli occhi. Perché è raffinato, il cialtrone. E sentire i ministri della propaganda all’opera fa sempre uno strano effetto. Dunque: fair-play, quel mito in costruzione che dovrebbe, come un antidoto fiabesco, mitigare l’agonismo, la metafora bellica insita nel gioco. Quel bel concetto naufragato all’epoca dell’imposto terzo tempo. Quello spirito che a noialtri, bestie da spalti, sfugge. Perché si sa: il problema siamo noi, le nostre intemperanze, il nostro modo d’intendere la domenica che “nulla ha a che fare con il calcio”. Per questo, per riportare le immaginarie sacre famiglie sugli spalti, bisogna trovare nuova linfa. Anime vergini da riempire di buoni propositi. Demoni a caccia di nuovi adepti. Gli oratori. Viene in mente Paolo Conte, l’atmosfera bucolica dei campetti circondati da mura e campanili, la polvere e il sudore dei bei tempi andati, che tanto affascinano i pescecani dell’oggi. Un mare dove pescare gente che non va allo stadio come alla guerra. Quelli siamo noi, secondo la vulgata. Noi, quelli estromessi perché incompatibili, quelli repressi perché facinorosi turbatori dell’ordine. In questo quadro, sembrano loro – gli sciacalli dei diritti televisivi e della Tessera obbligatoria – i soavi cultori dei bei tempi. Loro, quelli che hanno svenduto una passione popolare alle banche e ai network. Cercano gente sana, da fagocitare. Anche gratis. E mi sento d’improvviso lieto: lieto di non c’entrarci niente. Lieto nel carpire, dietro lo sguardo famelico, che non ce l’ha con me. Io non sono sano. Io, secondo questo bravo signore, rappresento tutto ciò che nel calcio è sporco. Tutto ciò che va estirpato. Provo una vaga fierezza. Che diventa esplicito orgoglio sul finale: “Sono i clienti di domani, signori presidenti”. I clienti. E, come spesso accade, il ministro della propaganda non ha compreso d’aver svelato i nostri antagonismi meglio, molto meglio che i nostri mille comunicati. Clienti vanno cercando. Clienti non saremo. Meglio bruti che consumatori di noi stessi. &lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-1053902505098447913?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/1053902505098447913/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=1053902505098447913&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1053902505098447913'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1053902505098447913'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/08/i-clienti-del-fallimento.html' title='I clienti del fallimento'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-9082800845341675325</id><published>2011-08-01T17:36:00.000+02:00</published><updated>2011-08-01T17:38:21.895+02:00</updated><title type='text'>La gita tedesca</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Muhlbach, 30 luglio 2011, Mezzocorona-Foggia 0-1&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il trasloco&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dai bagagli al suolo della sede, sembra un trasloco.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’idea stessa di Alto Adige causa sgomento. Le case coi tetti a punta, il freddo artico, i tedeschi. Si sgranano luoghi comuni come un rosario, finché qualcuno non dice “Sudtirol”. E lo sgomento torna a prevalere. “Ma quanti chilometri sono?”, “800”, “900”, “Mille”, “Mille-e-due”. “E quindi, quante ore di viaggio?”, “Otto”, “Dieci”, “Dodici”. E, nel mare dell’incognita, il più bastardo pianta il suo punto fermo, come un chiodo nel muro: “Tutti di autostrada”. E un silenzio pensoso, agghiacciato, supera persino lo sgomento. Il furgone apre le sue fauci. Entrano zaini, aste, sacchi a pelo e un paio di tende. Perché il programma prevede una sola nottata di permanenza. Da passare, secondo l’organizzazione spartana, rigorosamente all’addiaccio. Per temprare il fisico imborghesito dalla flaccida estate mediterranea. “Attenti – si sente di dire chi inspiegabilmente ci tiene a noi – che lì fa freddo”. E noi, sarà perché ci crediamo realmente, sarà perché nello sguardo di chi ci avvisa leggiamo una sottile, scettica sfida, rispondiamo: “Tanto è una notte soltanto”. Come se la replica avesse un significato. Colazione al sacco. E, dopo l’emozione della partenza, dell’insperato ritrovarci in banda al casello dell’A14 in direzione Nord, parte la sfida delle cucine regionali. Farinata torinese e una frittata con le cipolle che il Gallego s’ostina a chiamare Tortillas. La borsa frigo collegata all’accendisigari sforna Peroni dapprima fredde, poi sempre più tiepide. La preoccupazione s’allarga a macchia d’olio: basteranno tre casse? Devono, perché pare che lassù costino un occhio della testa. Qualcuno azzarda l’ipotesi che si paghino ancora in marchi. Bollino nero, dice Cis Viaggiare informati. Ma, in tutta onestà, non sembra. I cori sono arrugginiti, sarà perché pensavamo di non imbarcarci più, e l’emotività prevale sull’abitudine. Siamo alle spalle di una macchina e di un secondo furgone. Ogni tanto trilla il cellulare. Ci avvisano di una sosta. Ci fermiamo con frequenza, ma ogni volta che parcheggiamo il mezzo, gli altri stanno per riavviarsi. Il gioco dell’elastico. Siamo quasi a Verona. Un signore ci segue: “Siete di Foggia?”, “Si, si sente?”. C’è anche il figlio, sono diretti in Trentino, facciamo colazione assieme. Ci salutiamo col più classico dei: “Forzafoggia!”, “Sempre!”. L’alba è un’impressione che ci coglie sull’autostrada del Brennero. Ci sentiamo arrivati. Del resto: il Nord è Nord. Le distanze si annullano in un unico luogo comune indefinito. Un motociclista aggiunge il nostro adesivo tra i suoi, ringrazia in tedesco e riparte. Campanili a destra, campanili a sinistra, campanili in alto. Corsi d’acqua. Sembra, a momenti, di rivivere il primo tratto dell’autostrada per Lione. Solo che qui i segnali si fanno austro-ungarici. Trento, Bolzano, Bressanone. Trient, Bozen, Brixen. Il verde la fa da padrone, il casellante ci chiede 56 euro. Noi paghiamo con faccia distesa, per dissimulare il mare agitato di bestemmie che ci dilaga dentro. Boschi. Ruscelli. Tutto risponde all’immagine che ne avevamo. Anche se questa è una vallata, e le montagne non si vedono. O meglio, si intuiscono, ma non sono bianche e innevate come pensavamo. Sarà perché siamo al 30 luglio? Un campanile, l’ennesimo, ci annuncia la meta. Rio di Pusteria, che in realtà si chiama Muhlbach. Un ponte e l’albergo dei dirigenti a farci da parcheggio. Un paio di urla disumane alle 7 del mattino. Prendetela come una serenata, signori…&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Habitat &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In piazza ci saluta la rossa barista del primo locale. Noi rispondiamo. La bionda barista del secondo. Rispondiamo. Il marito di quest’ultima. Rispondiamo. Sorgono dubbi. Ci accomodiamo ai tavolini di fronte alla chiesa. Ma nessuno ha il coraggio di entrare, di sincerarsi del costo di un caffè. Passa un anziano e ci saluta. “BuonCiorno”. O sono davvero il luogo più ospitale del mondo, o ci stanno prendendo per culo. “Mi piace – dice la Scocca, che comincia a sentire il richiamo delle case di legno e dei vicoli pieni di fiori -, sorridono sempre”. “E quelli ridendo ridendo hanno sterminato 6 milioni di ebrei, Enzù”. La barista interrompe il flusso di coscienza. I postumi della nottata si fanno sentire. Sembra una scena onirica. Otto individui di nero vestiti, escludendo quel pallavolista che s’è presentato con la maglietta gialla, in una piazzetta garbata, col rumore della fontana in sottofondo, circondati da alemanni che fanno ciao ciao con la manina, quasi felici della nostra presenza. Voglio dormire. Enzo, invece, fissa il suolo alla ricerca di una cartaccia. I resti di un Mars, non per forza un cartone o una tazza del wc, ma pur sempre qualcosa che possa riportarlo all’umanità che vive nell’emergenza rifiuti, in questo luogo estraneo dove nessuno parla ad alta voce, tutti ti guardano e l’ordine regna sovrano. Gente senza fantasia. Leggiamo la locandina che annuncia la partita delle 17:30. Mezzocorona gegen U.S.Foggia. Si gioca al Freundschaftsspiel. La Scocca, dopo qualche minuto di contemplazione, decide di muovere verso la barista rossa per saperne di più. È conquistato. Vuole trasferirsi. Pensa di accasarsi. È palesemente in cerca di una Green card per l’impero asburgico. La rossa – definita “dolce e ingenua” – ci spedisce giù per un dirupo. Ridendo ridendo. Oltrepassiamo un fiume e il pullman dell’Unione Sportiva, come per Pollicino, dimostra che siamo sulla strada giusta. Il resto è prato e black-out. Ci addormentiamo elencando I Vezzi del Don. Come un tempo si contavano le pecore. Ci svegliamo al suono della voce di Angioletto, che dritto ad un metro dall’ingresso, accoglie i ragazzi che vanno ad allenarsi. Lo sguardo, come sempre, è minaccioso. Per noi è una contestazione perenne. “Tu sai giocare a pallone?”, chiede in dialetto. Col timbro di uno che rimprovera. “Sei forte, tu? Sei il migliore, tu?”. Bonacina parcheggia. “Mister, quando arriva Zeman?”. Il magazziniere ci raggiunge: “Chiedi al don se anticipa, che ci siamo rotti le palle e vogliamo tornare a Foggia”. Gli allenamenti della mattina, il sole che brucia, il sonno che è rimasto attaccato agli occhi. Panino, birra e vagabondaggio. C’è da ingannare l’attesa. Gli altri, giunti da venerdì, ci narrano le meraviglie del loro albergo a 27 euro a notte. “E voi dove dormite?”. La mimica facciale la dice lunga: siamo uomini duri noi. “Guardate che la notte qua fa freddo”. Il centro, adesso, sembra affollato. La Scocca è sempre più rapito, si ricarica di serenità. Il resto del gruppo, s’alterna al bar. Al bagno del bar. Rinati, vaghiamo. C’è chi mira alla funivia, e corre ad informarsi. Altri assillano la ragazza dell’info point turistico. “Ma è vera quella voce che parla di orsi?”. “No – sorride – ce n’è uno solo”. Ora si che siamo tranquilli. I pacchetti si rivelano buchi profondi. Si fuma sempre troppo, anche se – non so perché – in questa circostanza tendo ad escludere la tensione, l’ansia da prestazione come motivazione principe. Maledizione, comunque. “Scusi, dove posso comprare le sigarette?”. Il cassiere del supermercato ci fissa stranito, come se la risposta fosse nella natura delle cose. “Al ristorante”. L’erboristeria ha cessato l’attività, evidentemente. Facciamo scorta di quel che c’è, con Enzo che mette fretta. “Sono già le tre”, continua a ripetere. E al campo, sulle note di Amico Uligano, arriviamo primi. Sbaragliando una concorrenza che è ancora in albergo, a godersi docce e piscine. Giustamente. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il campo sportivo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I papà, le fidanzate dei nuovi acquisti. I foggiani di Trento, di Bolzano, di Verona, di Brescia. I giocatori del Mezzocorona individuano la bandiera che sventola e si danno di gomito. I nostri hanno facce da ragazzini. Le facce. Le rivediamo tutte, quelle che ci aspettiamo. I gruppi. Sbarcano dai furgoni, avanzano, invadono i tre gradini dell’impianto. Abbracci, pacche sulle spalle, sfottò in dialetto. Attorno ci sono i foggiani trapiantati, che sorridono mentre la lingua materna si fa largo nell’aria rarefatta del Tirolo. 875 chilometri da casa. Il bar è aperto e spaccia birre in bottiglia a 2 euro. Un Lucano e un Borghetti passano di mano in mano. Le cronache si concentrano sulle serate alcoliche. “Ma voi quando siete arrivati?”, “Stamattina”, “E ripartite?”, “Domani”, “E dove dormite?”. Cazzo, è un’ossessione. C’è un sole che spacca le pietre, i pensieri notturni non ci riguardano. Gli striscioni, le pezze. Il rifiuto a chi pensa che la nostra stessa esistenza sia un favore, una gentile concessione. E le squadre entrano in campo. Le torce – saranno almeno sette al primo giro – le cipolle, le bandiere che sventolano, le mani al cielo. È una stronzata, a pensarci. Ma non chiediamo di meglio. I sorrisi di quelli seduti attorno diventano sempre più blandi, mentre negli occhi ora si legge un minimo di preoccupazione. La disinformazione sul nostro conto non va in ferie, il sospetto rimane. E s’acuisce quando la voce di un uomo in borghese, accompagnato da due individui in divisa, chiede di parlare col responsabile della tifoseria. Risate. Poi l’invito a non lasciare le bottiglie di vetro in giro. “Sapete, c’è gente che ha famiglia”. “Anche noi abbiamo famiglia, eh… Non è che siamo proprio soli al mondo”. Dalla balaustra i lanciacori mettono la marcia alta e zippano il repertorio, col risultato che al 10’ le abbiamo fatte quasi tutte. Inutili gli inviti alla calma. Siamo in altura, il cervello risponde freneticamente agli stimoli. Zero a zero in campo. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Per la maglia sudare e lottare, chi non ci sta libero di andare&lt;/span&gt;, abbiamo scritto nero su bianco. Ma qui siamo ancora all’abbrivio. Alla fine del tempo, i commenti sono già disfattisti. “E meno male che è solo mezzo corona…che con una corona intera a quest’ora stavamo 2 a 0”. Noi, lupus in fabula, abbiamo preparato la gag. La polizia ora è attentissima, controlla ogni movimento. Così abbiamo solo il tempo di aprire il furgone, tirare fuori le birre dalla borsa frigo, una per volta, sfoderare un coltello da cucina e tagliare certosinamente un limone a fettine. Indi, passargli davanti con sette bottiglie di Corona canticchiando “Mezza Corona, beviamo mezza Corona”. C’è anche un tifoso dei veneti. Ride con gli altri. Uno sbirro ci si para davanti, a mani aperte come il preside della mia scuola quando la sirena – per errore – aveva suonato l’uscita anticipata. Uno scoglio in mezzo al mare. Cerca di bloccarci. Enzo, con la tecnica di guerriglia infantile del “guarda lì”, gli indica un posto alle spalle, quello si gira e perde il placcaggio. Mentre intorno si fugge come da un Cpt. È uno scoglio, l’agente. E difatti non può arginare il mare. Giuriamo che gli riporteremo le bottiglie entro massimo cinque minuti. Ma poi la partita inizia, ed è avvincente come un torneo agonistico di Scarabeo. E quindi ci dedichiamo alla cura personale. A quei cori che ci servono per rinfrancare lo spirito. Nel mirino Zeman, gratificato da un quasi ballo di gruppo e soprattutto dagli occhi spiritati, il solito napoletano (evergreen più di Albano e Romina) e i ternani. Perché ci andava così. Arriviamo al limite estremo del trenino (da sempre il punto di non ritorno), quando l’arbitro non ci concede un rigore solare e la finta contestazione al sistema-ladro diventa poco comprensibile. Il direttore di gara, difatti, vede piovere una bella bottiglia d’acqua sul terreno. L’esagerazione goliardica porta il buon uomo a guardarci come a cercare di capire se facciamo sul serio. Mi perdo il gol, ma non l’esultanza. Che è smodata, da Champion’s. Alla fine, incamerata la vittoria, chiediamo alla squadra di venirci incontro. I ragazzi si schierano a centrocampo, non sanno bene cosa fare. Anche perché, come al solito, noi quando siamo felici sembriamo minacciare il linciaggio. Ginestra, il portiere d’esperienza, li prende per mano e li accompagna sotto di noi. Dove beccano complimenti che sembrano insulti. E tornano felici agli spogliatoi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Appendice&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Avete letto lo striscione, eh? Letto lo striscione? Leggetelo!”,&lt;br /&gt;“Si, si, l’ho letto”,&lt;br /&gt;“E allora avete capito cos’è che vogliamo? Dovete sudare la maglietta!”,&lt;br /&gt;“Vabbé, ma io sono portiere”.&lt;br /&gt;Gli sbirri bloccano la strada. Sembra una partita seria. Ci incanalano verso l’esterno del paese. Una camionetta è ferma proprio lungo la discesa che ci dovrebbe condurre alla location scelta come quinta della nostra cena e del riposo conseguente. Così siamo costretti a tergiversare. Con lo staff della squadra, con qualche giocatore. È puro cabaret. “È stato bello vederci?”, domandiamo. Il ragazzo dice di si, che è stato emozionante. Gli confidiamo che “Bene, perché non ci vedrai più”. E il discorso vira sulla tessera, sugli assurdi impedimenti a goderci pomeriggi come questo. Poi, passare davanti ai ragazzini e dirgli, con faccia seria alla Jack Nicholson in Shining, che è meglio se si mettono in salvo. “Andate via da Foggia, uagliù”. Quelli ci guardano. Non sanno d’aver capito. Aggiriamo l’ostacolo poliziesco dopo una buona mezz’ora. Il programma slow-food prevede torcinelli e salsicce alla brace con salse, pane abbrustolito e un whiskey da inaugurare. Il fiume lancia latrati poco rassicuranti. I segnali parlano di improvvise mareggiate. Nel frattempo cala l’oscurità. E l’improvvisa voglia di vestire la felpa, dimostra che la temperatura sta crollando. Alle otto non si vede più niente, alle otto e mezza non si riconoscono le facce. Tornano alla mente gli oscuri presagi. “Voi dove dormite?”. La legna accatastata non è sufficiente a tranquillizzarci. Mangiamo malcelando stanchezza e perplessità. Ma mangiamo tutto. E quello è l’importante.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(continua?)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-9082800845341675325?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/9082800845341675325/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=9082800845341675325&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/9082800845341675325'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/9082800845341675325'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/08/la-gita-tedesca.html' title='La gita tedesca'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-2553563115835100856</id><published>2011-06-22T14:06:00.000+02:00</published><updated>2011-06-22T14:07:05.692+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Non voltarti</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La parte lesa.&lt;/span&gt; Noi del calcio – e non so se dire di questo calcio – siamo la parte lesa. E non sono le scommesse, i brandelli di ricevute perse per una partita conservati qua e la nei tiretti. Non sono i soldi. Fortunatamente i soldi non sono tutto, e non tutto si può comprare. È la volontà di continuare a seguire con passione una passione che si incrina. La parola magica: passione. La descrizione di un attimo, direbbe qualcuno. Salire i gradoni e tornare bambino ogni volta. Liberare gli istinti. Cantare, come se fosse una logica conseguenza della partecipazione ad uno spettacolo. Di cui ci sentiamo – perché siamo – l’ingrediente fondamentale. Invece lo sforzo è continuo. Impari e disilluso. Come in un labirinto dell’orrore al luna park, fingere di non sentire le mille voci morenti che s’alzano dal buio, e andare avanti. Come la leggenda di Euridice. Arriverà il momento in cui ci volteremo. Ci chiameranno i corrotti, gli affaristi, gli speculatori, i politici, le bandiere ammainate di scatto. E sarà finita.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Beppe Signori. &lt;/span&gt;Non dico Paoloni. Non dico gli altri. Ma prendi uno come Beppe Signori. Una generazione si è sgolata a gridare il suo nome. Magari non a Piacenza – non me li immagino gridare i piacentini – ma a Roma, a Bologna. Qua. Soprattutto qua. All’epoca si usava. Il giocatore, nel patrimonio del tifo, era ancora un valore. E la Sud cantava per lui. Brighenti, che scese allo Zaccheria con la sua Italia di B, si disse sconvolto dal tipo di venerazione di questa piazza per quel tizio coi capelli biondi. E questa piazza – salvo alcuni, tra i quali mi annovero dall’inizio – ha continuato a difenderlo a spada tratta anche dopo quel famoso, inutilissimo quinto gol contro di noi, in un Lazio-Foggia che finì 7-1. “È un professionista – dicevano i suoi amanti, non meno traditi di noialtri che puntavamo il dito – che cosa avrebbe dovuto fare? Buttarla fuori?”. Non sia mai detto. Ma il biondo Signori non si limitò a questo. Corse sotto la Nord dell’Olimpico che sembrava un invasato che realizza il sogno della vita. Il parricidio. Eppure giunse il perdono collettivo di una città disposta sempre – magari per evitare di staccarsi da quel passato denso di ricordi – a sentirlo comunque uno dei suoi. Poi una mattina arriva la notizia del suo arresto. E ti viene da trovare un muro a caso e scrivere: &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Chi fa i cori ai giocatori merita Beppe Signori&lt;/span&gt;. Perché così è. La giusta pena per chi riempie d’affetto un comunissimo mercenario. Il giusto contrappasso per uno che ha barattato la stima della gente per un over a Inter-Lecce.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Zeman e il Pescara.&lt;/span&gt; Prendi uno come Zeman. Il Pescara comunica il suo ingaggio e una città, certo già ammaestrata a dovere dall’incantatore di serpenti che viene dal Vesuviano, esplode di rabbia, invidia, frustrazione. Grida al tradimento. Io non la penso così. Voglio dire: sappiamo perché è andato via (e se non sappiamo vuol dire che vogliamo non sapere); sapevamo che avrebbe continuato ad allenare, com’è giusto che sia, come ha fatto a Napoli, a Salerno e ad Avellino. Non ci trovo nulla di male, nulla di strano. Eppure, è talmente tanta la perfidia, la gioia sublime nel vedere questa gente dimenarsi per così poco, questi idolatri nel panico per il crollo della statua, che non dico niente. Anzi, assecondo l’indignazione. Fosse stato davvero un Profeta, avrebbe avuto lo stesso intuito della veggente che predisse a Federico di Svevia di non bazzicare località dai nomi floreali. Avrebbe evitato di tornare a Foggia. Perché i ricordi non devono mai essere messi alla prova, mai sfidati, mai oltraggiati. Federico II ci è morto. A Castel Fiorentino.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il ministro Maroni.&lt;/span&gt; Leggo: “Oggi si consegna il programma della Tessera del tifoso al mondo del calcio”. Penso: oggi? Come oggi? Perché oggi? “I tifosi hanno compreso che lo strumento della tessera non è uno strumento di polizia ma di fidelizzazione dei supporters al proprio club”. Leggo. Ma lo sguardo laterale è attratto dal bannerino in moto perpetuo. Le nostre bandiere, le curve, le mani al cielo. In scorrimento. Leggo: “diminuzione del numero dei feriti, l´81% tra le Forze di Polizia ed il 58% tra i civili, rispetto al campionato 2005/2006. Tutto ciò riducendo del 35% il personale delle Forze dell´Ordine impiegato”. Ancora bandiere di lato. Ancora curve. E viene da chiedersi: ma possibile che non l’abbiate ancora capito? Eppure i sintomi sono chiari, lampanti. In scorrimento perpetuo. Il calcio sono gli spalti. Il ministro avrà pure buon gioco a riempire sale conferenze, a ficcarsi in bocca i suoi trenta microfoni, a raccontare che va tutto bene, che tutto è a posto ora, che il Paese può continuare a dormire sonni sereni. Potrà proseguire la sua opera di dissuasione, di repressione, di intimidazione, che è già a buon punto. Questo non lo si può negare. Potrà inasprire l’assurdità e l’anticostituzionalità della norma (e le disposizioni per la prossima stagione parlano chiaro: azzerate le trasferte, azzerata persino la discrezionalità di quell’ente osceno che è – era? – il Casms. Diretta emanazione del ministro e del suo stesso ministero). Il colpo di mannaia non cambierà un bel nulla. Perché non si può modificare geneticamente l’unico aspetto della tanto invocata “cultura sportiva” che realmente è parte dell’immaginario, del vissuto, della gente: senza popolo il calcio è fiction. Dovesse realmente spuntarla il ministro, la nostra vendetta sarà vederlo festeggiare sulle rovine di Cartagine.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-2553563115835100856?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/2553563115835100856/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=2553563115835100856&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/2553563115835100856'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/2553563115835100856'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/06/non-voltarti.html' title='Non voltarti'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-3544971158597535680</id><published>2011-05-24T14:58:00.002+02:00</published><updated>2011-05-24T15:05:05.511+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Il dito medio di Zeman</title><content type='html'>Come le storie tormentate, russe e ottocentesche. Gli allontanamenti struggenti e irreversibili, i ritorni – annunciati e pertanto improvvisi – che fanno da sfondo ad un mare di palpiti, le mani che si toccano, i nuovi allontanamenti, gli addii inevitabilmente, nuovamente irreversibili. Ondate di sentimenti sul bagnasciuga. Un nuovo blocco di file da aggiungere al database del Mito. È durata dieci mesi, stavolta. È finita ieri mattina. Presto, fortunatamente. Una conferenza stampa unilaterale, autoconvocata. Diciannove minuti di chiacchiere, proclami, domande più o meno incisive. Il minimo sindacale per aprire il sipario sulla città, per riportare nelle strade il reale protagonista di questa storia che, tra salti e abissi, dura da venticinque anni: il Suggestionato. O, accantonando i laicismi, il Fedele. Lo Zemaniano puro, lasciato con un pugno di parole sull’argine della disperazione, dell’alcolismo, del gesto insensato ed estremo. Nella valle di calde lacrime latine che da ieri è diventata questa città orfana del Boemo. Nuovamente. Bizzarrie di una religione che, a differenza di ogni altro monoteismo, prevede un Profeta che arriva e va, arriva e va, come i cicli lunari. Disseminando poi il sentiero dell’allontanamento di una scia di non-detti, di versioni, di interpretazioni. Del necessaire di cui parlare per i prossimi anni d’immobilismo e nostalgia.&lt;br /&gt;Uomini affranti a crocchi davanti ai barbieri, ai bar, agli angoli di strada. Come nel Novantadue, quando il Maestro assecondò lo smantellamento della squadra che più di tutte aveva incarnato il suo Miracolo; come nel Novantaquattro, quando decise di disgiungere il proprio nome dalla Città celeste che l’aveva reso qualcuno. Che l’aveva santificato e fatto Messia. Anche se nessuno diventa Messia senza esserlo. Un mare di sms, telefonate cellulari, messaggi sui social forum. Unica concessione mondana ai tempi, implicito segnale dell’acqua passata sotto i ponti mentre noi si venerava l’icona. Una voce insistente chiedeva di correre ad accamparsi sotto casa sua. Alla mangiatoia. Passare la notte sotto le sue finestre. Per qualcosa di sottilmente intermedio tra la serenata e l’appostamento. L’ultima volta la proposta era partita da Frengo a Mai dire Gol, il lunedì sera. E, come ieri scriveva un amico, c’era ancora la Jugoslavia. Altra gente garantiva: “è partito per Roma, è andato via”. Altri insistevano: bisogna andarci comunque. A piantare le tende.&lt;br /&gt;Come gli Indignatos spagnoli. Le cose serie per cui si manifesta, da queste parti, non riguardano certo la previdenza sociale e i lavori a chiamata.&lt;br /&gt;Le tv locali – in tre a martellare contemporaneamente con pareri di dotti, medici e sapienti nel solo primetime – rilanciavano l’idea di un corteo in difesa della dignità di Zeman. &lt;br /&gt;Anche se, beh è chiaro, noi non sappiamo sul serio come stiano le cose. “Sotto”. E quando si dice “sotto”, o “sotto sotto”, si ammette tutto: la pochezza del credente di fronte al mistero della fede. All’insondabile disegno del divino, che è l’altrove non comprensibile dagli animi semplici. Le manifestazioni – anch’esse bizzarre ed originali – dell’unico semidio che dibatte in vita col suo clero secolare. A dodici ore dalla conferenza stampa, grande era la confusione sotto il cielo. E la situazione, dunque, eccellente.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zeman aveva consegnato le sue tavole alla memoria degli scriba – e ai futuri apologeti – intorno alle 11 del mattino. L’amicizia e l’ambizione frustrata, il fallimento e le ingerenze esterne e interne, &lt;br /&gt;il fardello dei suoi nemici. E, nell’ombra, i dissapori con la corte. Sapete cosa penso di Zeman, del suo protagonismo fuori luogo, della riconoscenza per quei primi anni Novanta che non possono trasformarsi in annullamento perpetuo delle facoltà cerebrali, in una sospensione di giudizio ad oltranza. Zeman è l’uomo che ci ha portato a sfiorare la qualificazione Uefa. E nessuno lo dimentica. È anche l’uomo che ha monopolizzato i dibattiti calcistici per vent’anni di pantano e fango, di C1 e C2. Gli “anni bui”, come li chiamano molti. Quelli dei quattrocento paganti sugli spalti con l’Atletico Catania e delle migliaia di ex-tifosi a casa, riconvertitisi alla causa della memoria nostalgica e seguaci di quel che fu. Sacerdoti laici del culto. Certo, mi direte, non è mica colpa sua. No, non lo è. Ma a volte un Mito può far molto male. Bloccare la crescita. E questa comunità è un trentenne che adora ancora ciò che adorava nella prima infanzia. Converrete che non sia proprio sano. Non lo sembra e non lo è. Invece, al ritorno del Boemo – la celebrata estate foggiana del 2010, i bagni di folla invece dei bagni di mare, i teatri strapieni e i manifesti celebrativi per la campagna abbonamenti col faccione del mister e l’annuncio: I sogni diventano realtà – questa comunità non cresciuta è ricascata nel suo trauma infantile. Si è consegnata alla sua ossessione. Alla sua compulsione. Non ripeto il già detto, il piano perfetto dell’ispiratore neanche tanto occulto. Fatto sta che ieri mattina, incrociandolo in corridoio, ho fatto un segno con la mano a mio padre. Un segno rapido, sfuggente, con la destra. Sufficiente per comprenderci. “Se ne va?”, mi ha chiesto. “Si”, ho risposto. “Dovrebbe arrivare Ugolotti”. A pranzo, diverse ore dopo, ho provato a comprendere i meccanismi interni della sua smorfia mattutina. Sono uno che, adesso più che mai, vorrebbe dire che l’aveva detto. Perché in fondo bisogna ogni tanto tracciare una linea e fare un bilancio delle posizioni, dei proclami, delle fregnacce assurde dette da chiunque. La libertà d’espressione sarà anche una gran cosa, però saltuariamente si potrebbero anche tirare due somme. Fatto sta che dinanzi al sorriso mesto di mio padre il cuore ha dettato una specie di retromarcia alla lingua. Rispetto per le passioni altrui, anche quando l’evidenza le isola come impulsi da altre ere. Come per i collezionisti di accendini, di orologi, di auto d’epoca. E quando mi è stata posta la domanda precisa: “Che ha detto?” (per i non foggiani: lo si nomina meno di Bashar Al-Asad in Siria), mi sono sentito rispondere con una voce non mia. Certo, ho detto le solite cose. Ma stavolta c’era qualcosa di diverso. E non era solo il rispetto filiale per le delusioni di un genitore. Dentro di me s’era fatta strada una seconda via. Aveva sedimentato una posizione alternativa. Senza quasi che me ne accorgessi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Zeman, secondo alcuni, ieri mattina ha salvato Foggia e il Foggia dalla persecuzione. Questi fedeli dicono: “Se fosse rimasto, non ci avrebbero fatto mai salire”. Ci sta, nella storia di un Messia. Sacrificarsi per i nostri orribili peccati. Ma sono chiacchiere, lo sappiamo tutti, anche se facciamo finta di niente. Zeman ha un’età, una carriera. E pochi tram ancora da prendere al volo. Specie alla luce dei suoi risultati concreti. Non ci vuole molto a capire che, nel doppiofondo delle parole di circostanza, si nasconde una divergenza di vedute pratiche: qualcuno voleva assegnargli una nuova nidiata di prestiti da svezzare, senza alcuna garanzia; qualcuno voleva mettergli tra le mani una squadra non all’altezza. E le sue mani, per quanto taumaturgiche, hanno avuto un fremito umano. Ed hanno mostrato il medio. Ma in questo, paradossalmente, si nasconde il suo ruolo salvifico. Che, per la prima volta in un quarto di secolo, sono disposto a riconoscergli. Ieri Zeman ha salvato Foggia da un incantesimo. Non dal suo, quello nessun sesto posto in Lega Pro potrà lavarlo via dalle menti del popolo bambino. Ma abbandonando la piazza, lacrime a parte, ha denudato il progetto del suo compare. Ha costretto questa città e la sua gente a guardare in faccia ciò che la sua stessa figura, fino all’altroieri, nascondeva. Zeman era il pareo sulle vergogne dei venditori di fumo, degli speculatori della passione, degli incantatori di serpenti. Tutto era perdonato, tutto era accettato. Nel suo nome. Dalle 11 di ieri mattina, tutto ciò sarà ancora possibile solo a patto di rivelare dapprima una clamorosa faccia tosta. E quello che dicevamo da un anno circa il cerebrale, triennale piano casilliano di rinascita, è diventato d’un tratto palpabile. Visibile ai tanti che, rapiti dal fascino totalitario del passato remoto, invaghiti dall’idea assoluta (e assolutoria) di riviverlo, avevano fatto di tutto per non considerarlo, per non metterlo a conto nel bilancio della rinascente speranza. A Zeman va riconosciuto questo, come tributo. Un salutare scossone all’ambiente. E seppure è troppo facile retroattivamente fargli carico dell’aver contribuito – non certo da umile idealista – all’instaurazione del nuovo regno di don Pasquale in terra di Capitanata, quanto meno l’uscita di scena, le note nascoste nella sua voce, meritano un plauso. L’omaggio dovuto a chi s’accolla, a un certo punto, l’onere doloroso di svelare ai bambini che Babbo Natale non esiste, non è mai esistito. Lasciando che i pargoli paghino, con la moneta dello sconforto, il prezzo della crescita. E questa piazza sarà costretta a crescere, adesso che il paravento è sparito, partito dopo l’ennesima sconfitta; sarà costretta a guardare il progetto di chi ha utilizzato il calcio come ariete per sfondare i cadenti bastioni dell’economia foggiana. Seimilasettecento tesserati, tremilaottocento abbonati, prezzi esorbitanti per ogni partita interna, la concessione dello stadio comunale, una giunta sotto ricatto perenne. Il prezzo che la città ha volentieri/volontariamente pagato al sogno di riavere Zeman tra i suoi figli. Una promozione non ottenuta, nonostante i proclami. E adesso, nuovi proclami rimasti a mezz’aria: “L’anno prossimo andiamo in B in volata”. Promesse difficili da mantenere. Un restyling impossibile da ultimare, specie in termini di fascino: perché Bucaro e Matrecano non sono Zeman; perché Ugolotti o Novelli in B, magari, ti ci portano pure, ma bisogna garantirgli una squadra, e una squadra vera costa; perché era Zeman che apriva il credito d’immagine per i prestiti dall’Inter o dal Cagliari; perché era Zeman, e la sua suggestione, che riempiva la Curva Sud a 15 euro, la Gradinata a 22. Adesso l’imprenditore Casillo è nudo. Dovrà dimostrare di essere senza sovresporre il suo frontman. Dovrà spendere e riconquistarsi una piazza smarrita. Tradita. Coi nomi dei giocatori, l’organico, l’appetibilità del progetto. Come tutti gli altri presidenti. Facendo a meno dei tremilaottocento abbonati, tanto per cominciare. Dimostrando coi risultati che il prezzo di un biglietto non è solo un atto di fede incondizionata. Perché fino a ieri era possibile prendere cinque gol a Lanciano senza che la piazza battesse ciglio e penalizzasse gli incassi del don. Ma da domani non sarà più così. Com’è giusto che sia. Adesso i venditori di fumo dovranno riconvertirsi ai generi di prima necessità. E la piazza dovrà pensare al pane, senza farsi rintronare dalla propaganda sullo champagne. Di questo – e non avrei mai pensato di doverlo fare – ringrazio Zeman. E il suo dito medio.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-3544971158597535680?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/3544971158597535680/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=3544971158597535680&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/3544971158597535680'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/3544971158597535680'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/05/il-dito-medio-di-zeman.html' title='Il dito medio di Zeman'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-6854133241218791117</id><published>2011-05-23T11:06:00.001+02:00</published><updated>2011-05-23T11:09:09.370+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Pensiero comparato</title><content type='html'>&lt;!--[if gte mso 9]&gt;&lt;xml&gt; 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Sparato dritto sull’entusiasmo del prato. Sui giocatori che dalla panchina schizzano in campo schizzando raffiche d’acqua sulla testa dei compagni. Su quelli che a centrocampo s’abbracciano. Sui dirigenti, i massaggiatori, gli accompagnatori, che invadono il terreno del Friuli. &lt;i style=""&gt;The Champions&lt;/i&gt;. Scene di giubilo dallo schermo. Spalti gremiti, pacche sulle spalle. Un piccolo ingorgo di pensieri si negano la precedenza a vicenda. E nell’angolo del divano scappa un sospiro lungo, profondo. E lo schiocco secco di una manata, di quelle che ti dai da solo sulla coscia, poco sopra il ginocchio, come stimolo a muoverti, ad alzarti quando sei seduto. “Che è?”, chiede mio padre, “Niente, niente”, rispondo. Attraversando il corridoio, sparendo nelle mie segrete. L’&lt;b style=""&gt;Udinese&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;Ci pensavo nel pomeriggio. A quella punizione sulla trequarti, nei minuti di recupero della penultima di campionato. Punizione per il Monza, sull’1-0 per noi. Dalle radioline improvvisate, finanche da quelle oniriche, frutto della fantasia del popolo creatore, giungevano le notizie importanti. Da Cremona. Il Padova non andava oltre il pari. Uno a uno, dicevano alcuni. Due a due, secondo altri. Tre a tre, per altri ancora. &lt;i style=""&gt;Altro&lt;/i&gt; era quotato a 25. Fatto sta che eravamo ai playoff. Il giocatore del Monza, dalla trequarti, invece di scodellare al centro dell’area il cross della speranza, effettua un monumentale retropassaggio al portiere. Una mega-struttura, un ponte dei sospiri accolto dal frenetico battimani riconoscente. Noi, ricordo, abbiamo riso. Ed abbiamo commentato: “Quanto dev’essere brutto, oggi, essere un tifoso del Padova”. Il &lt;b style=""&gt;Padova&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;Peggio ancora. La settimana prima c’era stata Novara. Gli imprescindibili 3 punti contro i locali. Per continuare, noi, ad inseguire l’ultimo posto utile per giocarci le B. E a pensare, sul colpo di testa di Biancone, alla sciatta esistenza di un tifoso dei bianco-blu, in bilico tra anonimato ed emozioni mediocri. In generale. Anche aldilà di quel giorno, allorquando bisognava permettere al Foggia di passare. Finì 3-2 per noi. “Poveri tifosi del Novara”. Il &lt;b style=""&gt;Novara&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;Per non parlare del giorno dell’Immacolata del 2004. Quattordicesima d’andata. Allo Zaccheria, il Foggia batteva 4-1 in Napoli. Se un folletto si fosse materializzato nel cerchio di centrocampo per vaticinare che una di quelle due squadre, di lì a sei anni, avrebbe avuto in tasca la qualificazione per la Champions League senza neppure passare per i preliminari, chi avrebbe osato rispondere che la predestinata aveva la maglia rossonera a righe? La &lt;b style=""&gt;Champions&lt;/b&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Durante la traversata che c’avrebbe portato al Nereo Rocco di Triste, dinanzi al cartello che sanciva in 40 chilometri la distanza dalla città di Udine, tra di noi convenimmo che mai avremmo pensato di trovarci così vicini al centro friulano. Come per una sorta di respingimento morale. Ora, i tifosi dell’Udinese andranno in vacanza con l’incognita di conoscere i luoghi della loro esperienza europea. Mentre, appena appena più a sud, quelli del Padova si stanno preparando a giocarsi, in quel di Torino, nel prossimo fine settimana, l’accesso ai playoff di serie B, per strappare la massima serie magari proprio ai novaresi, che da due stagioni si tolgono una soddisfazione dietro l’altra. Il Napoli è giunto terzo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-6854133241218791117?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/6854133241218791117/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=6854133241218791117&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/6854133241218791117'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/6854133241218791117'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/05/pensiero-comparato.html' title='Pensiero comparato'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-3966442321260240439</id><published>2011-05-03T14:17:00.001+02:00</published><updated>2011-05-03T14:19:32.321+02:00</updated><title type='text'>Borghetti/Chartreuse</title><content type='html'>&lt;span style="font-style: italic;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Foggia, 9-10 aprile 2011&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I ragazzi sono sbarcati dal furgone che c’era ancora il mercato. E un sole già estivo costringeva alle mezze maniche e a rendere liturgicamente omaggio ad uno dei luoghi comuni sul Sud. Quello della bancarella del pesce ci ha visti schierati in plotone ed ha chiesto se per caso non stessimo correndo a farci la tessera. Pochi passi tra le verdure e la frutta, e l’attenzione era tutta per loro. Altri luoghi comuni confermati a velocità supersonica. “Di dove sono?”, “Francesi?”, “Ci sono i francesi”, “I francesi”. In cinque minuti lo sapevano tutti.&lt;br /&gt;A Foggia, checché ne dica la toponomastica, non puoi fare il carbonaro.&lt;br /&gt;All’ombra del bandierone nero ci godiamo le proporzioni. “Dobbiamo mangiare?”, ci eravamo chiesti il giorno prima, in vena di super-organizzazione nordica; “Si, ma qualcosina, tanto la sera facciamo la brace”; “Allora facciamo preparare qualcosa, tipo assaggini”. Salame, formaggio, mozzarelle, olive, taralli. E parmigiana, pasta al forno, insalata di riso. Ok, non è cosa nostra. Non siamo gente in grado di escludere la tavola dai principi cardine dell’accoglienza.&lt;br /&gt;Nel manuale del perfetto ospite, c’è la dismisura.&lt;br /&gt;Ci sono le arance di Vico, che il Conte sostiene piacciano molto ai francesi. Non tutte le arance italiche in genere, solo quelle di Vico. Ci sono gli adesivi. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Aujourd'hui pour les Ultras, Demain pour toute la ville&lt;/span&gt;. Enzo si preoccupa. Non chiede: “Sono venuti bene? Sono belli?”. Domanda: “Sono grandi?”.&lt;br /&gt;La dismisura. Architrave dell’accoglienza. O della paranza.&lt;br /&gt;Come quando ai matrimoni si chiede quanto si è mangiato, e non come, e le famiglie si confrontano sugli sprechi, a pesci in faccia. Si stappano i Sansevero, i Troia, i Cacc’e mitt, che all’Ipercoop ce ne abbiamo messo di tempo per trovarne di autenticamente nostrani. Il Salento spopola, anche negli ipermercati. Si brinda. Ci teniamo a far bella figura. I ragazzi se lo meritano. Per l’accoglienza che ci è stata riservata a Grenoble, durante la prima neve dell’inverno, ma soprattutto per la passione che ci mettono. In condizioni senz’altro diverse dalle nostre. Ne parliamo. A Foggia – e nel passato ancor più che nel presente – a 8/9 anni già si scimmiottano gli ultras. Nei tempi che furono i bambini che attaccavano i mezzi degli avversari sembravano piccoli palestinesi. Non lo facevano per accreditarsi agli occhi dei grandi. Lo facevano naturalmente, come un’appendice della cultura stradaiola di cui era impregnata questa città. È innegabile: fare l’ultras a Foggia è più semplice. Forse era. Comunque sia, a Grenoble è senz’altro più difficile. Per questo stimiamo questi ragazzi. Per l’intrinseca, forse persino da loro sottovalutata, capacità di andare controcorrente. Le bottiglie di Chartreuse finiscono in frigo, i cicchetti di Borghetti planano sul vassoio. Il caldo della controra ci spinge a muoverci, che se rimaniamo seduti finisce che le gambe s’anestetizzano, trasformandoci in precoci anziani a guardia della soglia di casa. Ai grenoblesi non va di giocare a pallone. Sanno di perdere, evitano la figuraccia! Allora si va verso la Sud. A prendere in giro il giardiniere. E poi al Trinacria, a prenderci in giro noi stessi. Domani c’è il Pisa. Non ci saranno gli ospiti, ma siamo tesi comunque: è una questione di aspettative. Le nostre e le loro. Che finisci che ti ritrovi a rimpiangere il passato, e risulti patetico epigono. Come un etrusco. A dire che se questi ragazzi c’avessero visto all’opera dieci o quindici anni fa. Ma tant’è. Ci muoviamo in blocco. Una specie di cura per gli aspetti della passeggiata fino a Parco San Felice mostra la reale partecipazione dell’intero manipolo. Foggia è città piatta, senza vedute a perdita d’occhio, senza hinterland, senza quei segni della storia che altrove fanno le città d’arte. E trasmettere il nostro innamoramento per questo spazio urbano non può che avvenire attraverso le emozioni. Le storie di una città chiamata comunità. Che per la comunità esiste. La sera arriva presto. Le torce illuminano le facce tirate nei cori: &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Foggia, Grenoble!&lt;/span&gt; Arrivano gli amici, quelli degli altri gruppi, e insieme s’aggredisce la fornacella. La birra soppianta il vino nelle scelte, sintomo emblematico che l’estate sta arrivando sul serio. Rivediamo i video, quei video che gli abbiamo regalato da un anno ma che dimostrano di non aver mai visto! E così è di nuovo Benevento-Foggia, è di nuovo la stagione scorsa, con Trieste e Verona, Cosenza e Portogruaro. Non è vanagloria. Perché se il senso di comunità è essenziale per spiegare questa città, questo video potrebbe essere stato prodotto tranquillamente dalla Pro Loco con finalità turistiche. La stanchezza affiora a tarda ora. Si dorme un dormiveglia alcolico. Ci si risveglia con una giornata di appuntamenti ed impegni. Il chiosco, l’onda d’urto delle nuove birre e del caffè. Poi ci accodiamo alla fila. E l’emozione sale. Per una partita qualsiasi, anonima, banale. Eppure senti di avere voce da spendere e voglia. Quella voglia razionalmente inspiegabile, perché se la ragione esistesse in queste lande, dinanzi alla selettiva, scientifica devastazione di un mondo,di una cultura, questa imporrebbe l’abbandono, quando non l’abiura. Invece, basta salire quei gradoni per pensare che ancora non è detta l’ultima parola. Quei blocchi di cemento ci parlano. Di quello che siamo stati e di quello che, nonostante le mille contraddizioni, siamo ancora. O dobbiamo essere. Tendere a essere. Sono la continuità di una tensione, la storia dei nostri tanti patimenti e delle nostre gioie contate. Ma anche, e soprattutto, la testimonianza più viva e vitale della nostra crescita.&lt;br /&gt;Dobbiamo ai gradoni gli uomini che siamo.&lt;br /&gt;A quello che ci hanno insegnato: all’amicizia, al senso di appartenenza, alla memoria. Ai più grandi, ai coetanei, alle nuove leve. È come vedere un vecchio amore dalla bellezza inalterata nonostante il passare delle stagioni. Non puoi far finta di niente. E lasci da parte la repressione, le dure battaglie contro la tv, la Tessera, i disastri del calcio moderno, il business, la mercificazione degli istinti vitali. Sospendi il giudizio e canti. Come se tutto fosse limitato a questo. Come se non esistesse il tempo. O la ragione. “In alto le mani”, gridano dalla balaustra. Fa caldo, ma dalla reazione sembra che sarà una bella domenica. Classica domenica da fine stagione. I nostri amici si guardano attorno. Siamo tesi e orgogliosi. &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Canteremo fino alla morte innalzando i nostri color&lt;/span&gt;. Il primo coro è sulle note della Marsigliese. Loro non la amano. E non sappiamo se viverla come un omaggio o un oltraggio. Nessuna delle due, poco ma sicuro. Pura casualità. Li vedo battere le mani a ritmo, con noi. E sono davvero felice. Il primo tempo è buono, con qualche picco notevole. Alla fine del primo tempo il Foggia è avanti 1-0. Ha segnato un napoletano su rigore. E tutti sono lì a dirmi che bisogna cantare di più, che la curva così com’è è penosa.&lt;br /&gt;Fa parte della nostra cultura, il bicchiere è mezzo vuoto dai tempi in cui traboccava.&lt;br /&gt;I nostri amici sembrano aver apprezzato. Ed è l’unica cosa che conta. Un giudizio esterno, una volta tanto, un occhio estraneo alle diatribe. Nella ripresa il Foggia realizza il secondo e il terzo, e caliamo un po’. Il sostegno si lega alla sofferenza, non alla celebrazione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Intermezzo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Finiamo il video-montaggio il lunedì sera. Certo, mancano le immagini dell’agguato all’autogrill, quando spiegare alle pattuglie che stavamo recitando una rissa con degli amici in partenza è stato più duro del previsto, ma per il resto la carrellata di fotografie è abbastanza completa e rappresentativa dei due giorni passati con gli amici grenoblesi. Esaustiva, si direbbe. Pubblico e critica apprezzano. Anche la velocità della realizzazione si conforma alla particolarità del momento, e merita un plauso. Plauso. L’ansia da prestazione svanisce in un vago senso di compiacimento. I ragazzi sono partiti da meno di ventiquattro ore e già ci abbandoniamo all’epica dell’aneddotica, all’apologia del ricordo: il vecchio flebilmente avvinazzato che viene a cantare le canzoni di Morandi e Ranieri, lo stuolo di scrocconi che sembra attirato dall’odore della carne sulla griglia, la politica matrimoniale delle curve suggellata al ristorante di Matteo, e Matteo stesso che mi ha gentilmente fatto sapere che “Visto che è una bella giornata, perché non mi mettete in giardino?”. Il video si chiude. A bientot, scriviamo. Abbiamo raccontato della partita con la Nocerina, dei tesserati di Nocera Inferiore che verranno a Foggia in massa, del nostro presidente e dei problemi che ci sta creando. A Grenoble ci sono due amici che non son potuti scendere con gli altri. E fino a fine campionato restano solo due match.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style: italic;"&gt;Foggia, 23-24 aprile 2011&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora siamo alla vigilia di Pasqua. E, soprattutto, alla vigilia della sfida con la Nocerina. Ci giochiamo una stagione, siamo in giro dalle 9 del mattino. Aspettiamo i grenoblesi. “Siamo contenti che si siano trovati bene l’altra volta”, ci dicono tutti. Anche quelli che non li hanno conosciuti. Dev’essere quel senso di comunità di cui si parlava, di cui ognuno non è altro che un bene fungibile, avanguardia o retroguardia che sia. Squilla il cellulare. Rispondo. Sono loro, sono quasi giunti. Noi ci siamo persi nelle campagne. Ma la voce che sento mi dice che in quaranta minuti saranno al casello. Abbiamo tutto il tempo di chiamare Angioletto e il Conte e di assegnargli il compito della prima accoglienza. “L’unica cosa che non dovete fare è entrare a Foggia col furgone”, mi raccomando. Con l’aria che tira oggi in città, è meglio non passare per pecorelle nocerine smarrite. La campagna, dopo una mezz’ora di lieto peregrinare, assume le fattezze di un luogo conosciuto: la superstrada. È questione di minuti. Angioletto chiama: qui ancora nessuno. Invito alla pazienza. È passata solo mezz’ora, penso e dico. Poi, però, ripenso. E dico altro: “Come si dice quaranta in francese?”, “Quarante”. E “Quinze” che significa? “Quindici”, è l’agghiacciante risposta.&lt;br /&gt;Ok, ragazzi, niente panico.&lt;br /&gt;Valerio chiama dalla cantina sociale: “Sono qui, sono arrivati da soli”. Apposto. Sono entrati a Foggia col furgone. Hanno fatto quel che non si doveva fare. Ma sono sani e salvi. Il tempo di smobilitare il presidio del casello e potremo goderci pizza e birra. Invece le cose vanno da subito diversamente. Dal furgone vengono fuori diverse bottiglie e finanche una borsa frigo. Sarà una giornata anomala. Lo si intuisce dai primi sentori. Dalle scintille che annunciano il giorno. Dopo gli abbracci, i ricongiungimenti, le presentazioni, si spiega il nostro stato d’animo: oggi ci giochiamo tutto. Ma tutto, tutto. In campo, certo, un grosso pezzo di serie B. Ma sugli spalti la nostra dignità. Ed è l’unica partita che realmente non possiamo perdere. Loro saranno tanti, tesserati e anche più di mille, anche grazie alla gentile premura della nostra società che ha scontato a 10 euro il biglietto per il loro settore. Cinque meno del nostro. E si che potrebbero festeggiare la cadetteria in casa nostra. Questa cosa mette i brividi. Fa orrore. Quanto al resto, al contorno, è tutto decisamente improbabile. Le undici circolari giungeranno superscortate da Candela. Nessuno, a quanto pare, s’è risolto a mettersi in viaggio fai-da-te. Neppure la B vale un sussulto, un rischio fuori programma.&lt;br /&gt;Lo Zaccheria delle 12,30 è un luogo onirico, inesistente e impalpabile. Noi siamo in gruppo, ma stavolta non c’è l’aperitivo al chiosco, non c’è la gente che sciala, solo una tensione che spacca la schiena. Il pullman della Nocerina entra con qualche difficoltà. La gente non fa ressa. È ancora troppo presto. I chips ci chiedono una foto-ricordo. La concediamo malvolentieri. In fondo, pensiamo, è il prezzo della celebrità. L’eterno dibattito dei salotti televisivi: dove finisce la privacy di un vip? E soprattutto: i vip hanno diritto ad una privacy?&lt;br /&gt;Decidiamo di entrare, che tanto qua attorno l’aria è spessa coltre di calore e vuoto. Dentro c’è un clima primaverile. A me ricorda la partita col Licata, incubo della mia infanzia. I gruppi sono al loro posto, non riesco a stare fermo. Stefan mi sorride e mi dice che, nonostante tutto, gli piace la tensione. La mia e quella degli altri. È vero. L’adrenalina scorre. Siamo tifosi, a parte tutto il resto. E non è vero che tutte le partite sono uguali. I nocerini entrano nel settore. Sono tanti. Sono, oggettivamente, brutti. Accozzaglia di pellegrini e ultras tesserati con tanto di pezze. Sembra una scampagnata senza stile. Fossero stati i cavesi o i paganesi, penso, sarebbe stata altra storia. Qualche coro ostile, ma senza quella rabbia interiore che solo un anno fa salutava i 700 pescaresi. L’impatto sembra buono, ma in un anno cambiano tante cose. Loro saranno umorali, noi pure. Molto dell’esito – fa strano dirlo, ma è così – dipenderà da come si metteranno le cose in campo. E le cose in campo, nel primo tempo, si mettono bene. Il Foggia sembra determinato a far sua la partita, sfiora il gol in tre occasioni. La curva risponde. Anche la Nord canta compatta, ma quella non è una novità. Su un calcio di punizione per noi, il riverbero del coro diventa imponente. A me viene da piangere. Non ci sarà mai più una curva che canta così per novanta minuti? Dubbi. L’anno prossimo, forse, non avremo neppure più una curva. Ma chi la dura la vince, si dice di solito. Noi siamo disposti a giocarcela. Di fronte sembra che i cori partano da gruppetti spontanei, piazzati qua e la. Che non esista un vero centro propulsore. Qualcuno sta ancora giocando a nascondere la propria identità. Poi, sull’onda dell’entusiasmo, pare che dilaghino. Si muovono le braccia ritmicamente, quindi staranno cantando. Ma nel primo tempo non c’è margine. Non li sentiamo. La ripresa comincia con un bicchiere di limonata. Come alle feste delle medie. Il Foggia prende il gol della disillusione. Da calcio d’angolo, sotto la Sud. La stessa bandierina che ci fu fatale col Licata. La delusione serpeggia. Di fronte si fa festa. Adesso qualcosa ci arriva di quel che dicono, ma sono troppo sfilacciati per sommergerci. Ne avrebbero la possibilità. Perché noi sbandiamo e ripariamo coi nervi, con sempre meno collaborazioni dai lati, da quella gente che – l’abbiamo già detto ma è sempre meglio ripetersi – è corsa a tesserarsi per paura di non trovare posto al circo di Zeman, ed ora è passiva ed inutile. Un peso, in ogni senso. Mai una risorsa. Fatto sta che alla fine tutti si lamentano dell’arbitro e il Foggia esce sconfitto. Peggio: Foggia è costretta ad assistere ai loro festeggiamenti che – avrò modo di accertarmene su You Tube – cominciano sulle note del Surdato nnammurato. Meglio l’Eccellenza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come si dimentica un scena del genere? Come si ripara ad un pomeriggio così? Andando a casa, probabilmente, staccando il cervello e provando a ricaricare le pile leggendo Conan Doyle. Ma noi fortunatamente non abbiamo scelta. E allora il tempo di riorganizzarci e ci incolonniamo su viale Ofanto. Sotto il Colonnello D’Avanzo, un paio di macchine dai vetri infranti: i superscortati tesserati hanno trovato avversari degni della loro foga. Giunti alla base, tiriamo fuori il divano celeste, che sul marciapiede fa tanto fashion. E in barba al motto &lt;span style="font-style: italic;"&gt;Ultras, no turismo!&lt;/span&gt;, molliamo per un paio di ore i vassoi di superalcolici per immergerci nella realtà del centro. Non ci eravamo riusciti, l’altra volta. Da Largo Rignano, dalle traverse che nascondono Piazza XX settembre. È affascinante spiegare il perché del logo con le tre fiammelle, davanti al municipio. Non sembra, forse perché adombrato dall’ordinario scorrere della quotidianità, ma c’è qualcosa che somiglia fortemente all’orgoglio nel captare l’interesse negli occhi altrui. Che specchiano i miei di quando ero ragazzino e ascoltavo la leggenda dei pastori e dell’Iconavetere. Via Arpi con le macchine che sfrecciano, a dispetto dello spazio. Il tabaccaio che domanda: “Siete gemellati?”, nella convinzione assodata che non possa esistere altra lingua oltre l’italiano. In piazza dell’Addolorata ci fermiamo a parlare del barocco meridionale: roba da ultras. La città vive di quei guizzi preserali e prefestivi che ho imparato a conoscere in anni di frequentazione intima. Da Paolo vorremmo fare scorta di birre, ma un tizio ci racconta di bambini che rubano cellulari e non vuole saperne di lasciarci andare. Gli amici ridono. Quella sottile membrana che separa la realtà immaginata dal pittoresco realmente vissuto. La cattedrale è impacchettata, nasconde i gargoyle, ed è un peccato. Si parla di precariato, di famiglie che stentano a formarsi e non si formano, di politica. Federico II abbatte per l’ennesima volta le mura di cinta nei racconti di un dopopartita. La sera incombe. È tempo di tornare alla base. Alle torce, ai cori, all’amicizia. La zona pedonale è piena di gente. La stessa continua a domandarci cosa abbia fatto il Foggia. Per i ragazzi di Grenoble è bello sentire questa partecipazione. Per noi è una iattura, la forma esterna più sprezzante e offensiva del disinteresse. Un giro alla Ghiacciaia, due parole su Umberto Giordano. Domani sarà Gargano. E così, col passo di chi ancora vive nel piacere di stare insieme, di condividere e socializzare, la partita sembra alle spalle. Dimenticata. Non è così, ma per questa volta è piacevole anche godersi l’illusione.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-3966442321260240439?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/3966442321260240439/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=3966442321260240439&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/3966442321260240439'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/3966442321260240439'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/05/borghettichartreuse.html' title='Borghetti/Chartreuse'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-392562001997001116</id><published>2011-04-27T15:33:00.001+02:00</published><updated>2011-04-27T15:33:32.259+02:00</updated><title type='text'>Il mito del complotto</title><content type='html'>Da più parti mi sento dire: “Ce l’hai con Zeman, ce l’hai con Casillo, parlare con uno così pieno di pregiudizi non ha senso. Non vale la pena”. Certo. Del napoletano neppure a parlarne. Ma da Zeman, in fin dei conti, all’inizio mi divideva esclusivamente il modo di vedere il calcio. Era una questione “filosofica” applicata al 4-3-3. Quando ci mollò, nella lontana primavera del 1994, salutai un allenatore come tanti, indubitabilmente più vincente di tanti. E accolsi Catuzzi, senza percepire lo strappo epocale. Il crollo dell’Impero d’Occidente.&lt;br /&gt;Il mio pregiudizio – o meglio, quello che altri chiamano il mio pregiudizio – ha fatto capolino dopo. Da quando cominciai ad avere il chiaro sentore del mito che aveva creato in città, e che fungeva da sentinella in luogo della sua assenza. Zeman, per i foggiani, era diventato un condottiero epico. Gli venivano attribuite imprese mai compiute e gonfiate imprese mediocri; gli si attribuivano doti e motti di spirito probabilmente mai pronunciati. E, alle questioni tattiche, aggiunsi questa avversione al culto. Alla nostalgia come sistema di chi non è in grado di vivere il presente.&lt;br /&gt;Quindi vennero le denunce di calciopoli, e la “sua” Foggia si schierò in corpo solido contro Moggi e il Sistema. Anche se probabilmente Zeman in primis non intendeva dire quel che gli è stato attribuito, fatto sta che la cittadinanza aveva preso a foraggiarne la crociata.&lt;br /&gt;Da allora alle critiche tecniche, filosofiche e mitologiche, aggiunsi anche una personalissima e perdente battaglia contro il vittimismo, piaga sociale al pari dell’analfabetismo. Zeman perdeva a Brescia, ad Avellino, a Istanbul, a Belgrado, e tutti qui inveivano contro il Sistema. Uno slittamento di senso inspiegabile, con occhio logico. Ovviamente, mai avrei pensato di ritrovarmelo qui, a prendere casa a due passi da casa. Mai avrei immaginato di poter vivere un pomeriggio come quello dell’Ariston, con la città impazzita e i manifesti in strada col faccione del “Maestro” a sostituire/sintetizzare una squadra intera. Mai avrei pensato di vedere abbonamenti graficamente impostati sulla firma del boemo. Rosso in campo nero. Quando uno, in un consesso popolare, diceva “Il Foggia di Zeman”, otteneva sull’uditorio lo stesso effetto di chi ancora s’ostinasse a parlare della Napoli di Maradona. O di Franceschiello. Era un concetto del passato. Invece: I sogni diventano realtà. C’era scritto su quei manifesti. L’estate scorsa. Dieci mesi fa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ora è aprile. Fine aprile. Il Foggia, come quel dì col Licata, domenica scorsa è stato battuto in casa. E, con tre giornate ancora a calendario, è a 6 punti dall’ultimo posto buono per giocarsi i play-off. In sostanza, nonostante la fede incrollabile, è fuori dai giochi. Nelle ultime quattro giornate – primaverili – ha perso tre volte. Ma la città in cui vivo è in piena sindrome da complotto. Un complotto oscuro, dai tratti sfuggenti, dagli intenti incerti eppure chiarissimi. Il Foggia non deve andare in B. Ordini dall’alto, o dal basso del Re del Mondo. Il guaio è che a soffiare sul fuoco della persecuzione, non è il basso volgo suggestionato e suggestionabile. Sono gli stessi pifferai magici che l’hanno sedotto e abbandonato. Certo, a luglio scorso, tra gli osanna e i bagni di folla, l’accoppiata Casillo-Zeman non poteva che promettere sfaceli. Si vincerà il campionato, quanto meno si centreranno i playoff. La squadra di ragazzini in prestito cominciò bene la stagione, alimentando il sogno di quanti avevano preso per buoni i manifesti ed erano corsi ad abbonarsi. Giustificando, inspiegabilmente, finanche il prezzo del biglietto delle curve, schizzato a 15 euro. La squadra si era tolta lo sfizio di vincere a Cava, a Barletta e Castellammare, e la società aveva accuratamente evitato di farsi trascinare nelle polemiche sull’arbitraggio delle ultime due. Ad ottobre i primi scricchiolii. L’Atletico Roma pareggia una gara che rischiava seriamente di perdere evitando di buttare fuori il pallone. Casillo, negli spogliatoi, adombra sospetti sull’arbitro e minaccia di ritirare la squadra al prossimo svarione. Che avviene, puntualmente, all’ultima d’andata, allorquando Biancolino del Cosenza segna strappando con le mani il pallone al portiere. Ma la squadra resta dov’è. Casillo non mantiene la promessa bellicosa e, in quanto a guerre, ne comincia una tutta personale contro gli ultras delle due curve, accusati d’ogni genere di nefandezze e di essere la principale causa dei propri guai economici con la Lega. Nel frattempo, anche il Pisa ha modo di lamentarsi dell’arbitraggio, a loro dire favorevole all’Uesse. Dinamiche usuali, nel calcio di terza categoria. Nel calcio in genere. A marzo il Foggia vince ad Andria grazie ad un vistoso errore della terna, e dopo la gara con il Gela in casa – il pallone non restituito ai siciliani sull’azione del 2-2 – il mondo della C comincia ad attaccare Zeman, falso profeta del calcio pulito. Si mette male per Casillo. La piazza, che da per certi i playoff, guarda con interesse gli scarti dal terzo posto, che a un certo punto dista 3 lunghezze. Sogna, come da imperativo murale. In un simile periodo, ci pensa il patron a gelare l’ambiente. In una conferenza stampa di 52 minuti senza contraddittorio annuncia d’avere rogne dalla vecchia società e ostacoli dal Comune, rigetta la concessione quindicennale dello Zaccheria e annuncia che non questo, bensì l’anno prossimo, è quello buono per salire. “Al cento per cento”. E nel girone settentrionale. E mentre l’addetto stampa comincia il suo mese di superlavoro, il popolo si autocostruisce l’alibi. “Casillo ha promesso una salvezza tranquilla, una stagione di transizione”, senti dire in giro. Non è vero, ma seppure lo fosse, verrebbe da chiedersi perché mai una piazza come questa, da 13 anni in astinenza da cadetteria, abbia sentito il dovere di portare in trionfo gli ambasciatori di un simile progetto. Cosa abbia spinto questa folla a sognare, se il sogno è la permanenza in terza serie. Fatto sta che il Foggia perde a Siracusa, e la società sbraita: l’arbitro ci ha insultato. Perde a Terni, e sbraita: un giocatore della Ternana ha dato un pugno a uno dei nostri. Perde con la Nocerina, e sbraita contro le multe: ce l’hanno con Zeman, non vogliono farci salire. Mentre da più parti si portano a suffragio della tesi le partite farlocche della Juve Stabia, della Nocerina e del Taranto. La piazza è soggiogata e fa eco. Dimentica il rigore generoso di Terni, così come dimentica il doppio biscotto che, sempre a Terni, ci ha spedito per due anni ai playoff ai danni di Padova e Cavese. Dimentica, così come ha dimenticato le parole dolci che riservava al povero Novelli, che ai playoff ci portò. O gli insulti agli “otto pezzenti” che guidavano l’Uesse prima. Gli stessi che a giocarci la B erano giunti tre volte su quattro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Ma tu chi sei, l’avvocato difensore degli otto soci?”, mi dicono quelli che sottoscrivono in toto la lamentela secondo cui “Tutti hanno paura del Foggia”. Tutti. Dai servizi segreti haitiani alla mafia russa. E non si capisce perché. No, rispondo, non sono l’avvocato di nessuno. Ho contestato la squadraccia dell’anno scorso, ho passato le mie brave notti bianche per salvare la mia squadra e la categoria a giugno, ho sfilato in corteo per le strade vuote di una città indifferente e distratta. Ma proprio in virtù di questo, non capisco questa improvvisa bontà d’animo della mia gente. Della stessa gente che l’anno scorso – sempre ammesso che si interessasse alle sorti dell’US Foggia piuttosto che guardarsi Diretta gol – invitava alla durezza, alla spietatezza. Oggi non finisce niente. Niente più di quanto non fosse finito a luglio. Casillo e Zeman erano due decaduti. Oggi sono nuovamente in attività. Il primo ha fatto un po’ di soldi tra incassi degni d’altre categorie e agevolazioni della Lega per l’impiego di under 20. E, soprattutto, è tornato a fare breccia nell’economia foggiana. Il secondo ha uno stipendio più che discreto e insegna filosofia perdente per mascherare l’ennesimo fallimento sul campo. Perché tutto ruota lì attorno. Al risultato che non c’è. E alle giustificazioni nelle teste delle persone che spianano al mito la propria predisposizione alla lamentela. L’alibi è perfetto. La società ha trattato a pesci in faccia le dirigenze altrui, e ora frigna di un piano per estrometterla dai play-off. A me non interessa. Io ragiono per quel che mi compete e per quel che porto a mente. E faccio attenzione a quel che vedo. L’epica del pulito sconfitto perché tradito fa strada in strada e gode il suo momento di massima gloria. Ma il re è nudo. Tra tre settimane si comincerà a pianificare il futuro. Vedremo, se come piazza dignitosa, saremo in grado di chiedere cosa ci viene offerto in cambio del nostro personale sacrificio. Vedremo se saremo ancora in grado di affrontare gli insulti e i settimanali ultimatum con la stessa stoica leggerezza d’animo. Vedremo, se a conti fatti, il mito sarà più forte della realtà.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-392562001997001116?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/392562001997001116/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=392562001997001116&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/392562001997001116'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/392562001997001116'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/04/il-mito-del-complotto.html' title='Il mito del complotto'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-7917500769331739692</id><published>2011-04-20T15:32:00.000+02:00</published><updated>2011-04-27T15:33:07.690+02:00</updated><title type='text'>I mulini del signor C.</title><content type='html'>“Non dobbiamo fare polemica, non dobbiamo causare divisioni”. “È il momento dell’unità, questo”. “È il momento del massimo sforzo”. “I processi, se ce ne saranno da fare, li si farà alla fine”.&lt;br /&gt;Non l’ho mai sopportata questa filosofia&lt;br /&gt;I momenti dell’affratellamento forzato, della retorica da corpo unico, del serrate le fila. Sforzandomi, riesco a comprendere la luminosità del futuro che si apre, come scenario probabile, a ricompensa del sacrificio. A rivalsa del silenzio. Ma è il metodo che mi lascia perplesso.&lt;br /&gt;Succede in ogni campo. Quando qualcuno si alza sulla cattedra, o s’affaccia dallo schermo in soggiorno, per annunciare che è il momento di fare cordone, di puntare lo sguardo al radioso domani per superare tutti insieme le vacche magre dell’oggi, io comincio sempre a sentire puzza di bruciato provenire dalla stiva. &lt;br /&gt;Ma  non voglio farla pesante. Più pesante del reale. Non voglio riempire queste righe di esempi altisonanti, buttarla in caciara facendo assumere ad ogni vicenda l’impeto eroico delle cose serie. In fondo, si parla di calcio. Di rappresentazioni culturali legate a questo. Tutt’al più. Nulla più di questo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sabato a Foggia arriva la Nocerina. Il Foggia è sesto, a 3 punti dal quinto posto, l’ultimo utile per giocarsi la promozione ai playoff. La Nocerina è invece al countdown per la promozione diretta, che potrebbe festeggiare proprio allo Zaccheria. Siamo in C1, o in Lega pro, come si dice oggidì. Girone meridionale. Un ambiente inadatto a signorini e anime belle. Un luogo dove giocare sporco fa parte del gioco. E dove, come per strada, nessuno se ne dovrebbe lamentare. Le regole sono quelle, da che mondo è mondo. Di idealisti che alzano la mano e richiamano l’attenzione della maestra, in questa categoria, non ne abbiamo mai voluti. E non ne vogliamo.&lt;br /&gt;Ora: il Foggia, in condizioni limite, si gioca una fetta di stagione. Non può sbagliare. Foggia è una piazza passionale, scostante ma innamorata, e nelle occasioni che contano sa fare la differenza. In condizioni normali, con l’ansia del tutto per tutto che afferra la gola, la settimana santa che precede l’incontro avrebbe dovuto fungere da sacra rappresentazione: piccole provocazioni, impedimenti, ostacoli. Il Foggia, la società dell’US Foggia, avrebbe – in condizioni normali, ripeto, nel calcio scorretto e meraviglioso che ricordo bene – dovuto principiare una battaglia a distanza con gli omologhi nocerini tale da rendere il clima incandescente. La classica fornace nella quale arrostire l’avversario. Quindi: la schermaglia andava cominciata lunedì e proprio a partire dal seguito, dal supporto. I nocerini preparano un piccolo esodo. In scala, visto il calcio di oggi e le ristrettezze conseguenti: Tessera, percorsi obbligati, stadi non omologati per la reale capienza. Comunque sia, almeno mille nocerini si metteranno, sabato mattina, in marcia per Foggia. Ecco: bisognava – e in altri tempi più rusticani lo si sarebbe fatto – disseminargli il percorso di (metaforici, s’intende) chiodi. Dai cavilli burocratici ai costi proibitivi dei biglietti. Il messaggio avrebbe dovuto essere: noi ci giochiamo la B, e siccome la cosa ci preme più di ogni altra programmata a breve-medio-lungo termine, più di ogni trattato di buon vicinato (che non c’è mai stato, oltretutto), voi dovete togliervi di mezzo. Una società del genere sarebbe stata profondamente scorretta, profondamente meridionale, profondamente da Girone B. E, di conseguenza, profondamente apprezzata.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Invece, da queste parti qualcuno s’è messo in testa – sbagliando clamorosamente – che noi con questi mezzucci, con questa gente, non vogliamo averci niente a che fare. Come a sottolineare che siamo in queste lande, come diceva Battiato, solo di passaggio. Nomadi della terza serie, laddove la storia degli ultimi venticinque anni dimostra, numeri e frequentazioni alla mano, l’esatto contrario. Non solo. Il proprietario dell’US Foggia, che non mi va neppure di nominare, già due settimane fa, durante l’ennesima conferenza stampa bonapartista senza contraddittorio, si era rabbiosamente detto rammaricato di non poter ampliare la capienza dello Zaccheria per far fronte alle richieste dei tifosi della Nocerina, quantificati in duemila unità. Immaginiamo: duemila tesserati nocerini che partono alla conquista della promozione – che potrebbero tranquillamente conquistare tra uno o due turni – e bivaccano nel nostro stadio proprio nel giorno in cui noi ci giochiamo i resti. In questa serie ognuno porta acqua al suo mulino. Ora non resta che stabilire quale sia il mulino del nostro: il suo portafogli, da rigonfiare velocemente a suon di caro-prezzi e squadre raffazzonate ma giovani come vuole la Lega, o la promozione della sua, ma soprattutto nostra squadra? Perché, sembra chiaro, se l’obiettivo è il secondo, allora si rinuncia ad una parte d’incasso e si ostacola l’avversario con ogni mezzo a disposizione. Altrimenti, non resta che sancire che il nostro obiettivo e quello del patron divergono in maniera quasi antagonistica. Non si incita il Comune ad allargare il settore ospiti per giocare in trasferta la partita della vita, se si vuole andare in B. Lo si fa se si desidera fare cassa. Se si vuole andare in B si punta sulla piazza, sui tifosi. Ma, nonostante un poco invidiabile record di comunicati stampa, nessuna parola – dall’inizio della stagione – è stata riservata al trattamento che i non tesserati foggiani stanno subendo dall’Osservatorio: 15 divieti su 17 partite in trasferta, Viareggio e Foligno comprese. Ma questo non sembra un problema. Anzi, le uniche due volte che l’addetto stampa s’è fatto sentire, è stato per definirci “idioti” o “delinquenti”, all’indomani di multe che, con l’andare del tempo, la società avrebbe accumulato anche grazie ai distinti abitanti della tribuna o ai tesserati in pellegrinaggio. Il quadro sembra chiaro. La considerazione che riserva ai tifosi della squadra che ha “acquistato” è figlia di un sentimento complessivo di rivalsa nei confronti della città che gli ha voltato le spalle quindici anni orsono. Probabilmente non dimentica, lui, di essere andato via da Foggia mentre la Sud gli augurava un tumore e il resto dello stadio applaudiva, condividendo. Peccato che la stessa memoria lunga non ce l’abbiano i tifosi stessi, sdraiati al suolo a fare da scendiletto al vendicativo napoletano. E stamane, da ultima, la notizia che i nocerini saranno a Foggia pagando 10 euro di biglietto anziché 15, suona alle mie orecchie come l’ennesimo affronto. Come la summa sublime del disprezzo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Bisogna stare tutti uniti, non spaccare il fronte proprio adesso”, dicono gli strateghi. Ma io, sul serio, tra tesserati e vecchi e nuovi servi, non capisco proprio a quale unità fittizia facciano riferimento. Sabato sarò al mio posto, coi miei fratelli e gli amici, a sostenere la squadra della mia città verso una vittoria importante, sul campo, e ancor di più a contribuire all’inevitabile vittoria sugli spalti. Perché delle manovre, delle speculazioni, dei retroscena, non voglio sentir parlare. Quelli di fronte sono campani, rivali di sempre. Mi basterà quello per cantare ancora. Ma non venitemi a dire che siamo tutti sulla stessa barca. Perché, semplicemente, non è così.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-7917500769331739692?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/7917500769331739692/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=7917500769331739692&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/7917500769331739692'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/7917500769331739692'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/04/i-mulini-del-signor-c.html' title='I mulini del signor C.'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-4350235423971059639</id><published>2011-03-27T21:33:00.000+02:00</published><updated>2011-03-27T21:34:32.908+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Lettere al nulla</title><content type='html'>“Da come parli, niente niente tu c’hai il diploma”. Nei quartieri della vecchia city i compiti erano rigidamente gerarchizzati in base alle competenze e alle abilità dell’individuo all’interno del gruppo. Una meritocrazia del fare, dell’agire e del pensare, tale da annichilire il progressismo spiccio di certe sinistre scandinave. C’era quello che sapeva menare le mani, che difendeva l’onore della sua gente ed ispirava i sonetti degli chansonnier alle feste di piazza; quello che si spaccava la schiena sui cantieri o al mercato, o si produceva in altre imprese per procacciarsi un reddito, sin dalla più tenera infanzia; e quello che, a detta di tutti, sapeva “leggere e scrivere”. Lo scriba, il cervello non necessariamente fino, ma la risposta pronta e arguta sempre in canna. Il guerriero, il contadino e il sacerdote della tripartizione medievale. Poi è venuta la scuola dell’obbligo, l’innalzamento dell’età della scolarizzazione, finanche l’università di massa. E i pensatori dalle mani bianche si sono moltiplicati, anche nei quartieri della working class e del sottoproletariato. È cominciata l’epoca d’oro degli addetti stampa. Foggia ne ha a iosa. Ogni istituzione, ogni ente, ogni teatro, ogni locale, affida la propria campagna d’immagine, la necessaria comunicazione globalizzata, ad un addetto stampa. Ogni società, azienda, agenzia sente l’impellente bisogno di dotarsi di un individuo di tal fatta. Anche se non ha una minchia da dire. È diventato una sorta di biglietto da visita. Io stesso ne avrò conosciuti personalmente almeno una dozzina. Il Comune, poi, ne ha addirittura cinque. Un rapporto pro capite di addetti stampa tra i più alti nell’Europa continentale. L’era di questi personaggi ha seguito a ruota, come uno sviluppo logico-conseguenziale, quella dei web designer. Perché, a pensarci, è logico: il Comune si fa fare un sito, poi appalta a qualcuno il compito di riempirlo di parole. Nella pagina ad hoc del Municipio ci sono avvisi di conferenze per scolaresche, laboratori per scolaresche, concorsi per scolaresche. &lt;br /&gt;I giornalisti li riconosci dall’adipe. Il dito indice della destra consunto nell’esercizio dell’Invia/Ricevi. L’occhio clinico a spulciare gli spazi bianchi in cui poter inserire un commento al virgolettato. C’est plus facile!, intere pagine dei quotidiani si plasmano sui comunicati stampa.&lt;br /&gt;A Foggia vergare comunicati è un’attività impegnativa. Ogni mattino un addetto stampa si sveglia e sa che dovrà far correre la lingua sul foglio se vuole circumnavigare la crisi ed evitare di finire ai semafori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un’evoluzione nostrana dell’addetto stampa, poi, è lo scrivano plenipotenziario che dialoga – da pari a pari – coi pezzi grossi del pianeta. Come a dire, dal pc della cameretta ai saloni affrescati. Da via Eugenio Masi allo Studio Ovale della Casa Bianca. Una sorta di patetico stalkeraggio dei potenti, messo in atto da emuli di Jacopo Ortis, o di Nanni Moretti in Palombella rossa, non si sa se più furbi o più fessi.&lt;br /&gt;Dopo la gara del “Flaminio”, ad ottobre, pur di compiacere la sfuriata del patron Casillo, il direttore di Telefoggia – che va sul satellite ma non la guarda nessuno, anche se editore e compagnia sembrano sottovalutare il dato – scrisse una lettera a Napolitano. Da allora l’immagine del Presidente della Repubblica nel suo studio intento a leggere, a scuotere la testa e ad indignarsi per i due punti persi dal Foggia contro l’Atletico Roma, mi tormenta come da bambino mi tormentò &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Profondo rosso&lt;/span&gt;. L’addetto stampa dell’US Foggia, dal canto suo, scrive comunicati con una frequenza da far impallidire Moccia e Bevilacqua. Parole in libertà su ogni argomento dello scibile umano. A qualsiasi mittente. A questa schiera, oggi si è aggiunto il sindaco. Una bella lettera indirizzata alla Figc e alla Lega Pro per difendere la comunità dall’accusa infamante di discriminazione razziale. Mica pizza e fichi. È successo in settimana. Il giudice sportivo aveva multato di 7.500 euro la società per colpa dei “buh” razzisti indirizzati ad un giocatore di colore dell’Atletico Roma. Un macigno difficile da digerire. E così – ignorando per un attimo le buche per strada, gli omicidi di mala, la disoccupazione e il dissesto finanziario – il sindaco ha avvertito l’urgenza di prendere carta e penna ed ha illustrato al mondo la propria versione dei fatti. “Profondo rammarico per il comportamento vergognoso e deplorevole tenuto da alcuni spettatori”, e al contempo grande voglia di “dimostrare ciò che Foggia realmente è: città accogliente, tollerante e aperta a tutti, che per cultura e storia secolari ha messo al bando ogni forma di razzismo e favorisce l'integrazione in tutti i modi, che non conosce barriere per gli stranieri, i migranti, i deboli e gli emarginati”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;È colpa della scolarizzazione di massa. Della globalizzazione. Di internet. Di una certa decadenza del senso del pudore e del ridicolo. Un tempo nessuno si sarebbe sognato di scrivere comunicati ufficiali per ogni pipì di gatto. Un tempo nessuno avrebbe sopravvalutato il proprio ruolo, il proprio personale pensiero, fino al punto da ritenerlo così centrale, finanche fondamentale al dibattito politico-istituzionale. E un tempo, da ultimo, gli scrivani del popolo avrebbero indagato un po’ più a lungo prima di spedire una lettera al papa. O a Savonarola. Del resto: che senso ha dire che a fare “buh-buh” all’avversario è stato “uno sparuto gruppo di persone che indegnamente vengono considerati tifosi”? A qualcuno era mai venuto in mente che l’intero stadio avesse assordato il ragazzo con manifestazioni d’aperto razzismo? C’era davvero bisogno di sottolineare che “i tifosi foggiani hanno eletto a loro beniamini l'ivoriano Kone e il nigeriano Agodirin”, come a specificare che ci sono anche “negri da cortile”? E non è un po’ fragile – pur volendo sposare l’ottica di chi ha scritto la letterina – sostenere che Foggia non è una città razzista adducendo a prova del nove il fatto che non ci sono mai state aggressioni ai danni di stranieri? Ci sarà pure una differenza tra uno sguardo di disprezzo e il Ku Klux Klan. O no? Insomma: cos’è tutto sto protagonismo? Da dove cavolo proviene? Dove vuole andare a parare?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Lo stadio è il luogo del politicamente scorretto. Nonostante tutto, fortunatamente lo è ancora. Bombardati dalla par condicio elettorale, dalle ricorrenze rigorosamente bipartisan, dal cerchiobottismo dei salotti reali e televisivi, dalla propaganda melensa che poi arma i cacciabombardieri, allo stadio si va per essere veri. Senza inutili ricompense o biasimi, nella recita della massa l’istinto si libera e libera l’individuo. L’avversario è avversario, e lo si stuzzica, lo si provoca, laddove è maggiormente sensibile. Non esistono regole. Esiste il popolo per quel che è, nella goliardia come nella cattiveria, nella brutalità come nella solidarietà, senza le pratiche di chi si sente al sicuro solo confezionando schemi utilitaristici. Eppure, fermo restando questo, domenica scorsa nessuno ha intonato un solo coro razzista ai danni di nessuno. Il sindaco, se era allo stadio, avrà potuto appurarlo. Altrimenti, potrebbe procurarsi le immagini da una qualsiasi emittente locale. O, meglio, avrebbe potuto. Ormai è tardi, e le parole scritte rimangono. A testimoniare l’ennesimo dramma collettivo indotto dal quale dobbiamo emendarci. Non ce la facciamo proprio a sfuggire alle penitenze. Ci dicono che siamo cattivi e chiediamo scusa, senza nessun avvocato che richieda per noi lo stesso supplemento d’indagine di cui hanno beneficiato Olindo, Rosa e Pietro Pacciani. Una mossa automatica, un riflesso condizionato che, va da se, finisce per far perdere ogni valore alla testimonianza. Un lupo che chiede sempre scusa o è molto furbo o è molto fesso. E in ogni caso annoia. Ottenendo l’effetto contrario. Si dice: ma se il sindaco avesse negato che qualche spettatore della tribuna – ah, già, perché stiamo parlando della brava gente della tribuna, non degli scorrettissimi ultras parafascisti – si sia effettivamente prodotto in suoni gutturali, non avrebbe forse commesso un imperdonabile atto di omertà, di compiacenza, di connivenza? Non sarebbe venuto meno al ruolo pedagogico che noi tutti chiediamo alla politica? Arrivati a questo punto, è così. Ma, prima di giungervi a quel punto, perché – invece – non tacere proprio? Perché non rivalutare il silenzio dei chiostri e delle abbazie? No, no, no. Ci mancherebbe!, risponde scandalizzata la centuria degli addetti stampa. Che nessuno provi a resistere alla tentazione della realpolitik delle mele marce. A quella forma di delazione mirata, alla canonica suddivisione del mondo in buoni e cattivi, coi primi sterminata maggioranza e i secondi sparuto gruppo da perseguire. Si invocano le forze dell’ordine per chi lancia una bottiglietta in campo, pene severe per chi sfotte l’avversario. Cristo! L’addetto stampa dell’Us Foggia ha quantificato in 100mila euro il totale delle multe collezionate da inizio stagione. Una cifra a forfait, buttata lì a casaccio, di tre volte superiore a quella reale. Ma ormai, nessuno ci fa più caso. E questa indifferenza generalizzata, questo menefreghismo autistico, figlio dell’abuso di parole, altro non è che il maggior risultato dell’eccesso di comunicazione. Ben vi sta! Ora non ci resta che rimpiangere l’epoca dell’università per caste.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-4350235423971059639?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/4350235423971059639/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=4350235423971059639&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/4350235423971059639'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/4350235423971059639'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/03/lettere-al-nulla.html' title='Lettere al nulla'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5312130255728795211</id><published>2011-02-15T13:06:00.000+01:00</published><updated>2011-02-15T13:07:09.370+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Nota sul divieto carnevalesco</title><content type='html'>E ti scoraggi. Pensi che era tutto pronto. Il furgone, le bandiere, le uscite autostradali. Gli svincoli dove incontrare gli amici, i nostri moderni emigranti. Da Bologna, da Roma. L’adrenalina sottopelle, quella dei chilometri, dell’abitacolo carico di fumo e urla, di discorsi sovrapposti e spezzettati, di Borghetti nei bicchierini di plastica in plastica planata da una fila all’altra, che cade sui pantaloni di quello che sta avanti. E le bestemmie. La musica, i giornali spiegazzati, i panini, l’autogrill. Non vedevo l’ora, mi dicevo, e non stavo davvero nella pelle. Come quella volta prima di Ancona in treno speciale. Come quel quindicenne che ero. Ma come può una Viareggio qualsiasi paragonarsi alla Napoli del 3-3, quando eravamo in A?, mi dicevo, fino a dieci minuti fa. E mi rispondevo che nella vita non sempre bisogna cercare risposte. Ieri Antonio me lo accennava per gioco: “Vedrai che vi vietano pure questa. Domani si riunisce l’Osservatorio”, ed io, sulle note di Battiato, rispondevo con ostentata sicumera (ma chi cazzo me la da poi sta sicurezza a me quando rispondo?) che l’Osservatorio si riunisce il giovedì, che questa volta ha già trattato lo spinoso caso di Esperia Viareggio-Foggia, in programma sabato, e proprio non ha trovato appigli per vietarcela. Poi è giunto l’essemmesse. Divieto di vendita ai residenti in Puglia. L’ha deciso il Prefetto di Lucca. E ti scoraggi. Ti cadono le braccia. L’adrenalina che sentivi (per una trasferta di merda, va detto) si trasforma in rabbia e scoramento. Vorresti mandare tutti al diavolo. Ma ti dici che bisogna razionalizzare. Scrivere, magari, per chi non leggerà. O chi, pur leggendo, non capirà. Seguiterà a non voler capire. Che la battaglia contro la Tessera è una battaglia di cittadinanza. Di libertà. Non solo il folkloristico tentativo di continuare, imperterriti, nella pratica di violare altri stadi. E la tranquillità della gente perbene, che per sua natura non sa, non vuole sapere.&lt;br /&gt;C’è della perversione. Dell’accanimento.&lt;br /&gt;Il fantoccio del Casms – Osservatorio o come diamine lo si voglia chiamare – strumento fittizio del Ministero degli Interni, come primo stadio di un processo repressivo. Vincolante solo nel propinare divieti. In caso contrario, ovvero quando neppure questo manichino storpio ravvede motivi d’ostacolare la libera gita fuori porta dei manipoli di cittadini italiani che intendono mettersi in marcia per seguire la propria squadra, subentrano le burocrazie locali.&lt;br /&gt;E al burocrate, al prefetto, al questore, una vocina dissennata chiede se per caso, quella domenica (o quel sabato) ha voglia, genio di lavorare. Cosa risponderebbe un pizzaiolo chiamato a fare gli straordinari? Cosa un muratore al cantiere? Solo che pizzaioli e muratori vanno verso lo straordinario obbligatorio, e non possono permettersi di blaterare rifiuti, mentre questi servi dello Stato titolati possono permettersi il lusso – il decreto Maroni glielo concede, come se non avessero già abbastanza privilegi – di piazzarsi una mano sulla pancia, in luogo della coscienza, e dire che no, questo sabato non ci tengono proprio a schierare i propri dieci uomini in divisa per sorvegliare l’invasione di cento foggiani. Neppure nella città che sta per ospitare il Carnevale. Il lusso di respingere il lavoro che hanno scelto di fare. Quello per cui le tasse di questo popolo ottuso garantiscono lo stipendio mensile.&lt;br /&gt;Facile il trucco. Perverso, deviato, eppure così banale.&lt;br /&gt;A noi resta la rabbia. Una rabbia senza parole. Senza sponde, senza tutele. Circondati da individui lobotomizzati che, senza comprendere, continuano a salmodiare: “E fatevi la tessera!”.&lt;br /&gt;L’abbiamo voluto noi questo isolamento? Forse, non discuto. Ed è il dramma di non riuscire a comunicare, fuori dalla cerchia dei tuoi, dall’abitacolo di quel furgone fumoso e rumoroso, il senso di mutilazione che si prova. Certo, dirà qualcuno, non sono questi i fatti seri. Appunto, allora convenite con me che questo accanimento non ha motivo d’esistere?&lt;br /&gt;La passione. Quella pura, disinteressata, che ti porta a spendere tempo, soldi, voce. A sottrarre attenzione al resto. Sporcata da giochi di potere che con noi non hanno nulla a che fare. E il nostro patron? Il nostro addetto stampa che alza le alza i cartelli delle sostituzioni e, a comando, bacchetta la Juve Stabia e la sua dirigenza? Perché tacciono? Perché, difensori virtuali del calcio etico e sottocosto, non alzano la voce per dire che è una ingiustizia, di più, che è una merdata vera e propria quella che stanno compiendo sugli ultras del Foggia? Quella che costringe la squadra a giocare senza sostegno, mentre – buon per loro, per carità – ad altri è ancora permesso godersi il brivido minore delle passeggiate e dei cori? Una vendetta, premeditata, preordinata, contro quei duecento rompicoglioni che non sono corsi ai botteghini per barattare la propria dignità col sogno di una nuova Zemanlandia. Ecco cos’è. Perché non è normale – non lo è affatto – che Lucca, piuttosto che Pisa, piuttosto che Foligno, vengano individuate – con settimane d’anticipo! – come trasferte “ad alto rischio”? E dove sarebbe il rischio? Nella nostra presenza? Andate tutti a fare in culo!, questo verrebbe da dire, razionalità o meno. Ma in questi frangenti la necessità della lotta si fa ancora più pressante. Come l’adrenalina di cui sopra. Si stanno prendendo un abuso per piegarci, questi infami. Io scommetto ancora, oggi, che non ce la faranno. Ma ci quotano alto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-5312130255728795211?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/5312130255728795211/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=5312130255728795211&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5312130255728795211'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5312130255728795211'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/02/nota-sul-divieto-carnevalesco.html' title='Nota sul divieto carnevalesco'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-1894513553270557047</id><published>2011-02-07T12:28:00.000+01:00</published><updated>2011-02-07T12:31:40.143+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Neanche Arafat</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Domenica 6 febbraio, Foggia-Barletta 0-2&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Li ho visti. Perché ero lì. A pezzi, ma ero lì. Con le braccia lungo i fianchi, lo sguardo scomposto, distratto da quei trenta tesserati con le sciarpe biancorosse. Che nel settore deserto saltano, cantano, e più li guardo più mi sembrano pesci in un acquario. Ad amplificare il senso di surreale, di onirico. Sono le quattro passate di un pomeriggio già primaverile. Il Barletta ha appena espugnato lo “Zaccheria”. Per la prima volta nella storia. Per quel che vale. Per la prima volta nella nostra. Ed è diverso. &lt;br /&gt;Mesi. Interi mesi spesi a parlare della bellezza di riavere Zeman e rifondare Zemanlandia; a vantarsi coi vicini di banco delle meraviglie della zona totale e della gioventù al potere; di questi giovanotti volenterosi e talentuosi, prestati a costo zero da società intuitive felici di valorizzare i propri campioncini alla corte del Boemo; della lungimiranza di Casillo, del suo brutale abbassamento dei costi. A malcelare orgoglio nell’affermare che sono stati spesi solo 10mila euro per confezionare la rosa. Ad innalzare agli altari il 3-3 del “Flaminio” o i cinque gol rifilati al Lanciano. A giustificare ogni errore – tattico e tecnico – attribuendolo all’inesperienza degli esecutori materiali, alla rigida stagione invernale e comunque contando  sulla mitologica mano taumaturgica del Maestro. A rinverdire i fasti dell’anti-passione ciarlando, contro natura, di un folle divertimento anche quando si perde.&lt;br /&gt;Ed ecco i risultati.&lt;br /&gt;Una squadraccia orrenda, di trentenni scafati, cattivi, provocatori, messa bene in campo da un tecnico altrettanto fuori moda e lontano dai riflettori, a cui nessuno pensa di chiedere dell’esperienza di Mourinho a Madrid o di Prandelli in nazionale, che si impone 2-0, ottimizzando due calci da fermo e speculando sul contropiede.&lt;br /&gt;Era già accaduto, con il Siracusa del rimpianto e silenzioso Ugolotti. &lt;br /&gt;È successo ancora. Ma stavolta l’avversario ha un nome che rievoca il più antico, sentito, sanguigno derby della nostra gente. Il derby dell’Ofanto. E non è la stessa cosa. Da che calcio è calcio.&lt;br /&gt;Non sono bastati gli incitamenti personalizzati, in settimana. Non è bastato far comprendere a questi ventenni, che tentano di mettersi in mostra per tornare a Napoli o a Milano, che questa partita non valeva quanto le altre. Men che meno l’avrà capito il vecchio in panca, la cui filosofia di vita e di gioco esclude i palpiti della vena arteriosa, l’adrenalina, il pathos che spezza il fiato.&lt;br /&gt;E al triplice fischio, con quei trenta pesci a saltellare e la squadraccia sotto il settore ospiti, i nostri si sono rivelati per quello che sono. Li ho visti. A centrocampo, guardarsi in faccia con la metà della passione che ci mettiamo noi a calcetto, con un terzo della disperazione di una sconfitta alla playstation, decidere unilateralmente di venire a salutare la curva. Come se niente fosse. Come se bastasse battersi il petto e agitare la manina per lavare l’onta. Figli della nuova generazione, per cui una partita di calcio non è altro che un diversivo tecnico, ignari della nostra rappresentazione della battaglia. Finanche offensivi, superbi nel non volerlo apprendere.&lt;br /&gt;Un boato. Disumano, scomposto, gutturale. Questo ho sentito. Ed è stato il coro più meritevole di una intera domenica passata a dover sfoderare ricordi per innalzare canzoni al cielo. Hanno fatto un passo indietro, quegli undici signorini. Costernati, increduli. Non era questa la piazza che avrebbe dovuto tutelarli come pulcini, sempre e comunque? E il mister? Non avrebbe dovuto schermarli da ogni critica? A pensarci: sono un inno vivente alla mancata voglia di crescere, di affrontare il mondo come si deve, di diventare uomini.&lt;br /&gt;E si che attorno a noi c’era gente serena, pacata, anche al secondo vantaggio barlettano. “Vedrai che adesso vinciamo 4-2”. O quelli che, contro ogni evidenza, continuavano a difenderli, i pulcini viziati. Ma con una squadra di ventenni ti fai il torneo di Viareggio, non la C1. Dove in ballo ci sono le coronarie. E la dignità. 2-0 contro il Barletta allo “Zaccheria”. Non era stato accettato di buon grado neppure in Coppa Italia, due anni fa. E adesso? Quei bamboccioni, ai quali qualcuno ha raccontato della favola bella di una piazza religiosamente adorante, che accetta il circo equestre senza battere ciglio, provano ad andare sotto la Tribuna est. Nuovo boato. Nuova defenestrazione. Che dirà il mister? Che se non vede passione può anche andarsene? Uno con la squadra al settimo posto, che non fa valere il fattore campo in una città abituata a percepirsi come fortino, cosa pensa in questi frangenti? Cosa passa nel cervello di uno che, se si fosse chiamato Novelli o Pecchia, avrebbe dovuto chiedere la scorta come Saviano? Anche Arafat è stato contestato dai palestinesi, alla fine. Ed è stato più umile. E Zeman, possiamo ben dirlo (almeno questo), non è Arafat. E il patron? Cosa dirà il patron? Che siamo balordi distruttivi che non vogliono il bene di questa squadra? Lui, il rabdomante che ha trovato qui da noi la vena perpetua, che può speculare sul caro-biglietti senza che nessuno alzi la voce, che non ha mai pensato di mettere mano al portafogli per attrezzare una squadra capace non dico di vincere il campionato, ma per lo meno di regalarci il derby casalingo contro la terzultima in classifica. Lui, che all’Ariston – da gradasso – tuonò della serie A in due anni, davanti ad un pubblico anestetizzato e completamente inebetito da una variante dauna della sindrome di Stoccolma.&lt;br /&gt;Adesso giocano agli offesi, quando meriterebbero d’essere cacciati a calci nel deretano.&lt;br /&gt;Anche questa è ironia. &lt;br /&gt;Per quanto mi riguarda, ora quella squadra può battere la Nocerina e sommergere di reti l’Atletico Roma. Ha perso il derby senza combattere. Il mio campionato è macchiato. Il mio campionato è finito.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-1894513553270557047?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/1894513553270557047/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=1894513553270557047&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1894513553270557047'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1894513553270557047'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/02/neanche-arafat.html' title='Neanche Arafat'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-3001010270895976130</id><published>2011-01-25T17:47:00.000+01:00</published><updated>2011-01-25T17:48:58.506+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='comunicati'/><title type='text'>BASTA TESSERA! Liberi gli ultras, liberi tutti!</title><content type='html'>Il fallimento del decreto Maroni è sotto gli occhi di tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ogni domenica stadi sempre più vuoti, curve sempre meno colorate, confusione nei settori “misti” e repressione. Quella che era cominciata come una schedatura di massa per contrastare “la violenza”, si sta rivelando per quello che è: un affare per le banche e la morte della passione calcistica per come la conosciamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ci stiamo abituando a convivere coi divieti. Divieto di portare bandiere non autorizzate, striscioni, torce, fumogeni. Divieto di trasferta. Ormai seguire la propria squadra è diventato più difficile di un terno al lotto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In più, la proposta di allargare il provvedimento di diffida (daspo) anche ai manifestanti, dimostra che avevamo ragione quando dicevamo “Oggi per gli ultrà, domani per tutta la città”. Stanno restringendo paurosamente i nostri diritti di cittadinanza. Ci vogliono muti e obbedienti. Allo stadio come nelle strade. Ci vogliono a casa, davanti alla tv, e per questo limitano i nostri movimenti, la nostra voglia di aggregazione, la socialità, le nostre passioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma non è ancora troppo tardi. Abbiamo ancora tanto da dire. E dobbiamo farlo in fretta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La libertà non riguarda solo gli ultras. Riguarda tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Facciamoci sentire.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;No alla Tessera del tifoso! &lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-3001010270895976130?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/3001010270895976130/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=3001010270895976130&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/3001010270895976130'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/3001010270895976130'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/01/basta-tessera-liberi-gli-ultras-liberi.html' title='BASTA TESSERA! Liberi gli ultras, liberi tutti!'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-1269674259023004003</id><published>2011-01-25T17:45:00.001+01:00</published><updated>2011-01-25T17:45:57.874+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Pensierino della sera su tesserati, libertà di scelta e cose serie</title><content type='html'>Vittime e fautori di un frainteso senso d’esasperata libertà, i tesserati si trincerano dietro una presunta Scelta (con la maiuscola) per invocare un impalpabile rispetto delle opinioni di tutti. &lt;br /&gt;La tessera diventa ai loro occhi – o coi loro occhi tentano di farcela diventare – un baluardo del relativismo. Non esiste ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, esiste il singolo, con le sue motivate decisioni; ed esiste il contesto, personale e sociale, che porta, affretta, sancisce decisioni.&lt;br /&gt;Ogni vita fa il suo corso. Ogni corso va rispettato.&lt;br /&gt;È strano e originale questo modo di ragionare, di approcciarsi al tema. &lt;br /&gt;Non foss’altro, perché la libertà di scelta è, tra i falsi miti, uno dei più falsi. &lt;br /&gt;Il commerciante non è libero di viversi la sua bottega uscendo dal mercato; il vignaiolo non è libero di prodursi il suo vino; il fumatore indigente non è libero di comprarsi due pacchetti di Lucky strike al giorno. Discutere di libertà, di scelta e di opportunità, è uno dei modi di fare accademia. Di perdere tempo. Inutile sbatterci la testa.&lt;br /&gt;L’unica libertà brilla nel rifiuto. Nel consapevole rifiuto che rasenta il baratro. Nell’accettazione delle conseguenze di un “no”.&lt;br /&gt;Altro che.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Mirafiori il ricatto, caratteristica irrinunciabile e discriminante della nostra società, era ben più corposo. In ballo c’era la sopravvivenza. Del proprio lavoro, della propria famiglia, delle proprie convinzioni. Il “si” al cappio brandito da Marchionne – è parere comune – non era depositario di un briciolo di libertà. Nelle interviste, gli operai piegati ripetevano: “Non c’è scelta”. Come una salmodia, che li aveva spersonalizzati. L’assenso dinanzi ad un ricatto non è libertà, ma il suo opposto. E nonostante ciò, il 48% delle tute blu ha rifiutato. Ha rigettato la proposta offensiva del manager della Fiat, e si è ripresa la propria dignità, negando – di fatto – di barattarla con un posto di lavoro. &lt;br /&gt;“Pensate ai fatti seri”, ci gridano appresso da mesi quelli che non comprendono il nostro sbraitare contro il decreto Maroni e le sue imposizioni. &lt;br /&gt;Ed hanno ragione. In una scala valoriale, in un simile scenario di fiamme precarie, le nostre intemperanze verbali sulla questione devono apparire assai modeste. Finanche irritanti.&lt;br /&gt;Ma l’uomo, si sa, non è mai così serio come quando gioca. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E se vuoi comprendere un uomo, devi vedere come gioca. Quanta passione investe in un semplice torneo di bocce; quanto sprezzo del rischio nel mettere a repentaglio una caviglia per una sfida tra scapoli e ammogliati; quanta grinta nel correre, da cinquantacinquenne, la maratona cittadina. Il gioco è la spia del carattere umano. &lt;br /&gt;Non consiglieri mai a mia figlia uno che in campo non sia disposto a perdere niente. Perché chi non è capace di mettersi in gioco seriamente, nella vita “seria” farà lo stesso. Elevando a potenza la propria viltà, il proprio narcisismo vuoto, il proprio terzismo indifferente. &lt;br /&gt;In altri termini: se sei corso a farti la Tessera di Maroni, sei un essere talmente poco etico che a Mirafiori non solo avresti votato come Marchionne, ma gli avresti fatto la campagna elettorale; e nella mia vita non voglio gente come te accanto.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-1269674259023004003?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/1269674259023004003/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=1269674259023004003&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1269674259023004003'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1269674259023004003'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/01/pensierino-della-sera-su-tesserati.html' title='Pensierino della sera su tesserati, libertà di scelta e cose serie'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-1736942818821410499</id><published>2011-01-09T23:20:00.000+01:00</published><updated>2011-01-09T23:21:00.526+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Invidia e antibiotici</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Domenica 9 gennaio, Lucchese-Foggia 4-2&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Mal di schiena dorsale. L’Oki, mi dicono, è blando. Troppo blando. Così un paio di Peroni non aggiungono niente. E niente tolgono. All’inefficacia. “Prova col Brufen, che è più adatto”. Butto giù la compressa e lascio perdere il vino di produzione. Alle 14,30 il totale del “Porta Elisa” di Lucca appare sugli schermi del canale satellitare libero. La curva sulla destra è quella dei tesserati. Il settore ospiti. Li vedo. E sogno. Un viaggio tormentato nella mia psiche. Li guardo e penso che da un momento all’altro da quella porta entrerà qualcuno con un’aggraziata bottiglia di Lagavulin o Laphroaig e gioisamente strillonerà: “Whiskey scozzese per tutti!”. Ed io, che ho preso il Brufen, dovrò glissare, restarmene in disparte mentre gli altri ci danno dentro. Che per loro quello o il vino da 2 euro al litro pari sono. Un incubo esistenziale. Perché è così che mi sento mentre guardo quei trenta e le loro scarne bandierine in quel settore deserto. Un forzato alla Cayenna. Poi arrivano le salsicce e le melanzane grigliate, che anche oggi l’abbiamo svoltata a barbecue. Come se niente fosse, oramai. E lo sguardo plana sui piatti per rialzarsi solo occasionalmente sullo schermo. La Lucchese attacca sotto quel settore. E non posso che domandarmi perché siano così sfilacciati. A gruppi di due, tre elementi al massimo, rigorosamente separati gli uni dagli altri, come se ogni micro-comunità avesse attorno l’alone dello spot dell’Aids. Scaglionati, tanto che si potrebbero distinguere i componenti delle singole macchine parcheggiate fuori. Una domanda assurda mi pervade, e sembra più importante del Foggia che prende l’uno a zero, pareggia, prende il secondo e sbaglia il rigore. Ma perché non fanno amicizia? Sono seimila e passa i tesserati al plebiscito pro-Zeman di questa città. Dopo Pisa, Nocera e Castellammare, oramai si è capito che solo quei 25-30 hanno tenuto fede al mottetto estivo del &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Mi tessero perché voglio seguire il Foggia anche in trasferta&lt;/span&gt;. Ma non sarebbe il caso, per loro, di rompere il ghiaccio, la reciproca timidezza, e fare il primo passo? Il calcio è aggregazione. E questi mi sembrano degli scolaretti alle prese con le prime feste in maschera, quando tutti i maschietti di schierano di schiena ad una parete e tutte le femminucce nel cantone opposto del soggiorno. Che le mamme di costoro raccomandino ai figli di non dare confidenza agli sconosciuti? Che siano tutti lungodegenti fuggiti dal reparto di malattie infettive del Riuniti? Che altrimenti non ci vuole mica tanto a socializzare. Poi realizzo: guardano la partita. Per loro il vicino è un optional. Un orpello fungibile, che c’è o non c’è non fa poi tutta sta differenza. Mi chiedo: ma io avrei mai fatto anche solo 15 chilometri prescindendo dalla compagnia, dal viaggio e dal pensiero del casino che si farà sugli spalti? Assolutamente no, mi rispondo in un attimo. E torno a schiacciare il limone sulla carne, mentre il Foggia incassa il terzo, fa il secondo, prende il quarto e perde.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo diversi, ma per sapere questo non c’era bisogno di giungere alla seconda del girone di ritorno. E non si tratta di gerarchie assurde, di chi è più o chi meno tifoso, di chi soffre più e di chi soffre meno. E neppure mi va di tirare fuori dal cassetto quell’abusato termine che è Ultras, per dire tutto e non dire niente. Qui si tratta di tristezza. Perché a me quelli lì sopra mi fanno tristezza. E rabbia. E invidia, come i bevitori di whiskey dei miei incubi antibiotici ed antinfiammatori. Sarà che ci siamo assuefatti: tra un paio di giorni si degneranno di comunicarci che anche a Foligno non potremo andarci, e ci guarderemo in faccia con lo stesso stupore senza fine, ma senza ancora deciderci a mandare tutti a quel paese. Quelli che hanno svuotato gli stadi e quelli che limitano ai residenti l’acquisto dei tagliandi; quelli che giocano alle 12:30 e quelli che si sono resi irrimediabilmente complici del grande inganno della sicurezza in cambio della libertà. Eppure ne parlavamo ieri sera, ancora una volta scorrendo le foto del passato. Ne parlavamo con degli amici. Ci chiedevano della Tessera, certo, ma anche del meccanismo del Daspo. E leggere sui loro volti lo stesso stupore amplificato, mi ha dato un brivido anomalo: è strano parlare di sé stessi come di un panda del WWF, o di una cavia. Talmente abituati anche a questo da aver dimenticato l’originaria mostruosità del decreto Maroni. Ma oggi mi sento positivo. Cambierà qualcosa, probabilmente sta già cambiando, come quando sotto la crosta il pianeta progetta le sue metamorfosi. Perché mi sfilano davanti le immagini invernali e quelle primaverili, il furgone nelle piazze di paese, i bar, i parcheggi per gli ospiti, gli autogrill. E mi rifiuto, con l’ostinazione di chi combatte l’evidenza e la ragione, di credere che la mia passione sia definitivamente delegata a quei trenta tristi elementi. E alle loro sciapite bandiere. Che mi fanno rabbia ed invidia. Anche se l’invidia non è di quelle che potranno mai spingermi a fare cambio.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-1736942818821410499?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/1736942818821410499/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=1736942818821410499&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1736942818821410499'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1736942818821410499'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2011/01/invidia-e-antibiotici.html' title='Invidia e antibiotici'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5670261754918838088</id><published>2010-12-30T14:33:00.000+01:00</published><updated>2010-12-30T14:34:24.347+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Consuntivo malinconico</title><content type='html'>Mio padre mi sorride complice, dall’altro lato del tavolo: “Hai visto Fratena?”. Usa lo stesso tono con cui, da bambino, mi chiedeva retoricamente: “Meh, sei contento mo?”. Quando dava per scontato che lo fossi. &lt;br /&gt;Il giro sulle macchine a scontro della villa. &lt;br /&gt;Il grande sogno domenicale mio e di mio cugino Guido. &lt;br /&gt;Alla fine della giostra, ritornato sulla terra, la voce di mio padre incombeva implacabile: “Meh, sei contento mo?”. Era un’apertura, certo, ma soprattutto una chiusura di credito. Della serie: hai fatto quello che volevi, adesso ti spegni. E non rompi le palle con ‘sti capricci da fighetto. Capisco l’antifona di allora. &lt;br /&gt;Nel presente di questo pranzo non so come interpretarlo. “Hai visto Fratena?”, “Sei contento mo?”. “La smetti di rompere una buona volta?”. Fabio Fratena, il Buitre di Capitanata, il nostro numero 7 negli anni che furono. Negli anni eroici. L’unico idolo che abbia mai avuto.&lt;br /&gt;Si, certo, cerco di cancellare l’infatuazione – che era mia ed era collettiva, a parziale discolpa – per quell’essere immondo che risponde al nome di Beppe Signori. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;È rossonero&lt;/span&gt;, cantavamo come degli idioti all’Olimpico, mentre quello ci pugnalava alle spalle ed esultava sotto la Nord. Basta, finito, cancellato. Mi dissi, in un amen. Fabio Fratena, il biondo, non l’avrebbe mai fatto. Altra tempra di persona, altro calcio. &lt;br /&gt;Finì la sua carriera in un sabato di Pasqua, in quel di Caserta. Tornò da nobile comparsa nella prima serie B di Zeman, quella con la Pasta Delverde sulle maglie. A godersi un traguardo che più di ogni altro aveva meritato. È tornato ancora nell’intervallo di Foggia-Cavese, insieme ad altri ex, appositamente per festeggiare i 90 anni dell’Unione Sportiva. &lt;br /&gt;Mio padre mi sorride. “Insomma, hai visto Fratena?”. È come riportare indietro gli orologi, riscoprire tra le nostre strade differenti e reciprocamente incomprensibili – i diversi, opposti modi di essere tifosi di una squadra, di una maglia – un preciso punto in comune, quella scintilla primordiale di complicità che ci rende, nonostante tutto, simili. A me non viene da ricambiare il sorriso. E non certo perché non voglia anch’io sentirmi parte di quel tutto. Non sono mica uno snob. Si, papà è un tifoso da salotto, ormai, capace di ingoiarsi d’un fiato le tre ore di insulsa diretta di Telefoggia, le cronache di Mario Schena su Teleblu, finanche la replica delle nove e mezza, e poi Baldassarre, Marsico, quello di Gercap. Ma di tornare allo stadio, no, non vuol saperne. Io ho le mie chiacchiere da ultrà. Le trasferte, i chilometri, i cori, senza saper riconoscere i giocatori, né volerlo; non ricordando interi quarti d’ora di partita. A volte, allo stadio, mi capita di concentrarmi su quanto avviene in campo. Di concentrarmi sul serio, come quando si studia Storia Bizantina. In quei minuti, decido che devo avere un’impressione, un parere, che mi servirà a dimostrare a mio padre che seguo, partecipo, comprendo. È un’usanza antica, di quelle che si trascinano compulsivamente. Come l’abitudine di ricordare a memoria i numeri estratti sulla ruota di Bari per dettarli poi a nonno Antonio, in un’epoca pre-Televideo. E quando mi accorsi che continuavo a farlo anche anni dopo che nonno se n’era andato, mi spaventai dinanzi alle certezze del cervello, inossidabili nonostante le perdite del presente. &lt;br /&gt;Ma stiamo divagando. &lt;br /&gt;Tornando sul punto: no, avrei voluto rispondere, non ho visto Fratena. Non ho neppure fatto caso che ci fosse. Ero giù, alla ricerca di un liquore clandestino, e mi sono compiaciuto quando ho sentito esplodere una cipolla, da qualche parte. Sotto l’albero c’è una multa in più, continuavo a cantare con gli altri. Indicavo la tribuna, dove immaginavo con soddisfazione il masticamento amaro di Pasquale Casillo. E gli altri spettatori della curva ci puntavano, ci chiedevano di smetterla con quelle canzonacce, che così stavamo rovinando tutto. Gridavano “Zeman Zeman” come a esorcizzare la nostra stessa presenza, ma senza gli ultras nessun coro può ambire a durare. E l’altoparlante della tribuna gracchiava qualcosa. No, non ho sentito il nome di Fabio Fratena. Non ne ho sentito nessuno. Perché a un certo punto è nato il solito faccia a faccia. Quei tifosi che di lato ci insultavano, perché la contestazione alla dirigenza, i cori contro Maroni e la Tessera, dal loro punto di vista, stavano stravolgendo le abitudini dello Zaccheria, rendendolo di botto un serbatoio di tensioni inesplose. E non quel catino infernale che dovrebbe essere. Anche nel giorno della gran festa. E, probabilmente mentre il mio idolo sfilava a centrocampo, io attaccavo a testa bassa. &lt;br /&gt;Il solito concetto, ripetuto nei mesi fino a perdere ogni pretesa d’immanenza: caro il mio tesserato, quando Casillo ti ha ricattato promettendoti un posto di curva in cambio di una schedatura, sapevi benissimo a cosa andavi incontro. Quando hai risposto di “si” al sondaggio anti-ultras di Maroni, sapevi che ci avresti inferto un colpo probabilmente mortale. Ora che vuoi? Perché vorresti che sospendessimo tutto, che soffocassimo noi stessi, per il bene dei giocatori, dell’allenatore famoso e della dirigenza? E gli sguardi si fanno astiosi, perplessi. Divisi. Come gli abitanti di Berlino negli anni Sessanta, da un muro invisibile. &lt;br /&gt;Un po’ come con mio padre, a cui non so spiegare perché non ho visto Fratena e no, non sono affatto contento mo. Ci hanno gridato “Fuori! Fuori!”. Siamo il sale di troppo che guasta la minestra. Altro che scintilla primordiale, altro che spirito comune, altro che complicità, parti differenti del tutto. Maroni, Casillo, chi per loro, hanno smascherato l’indole di questa gente. E mi hanno tolto quel gusto di sentirmi uno della comunità. Quella forza che oltrepassa i ruoli che ci siamo scelti. La foggianità, che poi a Natale sembra ancora più evidente, quasi lampante. Ora è la diffidenza a farla da padrone, mista all’entusiasmo artefatto di una piazza ansiosa di rivivere i fasti del passato. A prezzo d’estinzione. Siamo stati sfortunati. &lt;br /&gt;Ma certe volte, non lo nego, vorrei tornare a quelle domeniche di fine anni Ottanta, quando a casa di nonna si parlava della partita. E ne parlava Nicola, che era un ultrà ed era stato a Licata e a Giarre, ma anche papà, il ragazzo di Paola, zia Anna, che era una semplice osservatrice. Pezzi diversi di un ingranaggio collettivo, che era la passione per la maglia, per la città, prima che Maglia e Città prendessero la maiuscola e fossero convertite in codice. Ecco. Avrei voluto rispondere a mio padre: “Certo che l’ho visto Fabio Fratena”. E risentirmi bambino, per l’intero spazio della risposta. Invece di ammettere a me stesso che qualcosa si è rotto. E difficilmente riusciremo a farlo riparare.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-5670261754918838088?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/5670261754918838088/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=5670261754918838088&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5670261754918838088'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5670261754918838088'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/12/consuntivo-malinconico.html' title='Consuntivo malinconico'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5501331480052880059</id><published>2010-12-21T15:40:00.000+01:00</published><updated>2010-12-21T15:41:04.630+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storie'/><title type='text'>Grenoble. Resoconto di un viaggio.</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Grenoble, 16-18 dicembre&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il nero di Troia e il vino dell’Isere; la soppressata di Faeto, il salame delle Alpi, i formaggi e il caciocavallo, sul tavolo comune, mentre tra le mani sfilano fotografie, si mescolano idiomi, si arrancano spiegazioni. A dire che quella è Cremona, nel giorno dei playoff e qui sono loro a Rennes. Brindisi e abbracci, quando bussano alla porta e giungono amici che non vediamo da luglio. Da Casalecchio. È la prima volta in Francia, la prima volta che guardiamo questa amicizia dall’interno. Tanta voglia di conoscere, di conoscerci meglio. Per giungere a destinazione abbiamo marciato lungo l’Adriatica stretta nella morsa, a 30 all’ora dietro i mezzi spargisale. Dieci ore di cammino per la colazione alla Bolognina, dove ci scambiano per una compagnia teatrale o, tutt’al più, cinematografica. Pagliacci. La strada per Torino, le tristi Langhe di pianura, l’esoso Frejus. E poi, finalmente, la France. In alto i bicchieri, e la casa si riempie di fumo e racconti, mescolati l’uno all’altro in un’unica splendida cacofonia. Fuori, il freddo non è così glaciale come ce l’aspettavamo. I giacconi da neve d’alta quota restano negli zaini, a ricordarci i colbacchi di Totò e Peppino. Possiamo affrontare i marciapiedi, muoverci verso il centro città. Alle nostre spalle scorre il Donc. Silenziosamente. Le case sono moderne in questa zona. In Place Notre Dame si aprono le porte del Centenaire. Calore improvviso. Altre strette di mano, altri abbracci. È il loro feudo. La loro base. Il loro chiosco di Salvatore. Birra e Chartreuse, che sembra assenzio. 55°. L’ideale per affrontare la prima serata grenoblese. Per sentirci a casa. In pochi minuti siamo sparsi per il locale, come se lo conoscessimo da sempre. Sono incredibili queste alchimie. Intuire un’affinità, approfondirla, viverla, e scoprire che – per quanti chilometri possano dividerci – c’è un’idea che è quasi un ideale, un misto di valori e cultura di strada, che supera le barriere, finanche quelle nazionali, ed unisce, accomuna. Fa somigliare questa piazza del centro di Grenoble in una proiezione della nostra via Pagano. Ultras. Una parola che oggi come ieri ispira nei benpensanti un sordo timore dettato dall’ignoranza; che nel presente italiano è nel mirino di una crociata ministeriale dai rari precedenti, destinata a fare da scuola al resto della società attiva, sempre più intontita dai media della paura. Ma che da queste parti è ancora il nome invidiato di uno straordinario movimento giovanile. È aggregazione, socialità, valori. E condividere simili principi rende uomini (e donne) più completi. Capaci di comprendersi senza traduttori. Fuori a fumare, mentre la temperatura vacilla e crolla. Sembra una città tranquilla, questa. Ordinata, pulita, non molto rumorosa. Eppure anche nel grande assembramento metropolitano, fuori dalle mura metaforiche della città, nell’ampia periferia fatta di paesi contigui, ci sono banlieue. C’è il fuoco della rivolta che si somma alla difficile integrazione delle comunità. 40mila italiani, col loro quartiere di pizzerie sul fiume, proprio sotto le linee della teleferica. E un ritorno di machismo, un traviato senso d’appartenenza, nelle generazioni più giovani. In quei nipoti di siciliani che non hanno mai visto la Sicilia. Nell’ortodossia degli algerini di terza generazione. Nelle gang che giocano al Bronx. Ma è una città ricca, Grenoble, industriosa, che offre possibilità e non chiede molto. I ragazzi e le ragazze del Red Kaos annoverano ogni origine, lontani anni luce dal settarismo comunitario. I francesi purosangue e quelli originari di Corato. Sono ultras, e guardano all’Italia. A Genova, a Torino, a Pisa. Alla culla di un movimento che a volte noi stessi sottovalutiamo nella sua reale portata. Quasi quasi ci imbarazziamo a raccontargli della Tessera, dell’oltraggio quasi mortale subito dal nostro mondo. Un velo di tristezza per quelle curve ormai svuotate di passione, annichilite dalla prepotenza di chi scambia un mandato da parlamentare per il diritto a non portare rispetto. Considerazioni pesanti, che si alternano con originale cadenza alle domande. Siamo incuriositi, realmente, da questa realtà orgogliosa, che sappiamo “schiacciata” tra la gloria antica del Saint Etienne, quella moderna dell’Olimpique Marsiglia e quella contemporanea del Lione. E felici di rispondere ai quesiti che riguardano la nostra realtà, la sua passione. È ora di cena, e la carovana di macchine si dirige fuori città, in altura. Il ristorante è pieno, i nostri amici hanno occupato due sale. I piatti atterrano sulle tavole imbandite, mentre si alzano i cori. Quelli in francese e quelli in italiano. Anche quelli in dialetto. La neve ferma l’idillio. È rovinosa e intensa, come quella che cade da noi una volta ogni tre anni. Dobbiamo abbandonare la postazione, la balconata e le luci della città dall’alto. Tra dieci minuti saremo bloccati dal mondo. Così, torniamo a scendere, tra tornanti già imbiancati che tendono a farci stare all’erta più del dovuto. Qui sono abituati, anche se quest’anno, ci dicono, non ha ancora cominciato a fare sul serio. Atterriamo in un pub. Il centro città è innevato. Si comincia a scivolare. E, di conseguenza, a ridere delle sventure altrui. Sembra prendere vita dal freddo che fa.  Non si beve in strada, così dentro la calca è impressionante. I ragazzi ci impediscono di mettere mani ai portafogli, sembra quasi una forma di religione. La loro ospitalità è molto mediterranea. Le nostre gole e i nostri stomaci dimenticano l’elemento acqua. E a notte parliamo ancora: scorriamo le foto delle loro trasferte, della vecchia curva. Scopriamo che sono in rotta con il proprietario del club, un giapponese che a stento ha mai messo piede nello stadio, e che l’avvenieristica struttura del “Des Alpes” ha tolto un bel po’ di quella poesia che c’era in altri tempi. Sono retrocessi dalla Ligue 1 l’anno scorso e quest’anno viaggiano all’ultimo posto della cadetteria. Una crisi pesante, che ha ridotto all’osso gli appassionati. Un canovaccio che a Foggia conosciamo bene. Anche i tifosi, come gli ultras, sembrano non conoscere confini. Il venerdì è il giorno della partita. Si gioca alle 20, contro il Dijon, che per noi è il Digione. Un bicchiere di vin brulé per svegliarsi, e un po’ giochiamo ai turisti. Ma la neve caduta per tutta la notte fa del ponte sull’Isere la location ideale di una battaglia di palle di neve senza esclusione di colpi. Al Centenaire troviamo la fanzine. La curva Ovest saluta gli amici foggiani, c’è scritto. In italiano. C’è anche lo scudetto dell’Uesse, e si parla della nostra città e della sua storia calcistica. Cantiamo e brindiamo, mentre la neve batte sui vetri e inonda le strade. “Ma siamo sicuri che si gioca?”, e tutti rispondono che si, che questa è una zona abituata a certe manifestazioni climatiche, che il terreno è riscaldato. Dicono, e qualcuno tra noi capisce che anche i posti a sedere sono riscaldati e già pregusta il gyser sotto il culo. Riuniti a consesso nel fondo del locale, in commissione mista, studiamo la partita. “Dov’è la Snai?”, chiediamo in francese. Bisogna scommettere sulla rinascita. 1 risultato finale, 1 parziale. E montiamo dibattito sul risultato esatto. Torna in mente una sfida d’altri tempi, nello “Zaccheria” d’altri tempi. Era l’anno della prima serie B con Zeman in panchina. Il Foggia era reduce da diversi rovesci, e in casa si affrontava il Messina. La curva non contestò, decise di sostenere quei ragazzi. E fu la svolta della stagione. Vincemmo 3-1, segnò anche Signori. “Allora è andata, ci giochiamo anche il 3-1 risultato esatto”. Per similitudine. I grenoblesi ridono, non credono alla riscossa. I biancoblu, oltre a essere ultimi, segnano pochissimo. Tre gol sono davvero troppi. Cala la sera. E siamo pronti per muoverci in corteo verso lo stadio. Sotto la fontana della piazza ci incolonniamo. Tra cori e battimani tagliamo la città vecchia, dove l’impressione di estraneità aumenta anziché diminuire. I rari passanti, i commessi e le commesse dietro le vetrine riscaldate, osservano senza partecipazione. Dev’essere dura essere ultras da queste parti. Ma i ragazzi ci credono, e cantano, e battono le mani. Noi accendiamo qualche torcia, ad illuminare la strada. Alziamo gli stendardi. Tesserati mai. Ma che bello è… C’è un parco completamente imbiancato nei dintorni dello stadio, illuminato e futuristico. Accenniamo al progetto di Casillo, scettici. Poi è di nuovo tempo di battaglie. Foggiani vs Grenoblesi, a colpi di assalti all’arma bianca, a corpo a corpo e palle di neve, sotto gli occhi distaccati degli steward. Sono in tanti, qui. C’è anche un reparto anti-ultras, mutuato da Parigi. Sembrano professionali. Superiamo le transenne e ci affacciamo sull’impianto. Un piccolo gioiello proporzionato, da 20mila posti. Ci metto tempo per capire cosa ci sia di diverso dallo stadio di casa mia. Mancano le barriere di divisione tra il campo e gli spalti. Il portiere che si sta allenando è a due passi. Ci spiegano che il Grenoble, non bastasse, è in formazione d’emergenza. Almeno sette indisponibili, e molti primavera. Ci muoviamo in curva, raggiungiamo la squadra. “Dovete vincere”, gridiamo in foggiano. Quelli ci sentono, si girano, ci guardano. Superfluo aggiungere che non capiscono. Poi ci dedichiamo ai bambini-mascotte della scuola: Sosteniamo i primi calci! Le tribune sono semivuote. In curva c’è il bar. Vin brulé e sfilatino, come non facciamo mai a casa. Il banchetto dei Red Kaos sforna fanzine e sciarpe nuove. Il gruppo si rifornisce. Dentro c’è il palchetto per il lanciacori. Lo osserviamo con invidia. È tempo di giocarsela. E la curva, coperta, comincia ad urlare. La tettoia crea un bell’effetto d’insieme, e anche se sono in cento a cantare, si sentono. Eccome. Squadre in campo. Noi, poco avvezzi alle lingue, ci sforziamo di seguire le parole, ma sono i ritornelli quelli che intoniamo in blocco. Il Grenoble, in campo, ci mette l’anima. Una prova d’agonismo che ci coinvolge, acuita dal fatto che c’è finanche qualche giocatore senza nome dietro la maglia. Non professionisti. Poco alla volta ci appassioniamo, e quando il bolide da trenta metri incrocia il sette, esultiamo. Ha segnato un ragazzo che, ci dicono, è l’unico nativo di Grenoble, della banlieue. L’unico al quale si tributa un coro. Finisce il tempo, torniamo al bar. Il primo pronostico si è rivelato fondato. Ma la ripresa riserva altre sorprese. Il ragazzotto di Grenoble segna la sua personale doppietta, poi è il Digione a rifarsi sotto, a colpire una traversa, ad accorciare le distanze e fallire per poco il pari. È una partita divertente. I ragazzi ci omaggiano di uno striscione e un bel paio di cori. Noi ricambiamo, felici e convinti. E sul finale, una botta da fuori si insacca sotto l’incrocio. È il 3-1 risultato esatto. Ci guardiamo in faccia durante la ressa. Peccato che la signora del tabacchino ci abbia detto: “In Francia non si può giocare il risultato esatto”. Fischio finale e squadra sotto la curva. Pazienza, ci accontentiamo dei 60 euro incassati. Vorremmo dire: “Stasera offriamo noi un giro”, ma non ce lo permetterebbero. Così al pub irlandese dove passiamo la serata e parte della nottata (e dove la “sfortunata” Charlotte ha deciso di festeggiare proprio quella sera il suo compleanno!), siamo ancora ospiti. Ospiti allegri di questa realtà pulita e passionale, orgogliosa e giovane, che ci ha restituito un po’ di quell’entusiasmo che in patria, tra trasferte vietate, tessere-fedeltà e presidenti padroni, avevamo perso. Anche per questo, tanto di cappello al Red Kaos. Merci beaucoup. Davvero.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-5501331480052880059?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/5501331480052880059/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=5501331480052880059&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5501331480052880059'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5501331480052880059'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/12/grenoble-resoconto-di-un-viaggio.html' title='Grenoble. Resoconto di un viaggio.'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-8047616994551861576</id><published>2010-12-21T15:39:00.001+01:00</published><updated>2010-12-21T15:39:55.331+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Ancora sulla Nuova Era (il giorno II della contestazione)</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Le parole.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono pietre, si dice di solito. Sono importanti, diceva Nanni Moretti. Pazzi squinternati, scemi, scalmanati, delinquenti. Così ieri don Pasquale, nella pittoresca conferenza stampa del dopogara. Delinquenti. Il nodo gordiano: il passaggio progressivo, a piccoli scatti fugaci, minimalista, da un termine all’altro, in una progressione di significato che, nel’economia di un discorso fatto d’un fiato, sembra logica e consequenziale. E che invece nasconde la criminalizzazione di un insieme. Di cosa siamo accusati lo sanno tutti e l’abbiamo già ricapitolato a sufficienza: l’accensione di un petardo e di due fumogeni che hanno causato alla società la bellezza di 3.500 euro di multa dalla Lega. In pochi giorni convulsi, siamo arrivati ad essere delinquenti accusati di “atti di vandalismo”. Come se la nostra principale attività fosse quella di devastare auto, incendiare cassonetti, svaligiare negozi non per fame ma per sfregio. Delle due l’una: o i termini usati hanno ancora un senso, allora la coscienza pubblica dovrebbe insorgere a reclamare una ridefinizione, nonostante l’appeal del nuovo-vecchio imbonitore; oppure davvero il concetto di delinquenza universalmente riconosciuto si è esteso senza preavviso, giungendo a comprendere tutto quanto avversi il portafoglio di don Pasquale Casillo. Portafoglio dal quale prima o poi, ma è parere del tutto personale, tirerà fuori un coniglio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;I soldi.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’alfa e l’omega di tutto. Anche di questo ha parlato. E tanto. Ha ammesso di non aver speso, al momento, ma ha garantito di poterlo fare. Come e quando vorrà. Nel frattempo, ha blaterato del credito infinito che rivendica dalla comunità. E la comunità gli si è stretta attorno per continuare a ringraziarlo, a baciargli i piedi come a certe statue di santi, fino a consumarsi. E nel giorno della contestazione, ha isolato gli ultrà con il colpo di teatro: l’annuncio della costruzione del nuovo stadio. Come chi, sotto di parecchie fiches di credibilità, rilancia alla cieca. Ha chiesto alla stampa, in sostanza, di diventare un sindacato giallo al suo servizio. E a giudicare dalla qualità del contraddittorio, ha fatto una richiesta futile. Superflua. A nessun giornalista locale è mai venuto in mente, fino ad oggi, di scavare sotto il manto di folklore che il ritorno di questo personaggio in Capitanata suscita, per scoprire i reali intenti e il cambiamento avvento nell’orbita amministrativa, economica e finanziaria di questa città sul lastrico, in conseguenza. Pensano al circo, i nostri giornalisti. C’è da scommettere che avrebbero continuato a farlo anche senza sollecitazioni padronali. La città in cui è tornato per – parole sue – rifare i soldi che gli sono stati rubati, è rapita. Sindrome di Stoccolma, direbbero i medici. In balia del proprio rapitore. Che, come certi prestigiatori che usano l’ipnosi, può permettersi di rovesciarle addosso qualunque improperio. Ottenendo in cambio un consenso assoluto, senza se e senza ma. Un’assenza di spirito critico, una foga umorale che è tipica degli appassionati di calcio. Ma che stona con tutto il resto, quando il nuovo signore usa il calcio per giungere ad innalzare cattedrali nel deserto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La divisione.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando si dice, si diceva, “tutti uniti sotto una stessa bandiera”. Lo stadio, i settori popolari, come mitico agente affratellante: il ricco, il povero, il conservatore, il progressista, il colto, l’ignorante. Fianco a fianco. A sventolare la stessa bandiera. Culto retorico dei bei tempi andati. Strapaese. Ma un fondo di verità c’era. È innegabile. La Tessera, di cui mi sto stancando persino di parlare, ha divaricato il comune sentire. Errore di chi sottovaluta per indole non accorgersene sull’attimo. Del resto, quando si affronta una scelta di cittadinanza che avrebbe richiesto le barricate per strada, con il piglio e la leggerezza di chi sceglie un film da Blockbuster, è inevitabile. Adesso è tardi. E quanto visto ieri sugli spalti dello “Zaccheria”, con interi settori che invitavano gli ultras ad andarsene fuori dalle scatole, come fossero l’unica nota dissonante di un idillio per musica e testo, non è che l’inevitabile conseguenza della frattura consumata a luglio. La gente ama i portatori di sogni, che troppe volte coincidono coi venditori di fumo. E la gente degli stadi è la stessa delle urne elettorali. I realisti che si oppongono sono accusati di disfattismo, di essere dei cronici piantagrane. E vengono ignorati, minimizzati, invitati ad accomodarsi lontano dai maestri della New Age. “Si sta realizzando un grande progetto”, dice il pulcinella capopopolo. E, siccome di ogni rosa si immagina il profumo ma non le spine, nel dubbio è meglio bandire gli scettici. Poco conta dire a questa piazza che la realtà parla la lingua dell’inganno. A quelli che gridavano “Fuori! Fuori!” o facevano gestacci poco ne cale. Vogliono sognare con don Pasquale, sognare il sogno di don Pasquale. E si schierano con lui anche quando devono sborsare 30 euro per una gradinata, 15 per una curva; anche quando denuncia e diffida, quando licenzia e offende. È il prezzo da pagare. Il tributo al sogno di tornare grandi. A noi non rimane che aprire gli occhi e considerare i fatti per quelli che sono: non esiste l’unica grande fede che affratella l’ultras e il tifoso, il ricco e il povero. Esistiamo noi, la nostra minoranza assediata (da Maroni, dal patron e dal comune sentire dei cittadini “per bene”). Ed esiste il resto, col proprio approccio alla domenica sportiva. E tra noi e loro, la trincea.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Nota bene per il prossimo futuro.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nessuno si permetta di accusare noi, il nostro modo oltranzista di amare questa maglia. Perché servirebbe solo da alibi. Gli dei da ringraziare per lo schifo vissuto ieri sono altrove. E non serve alzare il polverone della civiltà da imparare o della dietrologia a buon mercato. Ognuno si assuma le proprie responsabilità. Che quando lo stadio non sarà che un mortorio organizzato, una sala da thé all’aperto, una banca dati vivente di aspiranti all’autopsia, non potrete fare altro che rimpiangere i bei tempi della mitologia classica. E magari approfittarne per farvi un esamino di coscienza e comprendere di quanti ossequiosi si è lastricato il sentiero che porta all’ormai prossima, e quasi attesa, scomparsa del tifo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-8047616994551861576?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/8047616994551861576/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=8047616994551861576&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/8047616994551861576'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/8047616994551861576'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/12/ancora-sulla-nuova-era-il-giorno-ii.html' title='Ancora sulla Nuova Era (il giorno II della contestazione)'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-1554737744006453589</id><published>2010-12-10T17:23:00.001+01:00</published><updated>2010-12-10T17:23:48.402+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Nota triste sulla nuova era</title><content type='html'>Nell’anno primo dell’Era della Tessera, ironico sarà morire uno per volta, sotto “fuoco amico”.&lt;br /&gt;Come nelle trincee della Guerra Mondiale. Generali imbevuti d’accademia e di cavalleria da tavolo, graduati folli e ideologizzati, cinici per cupidigia, per ingordigia, arrivisti leccaculo, spie. A lanciare l’assalto suicida alle linee nemiche, a muovere uomini verso il fuoco. Col binocolo in mano. E poi i carabinieri in retroguardia, a servire i boss di turno. A scegliere uomini, a metterli al muro, uno ogni dieci, la decimazione. A fucilare italiani per punirli di aver disobbedito all’ordine assurdo di farsi massacrare; a giustiziare codardi veri o presunti. Loro, che in prima linea non c’erano mai stati.&lt;br /&gt;Succede così. &lt;br /&gt;Esagerato.&lt;br /&gt;Di diffida non si muore. Di reato da stadio neppure. Non bisogna piangersi addosso prima del tempo. E sia. Riaffioriamo dall’analogia bellica. E proseguiamo fuor di metafora: qua non bastava Maroni, ci voleva pure Casillo!&lt;br /&gt;Il sogno, il miracolo tante volte invocato al cielo dalla plebe superstiziosa, si è avverato. E lo ha saputo persino Virgin radio. Il processo di beatificazione è cominciato a luglio. E la città s’è stesa come un sudario sotto i piedi del Redivivo. &lt;br /&gt;Sei mesi. Sei mesi dal suo primo intervento in tv. La voce del vecchio padrone che torna dall’Ade ad accampare diritti di successione. Calde lacrime agli occhi dei nostalgici della fu Zemanlandia (sic), l’agorà a dibattere accanitamente sulle picconate e sulle promesse, così simili a smargiassate da non meritare neppure attenzione, dell’antico signore di queste terre. “Riporto Zemàn, riporto Pavone, torniamo in serie A!”. Follie d’inizio estate. E, sotto la crosta dell’apparenza, il preciso piano di una nuova scalata. L’intera città, dalle sue fragili istituzioni in balia dei venti alla più accorta e servile imprenditoria, schiava contenta, rientrava nel piano industriale di rinascita del riconosciuto marpione. Bonapartismo, si direbbe in politica. Cesarismo. Aizzare le folle al suono di un progetto bellicoso, rispolverare il passato, l’epica dell’età dell’oro, e pilotare la massa sognante e feroce (che mai, prima d’allora, sembrava essersi accorta della decadenza in cui era sprofondata) nei fianchi molli delle burocrazie: gli otto soci, certo, ma anche il sindaco, l’Assindustria, e chi più ne ha più ne metta. Una spada di Longino, brandita con schiamazzante puntualità ad ogni scadenza vitale di quel calvario che è stata l’estate 2010 dell’Unione Sportiva. Alla fina l’ha spuntata, e tutti sappiamo come è andata. È rinato il circo equestre: la Gazzetta, il Corriere, il Guerin Sportivo, persino il Manifesto, a sgomitare per osservare da vicino la fecondazione in vitro del dinosauro. Jurassic park sul manto erboso dello Zaccheria. Nani, trapezisti e ballerine alla corte del Boemo, mentre Don Pasquale incassava la concessione quindicennale gratuita dello stadio comunale, estrometteva baristi e venditori abusivi dal tempio, raccattava in giro giovani under 20 (che fruttano denaro a mo’ di bonus dalla Lega per ogni domenica che giocano) per simulare una squadra da donare al Profeta (schermo blindato per ogni accenno di critica tecnico-tattica-filosofica), aumentava a 15 euro i biglietti dei popolari e legava l’abbonamento alla Tessera del tifoso.&lt;br /&gt;Poi ci si sono messe le multe: le bottigliette di plastica che volano in campo a battezzare l’arbitro cornuto, vezzo tipico del tifoso-medio dalla notte dei tempi, ma anche il consueto armamentario degli ultras: dai cori contro quel pezzo di merda di Maroni fino all’accensione di torce, fumogeni, petardi; dallo sventolio di bandiere fuoridimensionate agli schizzi d’acqua sui guardalinee.&lt;br /&gt;Esternò, don Pasquale, dopo la prima multa in quel di Fano.&lt;br /&gt;“Imbecilli”, fece vergare allo scrivano Zingarelli. Provocò la piazza, che compatta gli faceva quadrato attorno, minacciando l’aumento dei prezzi e sollecitando una più attenta e mirata repressione. Come a dire che prima dell’avvento del suo secondo regno, la questura era rimasta colpevolmente con le mani nelle tasche. Ed ora il signorotto sentiva impellente il bisogno di assoldare nuova cavalleria fedele nel feudo lasciato per troppo tempo in balia di incapaci e blandi esecutori.&lt;br /&gt;Ma ciò non ha impedito che lo stadio rimanesse uguale a sé stesso. Uguale a ciò che è sempre stato. A ciò per cui ha fascino. Basta pensare ad una festa di compleanno. D’improvviso uno dalle retrovie si fa spazio ed in onore del festeggiato accende un fumogeno. Invariabilmente uno nella calca a ridere, dirà a mo’ di commento: “E che stai allo stadio?”. Retoricamente, perché è chiaro che lo stadio è il luogo dei fumogeni. Per tutti, da sempre. Ma non per la Lega. Non per la “legge”.&lt;br /&gt;Un capopopolo accorto, attento alla propria gente, alzerebbe lo scudo ed impugnerebbe nuovamente la spada di cui sopra. Rozzi, Anconetani, Viola, l’avrebbero fatto, ai tempi. Avrebbe alzato la voce contro la loggia dei potenti del calcio. Avrebbe attaccato il santuario delle multe assurde e dei provvedimenti disciplinari. Avrebbe disseminato il verbo, coalizzando le società affini. Si sarebbe attaccato al telefono, svegliando di notte presidenti cavesi e nocerini, tarantini e beneventani, per chiamare a raccolta, per dire “Basta!” agli sciocchi cavilli che strozzano il calcio in Lega Pro.&lt;br /&gt;Probabilmente avrebbe fatto anche l’esempio della festa di compleanno.&lt;br /&gt;Perché 18mila euro di multa per cori contro Maroni e colore sugli spalti sono davvero troppi per qualsiasi logica. Avremmo sentito don Pasquale starnazzare per qualcosa di condivisibile. E forse anche la mia generazione, che sperava d’averlo salutato per sempre sedici anni orsono, avrebbe avuto simpatia per la sua causa. Per la crociata dei pezzenti della serie C. Magari non l’avremmo mai detto esplicitamente e in pubblico. Ma una guerriglia mirata al calcio dei divieti e dei soprusi l’avremmo gradita. Altroché. &lt;br /&gt;Invece, il signore che tutti qui chiamano “don” pur non avendo mai preso i voti ecclesiastici (!), ha scelto una differente exit-strategy. Ha aumentato i biglietti della gradinata a 30 euro. 30 euro, 60mila lire, per una partita di terza serie. Decimazione. Anzi no, fucilazione di massa. Rappresaglia. Per punire gli ultras che, orfani (e non certo per colpa loro) della Curva Nord, si sistemano proprio nell’angolo della cosiddetta Tribuna Est. &lt;br /&gt;E la piazza, che avrebbe dovuto insorgere, ammaliata dalle parole del caudillo di San Giuseppe Vesuviano come e peggio dell’equipaggio di Ulisse con le sirene, ha appoggiato incondizionatamente. Dopo annate di fuochi artificiali e poveri animali vivi costretti ad una fuga disperata in campo (i conigli barlettani, i galletti baresi), si è improvvisamente retrodatata educata. Di un’educazione speciale, inglese. I baronetti della minchia hanno detto “Basta!”. Basta con gli ultras e la loro inciviltà. Basta con questi delinquenti mascherati da tifosi. Ne hanno invocato la denuncia (anche con l’ausilio delle telecamere a circuito chiuso), l’arresto, la deportazione, la lapidazione. Tutto, pur di compiacere le ragioni irragionevoli del nuovo signore a costo zero. Uno che vuole fare l’imprenditore senza mettere a conto i normali rischi d’impresa (in questo non diverso da Marchionne, ma lasciamo stare); uno che vuole fare il capopopolo senza popolo. Senza intelligenza. Senza riconoscenza, senza rispetto, nei confronti di chi il Foggia l’ha seguito nelle notti più scure della mezzanotte. “Ma che vuoi che gliene freghi a quello…”, dicono i più avveduti, quelli che la sanno lunga, a mezza bocca. “Quello soldi vuole fare!”. Indubbio. Triste e indubbio.&lt;br /&gt;Così come indubbio è che questo continuo parlare di soldi, questo strapotere dei soldi, questo ritenere i soldi unico valido fine per qualsiasi sacrificio e al contempo unica giustificazione seria per qualsiasi azione, stia smorzando la fiamma di una passione che sembrava inestinguibile.&lt;br /&gt;Anche questo è molto triste. Ma sembra interessi solo ad una minoranza di sudditi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-1554737744006453589?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/1554737744006453589/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=1554737744006453589&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1554737744006453589'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1554737744006453589'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/12/nota-triste-sulla-nuova-era.html' title='Nota triste sulla nuova era'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-8976542350476123407</id><published>2010-11-24T16:08:00.000+01:00</published><updated>2010-11-24T16:09:37.267+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>La faglia</title><content type='html'>Qui non è questione di uova o di galline. E neppure di concatenazione logica. Il prima e il dopo, in questa storia, non c’entrano. C’entra l’approccio. Prima di Foggia-Viareggio – e si parla di un paio di mesi fa, di meno e non di più – con la città estasiata che aveva assaltato le ricevitorie per i biglietti, esplorai le lande alte della Curva Sud. Da non tesserato, mi ero posto a disposizione di chiunque avesse voluto sapere perché mai i gruppi avevano deciso di “transennare” e lasciare vuoto il centro della curva per dieci minuti, come forma di protesta nei confronti del decreto Maroni. La gente, di lato, era tanta. E continuava a sbucare dagli ingressi, ad ammassarsi. C’era tensione nell’aria. Bastò una parola. L’insofferenza dei “laterali” nei confronti degli energumeni che costringevano la brava gente ad un supplizio inutile per la causa e dannoso per la squadra, era evidente; lo consideravano un esercizio di pura prepotenza senza spiegazioni. E si che quella era la brava gente che – per paura di non trovare un tagliando, paura peraltro indotta dal terrorismo societario – aveva sottoscritto il progetto di farci fuori dagli stadi. Anteponendo la voglia di vedersi gli undici ragazzini di Zeman alla libertà, erano corsi a farsi schedare, perché non avevano niente da nascondere. La miccia s’accese e la discussione, accanita da ambo le parti, durò oltre quaranta minuti. Inutile entrare nei dettagli: qui non si parla di chi soffra di più, di chi ami maggiormente quella maglia. E neppure di uova e di galline, di chi sia nato prima, come s’è già detto. Il blocco della curva è stato riproposto. I primi dieci minuti “senza ultras” – che nell’accezione popolare vale a dire: senza cori, senza colore, senza calore – si sono ripetuti con l’Andria e col Siracusa. Ho vissuto la cosa in sordina. Con la Ternana, però, sono tornato alle lande alte. Ed è stato diverso. Niente miccia, niente tensione, meno gente. L’aria elettrica del grande evento pittoresco si era infranta nella routine. Gli abitanti delle zone in questione s’erano fatti posati, tranquilli, placidamente rassegnati a quel nuovo rito, vissuto con un misto di insofferenza e naturalezza, come il pagamento di una bolletta dell’Enel. Ma c’era qualcosa in più, di inedito. Una barriera invisibile, impalpabile, eppure spessa e invalicabile, tra me e loro. Cresciuto nell’epica della comunità, di quel sentire che affratella, di quella fede che unisce le anime distanti, non avevo mai provato questo senso di distacco. Né mai ipotizzato che potesse esistere. I ragazzi che sedevano alla mia sinistra, in attesa dell’inizio della partita e della fine del rito, mi ignoravano. Ed io ignoravo loro, dandogli le spalle. Niente, neppure la polemica di due mesi prima, univa i nostri due mondi. L’uno in lotta disperata contro il baratro, terrorizzato dall’idea dell’estinzione; l’altro sereno, furbo al punto giusto da non farsi risucchiare dai gorghi dell’ossessione passionale, distaccato eppure partecipe al solo evento sportivo. Tra me e loro, una faglia come quella che minaccia San Francisco. Parlavano tra di loro. Di Ronaldinho e Ibrahimovic, di Quagliarella e del Fantacalcio. Modelli generazionali differenti, approccio. Niente in comune. I novanta minuti di calcio dal vivo come antipasto anomalo ad una domenica come tante, da vivere tra prepartita Sky e posticipo. C’è il derby di Milano, come se la cosa potesse in qualche modo tangerci. E mi è risalita in gola una frase letta in adolescenza, scritta con l’Uniposca nero sull’Invicta arancione: Per noi il Foggia non è una questione di vita o di morte. È molto di più. Una gradassata figlia dell’età, senza dubbio. Ma lo scarto tra quell’impulso totalitario e il relativismo sciatto di quei giovanotti, m’appare ancora adesso ugualmente doloroso. Ne parlavo ieri sera con un amico. Penso d’aver capito come stanno le cose. Non è questione di Tessera, è questione di testa. E di cuore. La sfida di Pisa, vietata, l’abbiamo vissuta chiacchierando amabilmente del più e del meno. La partita di Nocera, vietata, l’ho vissuta alla brace: seppie, salsicce, melanzane. Avrò visto quindici minuti della prima e dieci della seconda. Perché quella squadra televisiva non m’appartiene, non è mia. E quando pensi che potrebbe essere un calo di passione, una specie d’anticipo della pace dei sensi, ritorna alla mente il Foggia dell’Aquila e quello di Gela. E ti rendi conto che non è così che stanno le cose. Il Foggia di Mario Schena e Teleblu è il Foggia dei tesserati. È il Foggia dei ragazzini relativisti, quelli oltrecortina. Quelli separati in casa. Un’altra squadra rispetto a quella per la quale tifo. Non c’è storia. E non è questione di chi sia nato prima tra l’uovo e la gallina. Semplicemente, non sono io che ho scelto una squadra tra le duecento possibili; è il Foggia che esiste perché esisto. Dolce arroganza in tempi di naufragio. Fondata, oltretutto: la Lapponia è lì, ma la differenza tra non averla mai vista e ritenerla inesistente è minima. Un limbo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-8976542350476123407?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/8976542350476123407/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=8976542350476123407&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/8976542350476123407'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/8976542350476123407'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/11/la-faglia.html' title='La faglia'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-253223372527739908</id><published>2010-11-24T14:12:00.000+01:00</published><updated>2010-11-24T14:13:46.754+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='comunicati'/><title type='text'>“Meglio il Foggia” a Sky (Canale 200 – ore 10,30)</title><content type='html'>Nel dicembre del 2007, ispirati del nume tutelare Nick Hornby e dalle magliette a strisce rossonere dell’Unione Sportiva, demmo alla luce il nostro primogenito letterario. Decidemmo di chiamarlo riecheggiando un vecchio titolo del Corriere dello Sport: “&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Juve o Milan? Meglio il Foggia&lt;/span&gt;”. Le edicole e le librerie cominciarono a spacciare questa nostra piacevole fatica – pubblicata grazie all’impegno incosciente del nostro editore Corrado Rainone e impreziosito dalla stupenda prefazione di Darwin Pastorin – e quel Natale si riempì di ricordi. “Dall’odore acre dei lacrimogeni di Foggia-Varese al catenaccio irriducibile di Pino Caramanno. Dalle speranze di Pippo Marchioro alle scope Pippo nella notte della promozione in B”. Così spiegava il trafiletto che siamo stati abituati a leggere e rileggere. Per dare un’idea del nostro azzardo di un viaggio sentimentale nella storia della squadra che di gioia impazzire ci fa. E non solo. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel maggio del 2010 la nostra creatura è diventata adulta. È uscita fuori dai confini della provincia, e grazie ad una nuova incoscienza, stavolta della Bradipolibri di Torino, il viaggio sentimentale è ripartito: nuova edizione, nuova confezione, e due capitoli in più, per arrivare a lambire le tappe più recenti di questo piccolo grande amore. La sconfitta di Cremona nei play-off del 2008, la sconfitta di Benevento in quelli del 2009. C’è una squadra che di gioia impazzire ci fa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovedì 24 novembre 2010 la nostra avventura si arricchisce di un nuovo capitolo: alle 10,30 saremo infatti ospiti della trasmissione Sky Sport Caffè, canale 200 del decoder. Probabilmente racconteremo di quel gol di Barone a Trapani, di quei ragazzini che in strada sognavano la serie A, di quegli adolescenti che videro cadere la Juventus allo “Zaccheria”, o dei giovani che retrocessero a Salerno o che, nello spareggio di Ancona, videro spalancarsi le porte della C2. Oppure, più prosaicamente, ci chiederanno di Zeman.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In ogni caso, segnatevi l’appuntamento.&lt;br /&gt;Noi vi garantiamo che faremo di tutto per arrivare in tempo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il collettivo Lobanowski&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-253223372527739908?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/253223372527739908/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=253223372527739908&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/253223372527739908'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/253223372527739908'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/11/meglio-il-foggia-sky-canale-200-ore.html' title='“Meglio il Foggia” a Sky (Canale 200 – ore 10,30)'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-651486704114101812</id><published>2010-11-01T23:27:00.001+01:00</published><updated>2010-11-01T23:27:38.630+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>I fischi rivelatori</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Domenica 31 ottobre, Foggia-Siracusa 0-2&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Secondo tempo, sicuramente. Il minuto non lo so. È sempre difficile stabilire il minuto. Neppure per approssimazione. Quando si canta si guarda in balaustra. O ci si guarda attorno. L’orologio, o il cellulare che sia, rimangono ignoti. Fuori posto, come una palla ovale o una racchetta. Anzi, capita spesso di confondere il prima col dopo. In fase di consuntivo.&lt;br /&gt;Due a zero per gli ospiti. Questo è certo. Un centrocampista dei nostri sbaglia un lancio.&lt;br /&gt;Ed il velo d’ipocrisia di migliaia di tifosi della stagione 2010/11, dei nostalgici della cosiddetta Prima Zemanlandia alle prese col sogno del remake, di fan del Progetto casilliano, di cultori seguaci della competenza di Pavone, del “finalmente se ne sono andati quegli otto pezzenti”, è venuto giù. Fragorosamente. Col suono ridicolo dei fischi, dei Buuuu! &lt;br /&gt;E di sepolcri imbiancati si è svelata la curva.&lt;br /&gt;La piazza – ansiosa di abbeverarsi alla luce dei nuovi successi – si è riscoperta già stanca di “soffrire” a metà del girone d’andata. Omuncoli senza dignità, stufi di perdere alla prima difficoltà. Ambivano a godersi lo spettacolo del 4-3-3, a circondare d’effluvi circensi il Ritorno del Profeta nella sua Patria adottiva. Si erano sobbarcati i chilometri per Vasto, in piena estate, in una sorta di pellegrinaggio della speranza, per gridare il nome del vate. E chissà cosa credevano d’aver fatto. S’erano finanche sentiti offesi quando quei cattivoni degli ultras gli avevano oscurato la vista del campo con l’indefesso sventolio dei bandieroni.&lt;br /&gt;E nonostante degli undici penosissimi anni di C non abbiano vissuto che racconti o propaggini (tipo la sfida promozione con la Nocerina, o il Brindisi, o l’Andria, o i tre playoff consecutivamente persi), è bello constatare la fine prematura della loro pazienza.&lt;br /&gt;Il disvelarsi della loro consistenza reale, a prescindere dai proclami da bar.&lt;br /&gt;Adesso che fare?&lt;br /&gt;Insultarli sanguinosamente, come meriterebbe la loro assoluta mancanza di dedizione alla causa? Schernire la loro disperante assenza di stoicismo, l’indisposizione al più primitivo senso del dovere?&lt;br /&gt;Irridere la minima soglia della sopportazione dimostrata?&lt;br /&gt;O piuttosto andare a ripescare quello che l’eco, il vento, ha portato a noialtri nei quattro mesi della nuova avventura della Triade. Riprendere gli stralci. Lavorare d’archivio. Quando ci dicevano che eravamo egoisti ad anteporre la nostra protesta contro la Tessera al sacrosanto giuramento di sostenere la maglia, la squadra, finanche la società, che tanti sforzi aveva fatto (!) per tirarci fuori dall’anonimato delle ultime stagioni.&lt;br /&gt;“Li lascerete fare a pezzi nei campi infuocati della C1 solo per una vostra questione di principio”, accusavano scambiandoci per boy-scout.&lt;br /&gt;“Sono ragazzini di vent’anni, hanno bisogno della bolgia dello Zaccheria”, ci rinfacciavano criticando la scelta delle curve di non cantare per i primi dieci minuti. “A cosa serve regalare l’inizio agli altri?”. Lo sanno i lanciacori quanta fatica serva per coinvolgere questi deprivati a fare la loro parte nella “bolgia” (perché anche la passione, da queste parti, si delega: sono gli ultras a dover fare il casino di cui poi si vanteranno con gli amici, non certo loro, che scalderebbero il posto di cemento se non fosse apertamente inadeguato sedersi nei “popolari”).&lt;br /&gt;“Voi non volete bene al Foggia”, chiosavano. &lt;br /&gt;Poi capita che un centrocampista sbagli un lancio sul 2-0 per il Siracusa. E i principi vanno a farsi fottere. C’è chi sbraita, chi dice “basta!” come un amante tradito (ma da che?), chi si ripromette che mai più, mai più si lascerà sedurre da una promessa, chi molla a venti dalla fine, chi arriva a ripensare alle proprie teorie sul Maestro, azzardando uno Zeman “sorpassato, superato”. &lt;br /&gt;Che spettacolo vedere le proprie convinzioni alimentarsi di nuova linfa.&lt;br /&gt;E pensare che questa gente, non più tardi di una settimana fa, gridava al miracolo per il punto conquistato al Flaminio. Pensare che è per colpa di questa gente che non ha nulla da nascondere – muta all’occorrenza e opportunisticamente voltagabbana – che devo lottare per procacciarmi il biglietto già dal lunedì mattina. Ma le profezie si realizzano, e chi nasce tifoso d’occasione, da tifoso d’occasione campa. E muore. Per tutto questo, e molto altro ancora, quando un giorno mi chiederanno di questa partita inutilissima col Siracusa, “Cosa ricordi?”, risponderò: I nuovi fedeli che fischiavano l’Us Foggia. Rivelando se stessi.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-651486704114101812?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/651486704114101812/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=651486704114101812&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/651486704114101812'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/651486704114101812'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/11/i-fischi-rivelatori.html' title='I fischi rivelatori'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-1333703050567848141</id><published>2010-10-24T18:36:00.000+02:00</published><updated>2010-10-24T18:37:02.951+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Il giorno dell’immaginazione</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Sabato 22 ottobre, Atletico Roma-Foggia 3-3&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;La sicurezza e lo spirito dei tempi&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un rettangolo di carta di basso lignaggio; carta plebea e vagamente filigranata, color bianco sporco con tristi motivetti marroni, tipo video di Peter Gabriel. Il timbro della Siae sulla cucitura, la dicitura “Intero – 1° posto, prevendita: 0698764”. Lo spettatore è tenuto a conservare il biglietto nel luogo della manifestazione e nelle immediate adiacenze. Peccato. &lt;br /&gt;Peccato non poterlo portare in giro per mostre e vernissage. Perché questo tagliando è un’opera d’arte. Magari non un capolavoro, ma neppure il semplice pezzo di carta che vogliono farci credere (quelli che in vita non hanno apprezzato né Van Gogh né Ivan Graziani). È la prova tangibile – la metafora, direbbero i critici letterari – dell’inutilità. Incarna lo Spirito dei tempi. La carta igienica del sistema Maroni. Ne ho raccolti un paio da terra. Tra qualche anno avranno un valore inestimabile. Me li rivenderò su Ebay in tempi ancor più cupi, se proprio Sotheby’s non apprezza. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fiumi di parole sulla sicurezza, la violenza, l’incubo uligano d’oltre Adriatico. Migliaia, decine di migliaia di sillabe pronunciate da questori, prefetti, ispettori, agenti di campo, presidenti, steward. Migliaia di euro per ammodernare gli impianti sul modello carcerario più avanzato, altrettanti per tentare di mettere in pratica i decreti ministeriali, per fingersi tedescamente efficienti.&lt;br /&gt;E poi, un bel sabato di ottobre, tutti al botteghino, a quaranta minuti dal fischio d’inizio, a premersi l’uno sull’altro, a spingersi, a vedere la fila crescere a dismisura, disorganizzarsi a dovere, a rischiare d’abbattere un reticolato, voltare l’angolo, snodarsi. E tra le urla dei tifosi dell’Atletico e di quelli del Foggia, nella divisione sostanziale e sostanzialmente inutile tra tesserati (dove sono le vostre corsie preferenziali, amici?) e non, tra romanisti e laziali zemaniani, nel melting pot delle 14,30, rivivere le scene del 1984, e tornare per un attimo a stringere la mano di papà intento a litigare con quei pezzi di merda che non aprivano mai più di una porta. A risentirne quasi l’odore di Denim e Nazionali senza filtro sulle mani. Non ricordo chi fosse il ministro degli Interni nel 1984, ma di sicuro non pensava agli stadi. Faceva riunioni col cappuccio, magari, organizzava stragi di Stato, insabbiava e si lasciava corrompere, probabilmente, ma allo stadio si andava liberamente, rudemente, senza ammortizzatori. Era un’esperienza adulta. E qui, ora, è lo stesso. E non possiamo rallegrarcene a dovere. Perché bisognerebbe fingere che in mezzo non ci sia stata la retorica scassa-cazzi pluriannuale sugli ultras e la Tessera. Fingere che non abbiano fatto degli stadi quel che ne hanno invece fatto. Il cassiere sarà felice, penso, ma con che faccia si va in giro a dire che è normale avere problemi dinanzi a 4mila spettatori quando di solito se ne fanno 500? Allora perché mai questa cavolo di squadra gioca al Flaminio, se non ha che 500 affezionati sostenitori? Perché non se ne torna nel quartiere, se mai ne ha avuto uno? Per tutto questo, quando quel poveraccio (o quella poveraccia, non lo so perché non sono mai arrivato a vederne la luce in fondo al tabernacolo) impegnato a battere i nominativi di tutti i presenti nella sua tomba-unico sportello aperto, mentre in coda selvaggia si sta coi soldi contati e i documenti come allo sbarco ad Ellis Island; insomma, quando l’addetto/a ha annunciato che era finita la carta per stampare i tagliandi e bisognava ripiegare su alcune riserve in attesa da quando Cindy Lauper cantava a Deejay television, la risata collettiva ha rischiato seriamente di ammazzarli. Se non fosse che la gente era troppo nervosetta, in quel budello da sardine, per poter sorridere della sceneggiata. Che per noi era cominciata lunedì. Biglietti in vendita, disponibili presso i punti vendita autorizzati, recitava la nota. La solita sfilza di domande incompetenti – “Ma si può andare nel settore ospiti?”, “Ma ci vuole la Tessera?” – poi il primo nascente segnale di allarme: “Hanno bloccato la vendita dei settori per non tesserati”. “Ma come,  - ci chiedevamo – che vuol dire? La trasferta è libera, non ha limitazioni territoriali. Cos’è questa, la nuova frontiera della lotta ai refrattari?”. Ecco, se avessimo trovato i nostri bravi tagliandi nella settimana foggiana, se nessuno avesse esercitato le sue geniali pressioni demotivanti sul tizio di viale Ofanto, a quest’ora non sarei qui. Non perderei tempo e non farei massa. Ergo: non ne farei neppure perdere. È quello che spiego ai miei vicini, romani, foggiani e oriundi. E a cadenze precise qualcuno urla qualcosa su Maroni o sulla sua genitrice. Gente comune, eh, mica facinorosi alla Ivan di Belgrado. Nel 1984 nessuno pensava alle mamme dei ministri, mentre si era in fila al cancello dello Zaccheria. Era un mondo adulto: esisteva una sorta di patto di reciproca indifferenza che, a conti fatti, salvava l’onore di tutti. Si sbagliava da professionisti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Il circo di Zeman&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alla fine della giostra, riemergo dalla calca. Ammaccato, ma vivo. C’è chi mantiene la fila. Un paio di bustoni di Nastro Azzurro e Peroni da 0,66, e ci si accampa. Si tira fiato, mi accendo una sigaretta. E per la prima volta da quando abbiamo parcheggiato il furgone, provo a mettere in fila le sensazioni. Vedo. Il Flaminio da fuori è un signor impianto. Osservo: “Cristo santo!”. Servirebbe l’abilità di uno scrittore specializzato in pellegrinaggi, riti sacri collettivi, roba da Paoline così, per spiegare quel che brulica sul piazzale. Il meglio, il peggio, il banale. Centinaia di teste a zonzo, formiche indecise, a spasso: muoversi, orientarsi, affondare, riemergere. Catturare emozioni. È un grande evento folk. È la Fiera di Santa Caterina, ma non quella di adesso e neppure quella di via Galliani. È la Fiera di Corso Giannone, o l’Embell Riva. Un circo in cui tutto si mescola, e l’evento fa da pura quinta scenografica. Come i venditori d’acqua e noccioline a Vermicino. Sedicenni bardati di sciarpe comprate al chiosco; accenti della provincia, foggiani di stanza a Roma, abitanti della Capitale in cerca di brividi altrui, o di ricordi a basso costo. Non ci credo. È tutto così surreale che riesco ad immaginare nani e draghi alati. Ogni tanto lo sguardo di qualche ultras sembra chiedere soccorso e conforto: si muovono spaesati, questi briganti da migliaia di chilometri a stagione. Non riescono a spiegarsi cosa stia accadendo. Mi volto e vedo Balbo. Abel Balbo. è con due amici, attende i biglietti, come noi tutti. Stappo una birra grande con l’accendino, accendo una Lucky strike di Angioletto. Pare ci sia Previti, e pure Bobo Craxi. I vip: un’ipotesi che non avevo contemplato, eppure di cose brutte brutte ne penso di continuo. Lo dico, e un codazzo di individui taglia la strada. Da destra a sinistra. Dall’entusiasmo, dev’essere come minimo un Casillo. Invece è Venditti. Antonello Venditti. Dalla fila, in fondo alla mia visuale, uno gli grida “Romanista di merda!”. Ma quello ride, felice di essere ancora riconosciuto, di vivere ancora nello strapaese dei balocchi. Foto col cantante, bandiere, svariati “Forza Foggia!” e anche qualche suocera al telefono. Altri draghi spiegano le ali sulla piazzaforte romana, mentre improvvisati organizzatori d’eventi provano a depistare per alleggerire il caos: “I foggiani non tesserati possono andare a fare il biglietto in Curva Sud. Pagano direttamente alle porte”. Come all’oratorio. Un altro pensiero sentito al Ministro e alla sua mamma. E vediamo Gigi Di Biagio. Sembra la notte degli Oscar. Manca il red carpet. Vaga, Gigi, fissando il cellulare. “Ohi, Gigi, ma oggi per chi tifi?”, lui sorride. Enzo bada al concreto: “Gigi, perché non ci offri una birra?”. Quello guarda la busta ancora piena, “Certo, – dice premuroso – potrebbero non bastarvi. Andiamo al chiosco”. Solo che il chiosco ha una fila di ben due persone e Gigi si annoia ad aspettare, così mette mano al portafogli, afferra 2 banconote da 10 e dice: “Ve le offro, ma me ne vado”. Non so perché, riusciamo a fare a meno della sua compagnia, mentre ridiamo come idioti. Adesso perfettamente in linea col carnevale. Pagliacci. Pensiamo: “E se andassimo a caccia di grandi ex?”. Si propone un tariffario: da Signori pretendiamo almeno una cinquanta, Codispoti e List sono dispensati. Pagaci, pagaci, pagaci da bere, [nome giocatore], pagaci da bere! &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Le famiglie allo stadio&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Muoviamo verso il nostro boccaporto. Alla fine della fatica, c’è stato un errore di calcolo. Sono le 15 passate. E non ho il biglietto. Ma la preoccupazione è un’altra: “Mica ci sono tesserati qui?”, chiediamo al funzionario in giacca. “No, – fa quello spazientito – non ce ne sono”. Bene, entriamo. Mentre da dietro qualcuno sta chiedendo: “Mica entrano anche i tesserati?”, e quello risponde che no, non entrano, ma neppure è bello che li trattiamo come appestati. Peggio, direi, visto che la peste nessuno se la va a cercare con le sue mani. Tecnica sperimentata: Ceska, più bassa, passa i controlli arancioni indicando me che mostro quella cartacea cosa qualsiasi che garantiscono essere il ticket, e nel gioco di rimandi schizza dentro prima che quello possa rendersi conto. Ma l’amico è in gamba e mi blocca. “Guarda che con un biglietto entra una sola persona”, “Certo”, “E allora la ragazza?”, “Quale ragazza?”, “La ragazza mora coi capelli lunghi?”, “Quale ragazza, non c’è nessuna ragazza”, “Come no?”, “No”. Nel regno zemaniano dell’illusione, il ragazzo non si convince d’aver avuto un’allucinazione, mentre io lo rassicuro che sembro uno psichiatra. “Tranquillo, non c’è nessuna ragazza”. Ma il funzionario in giacca, un diverso, sente puzza di imbroglio e non ci sta a farsi gabbare. Arriva di gran carriera, con l’aria di chi dice che non gliela si fa. Ascolta una leggenda arancione che parla di una ragazza mora dai capelli lunghi, annuisce serio, afferra un ragazzo a caso e gli dice: “Fammi vedere il biglietto”. Come se avesse una precisa strategia d’indagine. Quello, stupito, glielo consegna. E il furbacchione può finalmente esclamare: “Questo biglietto è falso, manca il timbro!”. Una risata vi seppellirà. E si che c’era bisogno di grande fantasia per immaginare che quelle cose sarebbero state un biglietto! Penso non se lo augurassero neppure quelle cose stesse! Si, è sabato e si possono fare le fotocopie, ma sarebbe mancato il tempo materiale. E poi… difficilmente si pareggia un’opera d’arte di tal fatta. Il dibattito si sposta sul biglietto, un paio di poliziotti mi contendono la perquisizione, mentre uno steward arancione resta perplesso a ricostruire i suoi ultimi minuti. Passo il primo controllo, gli altri sono già al secondo. Aspetto Giuseppe, che si è attardato, e commetto la strepitosa cazzata di accendermi una sigaretta. Un agente si volta di scatto. Mi riperquisisce. Vuole indagare. Gli stadi devono tornare ad  essere luoghi per famiglie non fumatrici. E senza vizi, visto che a Manu sequestrano la bottiglietta d’acqua per Aurelio, 13 mesi e prima trasferta in furgone. “Il bambino, se avrà sete, potrà andare al bar”. Al bar immaginario della sua infanzia, quello con le marmotte che servono bicchieri con gli ombrellini, visto che questo stadio del Sei Nazioni, dentro, è un rudere. Già che c’era poteva consigliare ad Aurelio di bere direttamente la condensa dalle perdite nelle tubature. Il secondo controllo scatena il dibattito. Un ragazzo mai visto indica gli agenti e dice: “È per questo che non ci vado più allo stadio”. Il padre annuisce. Mi fa ancora male sentire queste cose. Avrò modo di dirlo al cameriere del ristorante di Frascati, che più o meno ci fa la stessa confessione. A 22 anni si è rotto il cazzo di sbirri e controlli. Terza perquisizione, poi il gruppo vacanze è accompagnato nei loschi sotterranei cadenti del nostro gioiello del rugby. Quando giungiamo a rivedere il cielo, il Foggia sta perdendo 1-0.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Mediocrità e dintorni&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma che bello è stare insieme a te. Il settore dove siamo, mi dicono, normalmente è chiuso. Ma non è normale neppure vendere 4mila biglietti. Noi siamo in alto, ultima fila a cantare. Dietro, ma anche sotto, molte facce sconosciute e tanti commenti in romanesco. Studenti e tante ragazze, che non sempre sanno cosa mettersi per simili occasioni. Di lato, in curva, i tesserati. Li vedo intenti a battere le mani. Saranno quattrocento, forse qualcuno in più. Sfilacciati. Angioletto dice di non ripetere l’errore di giudicarli da un solo punto di vista. Esistono gli ultras a questo mondo ed esistono i tifosi, sostiene. È il tifoso a segnare lo scarto che permette di vedere l’ultras, un po’ come nella scala evolutiva della specie. Sarà, ma anche tra di noi i tifosi sono tanti. Con tanti cellulari puntati, alla giapponese. Ogni tanto seguono un battimani, ogni tanto canticchiano qualcosa. Ma nella sostanza, sono sempre gli stessi quelli che si sbracciano e urlano forte. Un signore si aggrega al nostro gruppo. Si sgola, tanto che alla fine gli regaleremmo la maglietta, se ne avessimo. Il Foggia pareggia su mischia da angolo. Noi urliamo che è gol dal cross in mezzo. Alla fine l’arbitro ci asseconda. I cori si fanno anni Novanta e coinvolgono i nostalgici. Il Foggia segna altre due volte. La tribuna esplode, come la gradinata e la curva. Ma quanti ne siamo? Difficile stabilirlo. Mi diverto solo se. Siamo un po’ staccati dal resto dei nostri, e per quanti sforzi si facciano, sembrano vani. Amici, fuori dallo stadio, dicono che non è così, che anzi si è sentito tutto. Ma noi, prima ancora del rigore a favore dell’Atletico che cambia le sorti del match, abbiamo già battezzato come “mediocre” la prova sugli spalti. “Cori secchi, servono cori secchi”, ci esortiamo in bagno all’intervallo. Abbiamo subito il secondo gol su rigore netto, dicono tutti, ma l’espulsione del nostro difensore è esagerata. La ripresa è tesa, emozionante. Noi sbandieriamo e arrivano anche gli agognati cori secchi. Noi vogliamo questa vittoria. L’eco ci conforta, ma ormai abbiamo un’opinione ed è noioso rimettere sempre tutto in discussione. I nostri si difendono, noi facciamo la nostra parte, ma troppe chiazze occasionali restano mute ad osservare il campo. Non va. O, almeno, non va a noi che abbiamo l’occhio allenato. Alla fine l’Atletico pareggia con Baronio, uno che – come dice Lello – gioca da fermo. Ma ormai abbiamo individuato nell’arbitro l’artefice di questo rovescio. Il tabellone dietro di noi dice 3-3. In tribuna ci sono tanti ragazzini. Tra di noi, il solo Aurelio a proprio agio che scappa tra i seggiolini costringendo Manu e Ceska a fantastici placcaggi nel tempio del rugby. Il Foggia attacca. Siamo condizionati da Zeman, questa la vogliamo vincere. Perché la meritiamo. E quando uno dei nostri la mette a giro sul secondo palo, e la palla sfiora il montante, la delusione è autentica. Mi volto a guardare il display. Recita: 91’22”. Sarebbe stato fantastico. Tre a tre. È il risultato finale. Chissà come l’ha presa Venditti. Chissà Bobo Craxi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Appendice e dedica al nostro piccolo ultras&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nel box in cui veniamo chiusi, vaghiamo. Sembra vagamente Benevento, nel giorno famoso della sconfitta play-off. Pare che anche stavolta vogliano evitare gli incontri. E fanno defluire i tesserati. Pensano che siamo alla guerra civile. Nell’attesa, il protagonista è ancora Aurelio. Lo è stato dall’inizio. Potrà dire d’aver vissuto la sua prima trasferta autentica a 13 mesi. Un lusso riservato solo ai predestinati. Gli ultras tibetani potrebbero selezionarlo come un Lama. Il furgone, gli autogrill, “Date un occhio se vedete i baresi”. Nella sera già invernale lisciamo un’uscita e vaghiamo per 2 ore tra i Castelli, in una delle zone più impervie e selvagge d’Europa. A Frascati ci aspetta il vino d’osteria e la porchetta offerta da Angioletto, che nella vita ha smesso d’essere un individuo e ora altro non è che una funzione: il padre di Aurelio. E una funzione, si sa, non compie gli anni. Né stasera, né giovedì. Altre tavole imbandite, altre bettole spartane, altri terzi tempi ci attendono, mentre noi stessi attendiamo il tempo tenendo alto un coro. Sempre lo stesso: Aurelio non si tessera!&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-1333703050567848141?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/1333703050567848141/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=1333703050567848141&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1333703050567848141'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1333703050567848141'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/10/il-giorno-dellimmaginazione.html' title='Il giorno dell’immaginazione'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5387580968139846409</id><published>2010-10-11T17:57:00.000+02:00</published><updated>2010-10-11T17:58:19.739+02:00</updated><title type='text'>La rampa di Gela</title><content type='html'>Domenica 10 ottobre, Gela-Foggia 2-1&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Foggia di Lanciano e di Barletta è roba da tesserati, vissuto in tv con un crescente sentimento di inadeguatezza, di non-appartenenza. Il Foggia del ritorno allo Zaccheria, quello visto e non vissuto col Viareggio, resta materiale da tifosi di gradinata.  Quello di Cava e di Castellammare, poi, talmente finto, costruito, appartiene per intero ad un concetto astratto, etereo di “tifoso”. Non è di nessuno.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;La traversata&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;I fari tagliano un buio carico d’acqua. Non piove ancora con decisione, ma i tergicristalli sono all’opera. Tutti a destra, e-eh, tutti a sinistra, alé-alé. Dal buio del circondario – Puglia estrema, Basilicata, forse un pezzo di Campania, forse la taiga russo-siberiana – ritagliamo solo la forma del furgone che ci precede. E quando la carreggiata si piega di lato, la notte rilascia l’immagine di uno degli spettacoli più affascinanti in natura: il convoglio. Sette, otto furgoni intervallati da diverse auto private. La Foggia non tesserata punta a Sud. Biglietti in tasca, quelli della tribuna, costati 20 sudatissimi euro. Ma non omologarsi ha un prezzo, ed intendiamo pagarlo. Le birre passano di mano in mano, sostituiscono i termos di caffè. Davanti, un Johnny Walker da traversata fa meno danni di un Borghetti incontinente. Vorrei restare sveglio il più a lungo possibile. Vorrei vedere la Sicilia dell’interno. Ci lasciamo alle spalle Sala Consilina, e con commozione crescente ammiriamo i lavori statici sulla Salerno-Reggio. Si toccano velocità impensabili, in alcuni tratti si sfiorano i 40 km/h, in altri la carovana diventa la fila dei dieci piccoli indiani. Quando quantifichiamo in 300 e passa i chilometri ancora da percorrere prima di passare al traghetto, affoghiamo il dispiacere del realismo in barrette di Kinder confezione famiglia. Tre ore e mezzo, forse quattro, a sentire Enzo che parla di arancini allo zafferano. Ne parla ininterrottamente da giovedì, ormai, tanto che ho deciso di non prepararmi neppure un panino per non guastarmi la sorpresa. Le luci dell’alba salutano il tratto migliore dell’intera arteria, quello dove le macchine camminano in due diverse corsie (incoscienza pura!) e mostrano le stupefacenti sopraelevate nella loro raggelante bellezza. Si vede il mare, e di fronte la Sicilia, mentre i paesi dell’ultima parte di strada sul continente sono macchie indistinguibili sotto l’asfalto. Le 8 passate quando raggiungiamo l’imbarco di Villa San Giovanni. Stazione marittima, sgranchirsi le gambe. A vederci così, tutti giù dai mezzi, siamo una discreta macchia nera. È faticoso mantenersi coerenti, sopportare l’avversa fortuna, quando cedere sembrerebbe così facile, quasi ovvio, quasi scontato. Invece. Il piacere matto che si prova nel soffrire da stoici e poter mantenere la testa alta, non ha prezzo. E non è uno spot. Sul traghetto si può ascendere ai piani alti. Facciamo le rampe come bambini in estasi. E quando il mezzo si muove, sentire il freddo sulla faccia, staccarsi dalla terra ferma e puntarne un’altra, è una sensazione piacevole. Si sta come nostromi a sfidare il vento contrario. E le metafore pioverebbero facili, se volessimo rimanere nel banale. Invece. Bandiera pirata issata sulla balconata. Messina in avvicinamento. Poi di nuovo giù, di nuovo dentro i mezzi, di nuovo lo spettacolo del convoglio. In autostrada fino a Catania, ma la Sicilia che scorre di lato riesce ugualmente a catturare lo sguardo. Ha carattere, quest’isola, anche se il tratto più interessante, ne sono certo perché è l’unico che voglio vivere a occhi sgranati, sarà quello interno, la statale per Caltagirone e Gela. E mica per niente, dopo una nottata passata a far funzionare il lettore cd del Ducato, a riascoltare un balbettante Giuliano Palma e sentir saltare i Bluebeaters, a cantare una versione live di Notte prima degli esami beccata in radio, gli occhi si fanno improvvisamente pesanti. E cado nel vuoto dell’incoscienza proprio nel momento tanto atteso. Lo svincolo. Quando li riapro mancano trenta chilometri alla meta. Mi sono perso tutto. Bevo whiskey attaccandomi alla bottiglia come un ubriacone di lungo corso. Attorno le luci sono limpide, la campagna è arida e gialla e al contempo verde e fresca. Sull’altura, Niscemi. Dietro, nel furgone, c’è vita. Si parla di arancini al ragù e di varianti alle alici. Probabilmente non hanno parlato d’altro durante l’intero viaggio. Mi ricordo di avere fame. Tanta fame. Fame autentica. Il faccione dell’eterno bambino dei Kinder mi sorride ammiccante dalla confezione sul cruscotto: “Cazzo vuoi?”. L’ultimo cartello. Gela.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Gela&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Estrema periferia. Un traffico da ingorgo, che ci vorrebbe Johnny Stecchino. Clacson che strombazzano. Qualcuno ci saluta dagli abitacoli e dai marciapiede. Noi siamo una specie di pachiderma, di capodoglio in cerca di spiagge grandi abbastanza per permetterci d’arenare. Non chiediamo di meglio. Senza coscienza, sospinti dalla marea, ci ritroviamo dinanzi allo stadio, riconoscibile da una fila di bandiere biancoazzurre sui pennoni. Il parcheggio è nei paraggi. Sono le 13. Undici ore scarse dalla partenza a piazza Libanese. Il fumogeno degli Orange illustra ai passanti il nostro benvenuto. “Fate i bravi”, ci sentiamo dire da dietro. I quattro carabinieri hanno facce da Sedotta e abbandonata. Uno prova a fare l’ostile, quasi l’ordinato. Ma, diciamocela, non è credibile, e la sua mossa si limita a farci parcheggiare tutti nello stesso verso. Un ottimo lavoro. Un altro, faccia da persona per bene, alza la voce nel parlare al telefono: “Ma sono qui, ti dico… Ho capito… Ma ti garantisco che ce li ho davanti”. Viene da sorridere. Evidentemente s’aspettavano solo quei 5 tesserati. E si che siamo nell’era telematica che annuncia l’era dei microchip. Ho fame e allungo l’attesa ripulendo la mia parte di furgone. Il Conte e Davide mi danno una mano. Siamo pronti. Pronti per assaporare uno dei motivi di questa trasferta, i fantasmi evocati da Enzo per una settimana. Puntiamo il primo bar. Una volante ci affianca. Ci accompagna. Chiuso. Allora il ragazzino nel mezzo bianco-blu ci indica un secondo approdo. Puntiamo a quello, con lo stomaco in trepidante attesa. Ma la signora ne ha due solamente, e sono freddi e simili a quelli che si trovano al Pic-nic o al Capriccio. Usciamo, con un principio di sconforto incipiente. E un nuovo carabiniere si intromette nella discussione. “Sentite, ma ci dovete seguire ovunque?”. Quello un po’ ci resta male. Risponde: “No…”. Come a dire: vi stavo solo facendo compagnia. Recuperiamo parlando di cibo. Ci spiega che la Sicilia non è la Puglia, dove tutto si gioca a pranzo. Qui il meglio se lo riservano per la sera. Ci saranno pizze, calzoni e cannoli dopo le 17,30. Quando noi saremo in viaggio, in pratica. Ci lascia soli, come avevamo richiesto. Allevio la delusione con una Moretti. E lo stomaco mi si contorce. La gastrite tipica di queste situazioni di speranza e illusione. Vaghiamo, come dispersi, orfani della nostra guardia del corpo. Una coppia di mezza età ci ferma e ci saluta. Sono di Licata, prima patria di Zeman. Sono venuti apposta. Altri due ci chiedono: “Ma insomma, com’è il mister?”, “Vecchio”, rispondiamo noi. Una nuova macchina si accosta al tavolino dove abbiamo ordinato un altro giro di birre. Sono parenti di un giocatore. Dicono di aver visto Zeman. Ormai la figura dell’allenatore sovrasta ogni altra rappresentazione della nostra squadra. Eppure. Oggi, per quella maglia, abbiamo viaggiato, e tanto. Sentiamo rinascere quell’amore disarcionato dalla Tessera. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Questioni di metodo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alle 14 siamo pronti. Ma essere pronti non è mai abbastanza. Ora dei funzionari di polizia ci comunicano che possiamo accomodarci. Nel settore ospiti. Pensiamo di aver capito male. Riteniamo che l’ispettore si sia confuso, abbia usato termini in disuso per colpa dell’abitudine. Ma ci vuole poco per comprendere che così non è, e in un lampo ci ritroviamo immersi fino alle caviglie in una nuova spinosa polemica. La questione è: non possono permettere che cento foggiani prendano posto in tribuna accanto ai tifosi del Gela. Sarebbero costretti a far rispettare la numerazione dei biglietti, a sparpagliarci, a far spostare tanti gelesi. È un cavillo, lo si intuisce a miglia di distanza. Si apre il dibattito, che genera una ventina di sotto-dibattiti. Sanno quanto costi a gente che s’è fatta 800 chilometri rinunciare alla partita. Ma rispondiamo bene. Del resto: abbiamo dovuto rinunciare a tanto, non sarà certo una partita a cambiare le cose. Sembriamo spuntarla, e dopo un quarto d’ora di Porta a Porta, garantiamo di fare blocco. Del resto: non chiedevamo di meglio. O, meglio: non abbiamo mai pensato di fare altro. Ma si deve sempre far credere che anche il respiro sia una concessione. È il gioco dell’autorità (“Vi stiamo trattando bene perché siete amici di questa gente”…). Passiamo un prefiltraggio composto da tabelloni elettorali e scaldiamo la voce. Ma che bello è stare insieme a te, Tesserati mai, tesserati mai, sempre in mezzo ai guai. La fila di gelesi per entrare è lunghissima. Ci guardano tutti. Noi cantiamo, mani al cielo. Un signore dai capelli bianchi sgomita per parlare con un responsabile dell’ordine: “Ma entreranno qui?”, “Pare di si”, “E si può?”, “Oggi si”. Non è tanto per i 20 euro spesi. I soldi non sono mai una questione degna di nota. È il principio. Se la trasferta è libera, se le norme mostrano una crepa, io mi precipito. È ovvio. Non ho voglia, nessuno ha voglia, di farsi estromettere dal proprio habitat. Dentro sento un nuovo funzionario sbraitare con un sottoposto: “Ma tutte queste cazzo di bandiere chi le ha fatte entrare? Adesso mi sentono”. Devo ammettere che sono tanti i funzionari in borghese. Direi troppi, vista la relativa calma e l’inevitabile confusione degli ordini impartiti dall’alto. C’è molta gente. La curva è piena, la tribuna si riempie velocemente. Noi siamo a destra, in un fazzoletto di seggiolini. La gente attorno si è semplicemente spostata, lasciandoci un cuscinetto d’aria. Nessun problema. Invece. In cinque minuti cambia tutto. Di nuovo l’esercito di uomini in borghese cambia idea. E ci comunica che lì non possiamo più stare. È assurdo, semplicemente. Riparte il faccia a faccia. La gente di Gela, che ci aveva tenuto accanto senza problemi, non comprende più. Del resto: noi siamo gli ultras, individui irrazionali e animaleschi, a sentire media e ministri. Comincia a rumoreggiare. Siamo pur sempre invasori in una zona franca, e loro – i legittimi abitanti di quelle lande dello stadio – non vogliono problemi. Si farebbe troppa fatica, anche se sarebbe utilissimo, spiegare a tutti come stanno le cose. Parlare di un decreto inutile, delle contraddizioni che genera, dei fastidi che provoca a tutti. Ma non c’è tempo. Ci invitano a sloggiare. E la tribuna, che ha seguito l’evolversi della vicenda, applaude i carabinieri che fanno il loro ingresso risolutore. Non è colpa loro, hanno semplicemente frainteso. Chi non ha frainteso per niente, invece, ed è responsabile del sommovimento d’animi che crea, blatera. Ci vuole fuori dalla tribuna in un flash. Io parlo con l’ennesimo uomo in borghese. È mancanza di buon senso, inutile lamentarsi dopo. Siamo entrati in pace in un settore pacifico. È solo grazie al loro intervento confusionario che adesso le tanto paventate “teste matte” potrebbero avere buon gioco e venire a galla. Noi non molliamo. Siamo sulla scalinata d’accesso, a due passi dalla rampa per i disabili. Siamo cento, disposti su tre file. Qualcuno in piedi sul muretto, qualcuno sotto, qualcuno in balaustra, ma i più a terra, in un corridoio da cui il campo neppure si intuisce. Ma la posta in palio è sempre la stessa: la dignità. Far capire che non ci pieghiamo alle disposizioni assurde così come non indietreggiamo dinanzi ai decreti folli. Restiamo lì. E cantiamo. Succeda quel che succeda. Ma che bello è stare insieme a te, Tesserati mai, tesserati mai, sempre in mezzo ai guai. I gelesi della tribuna fischiano, ma non li abbiamo lasciati indifferenti. Magari non comprendono fino in fondo, ma vedere cento persone che cantano e sventolano su una scalinata, rifiutando il comodo e vuoto settore ospiti, dopo una notte e una mattinata di viaggio, fa colpo. In tanti ci guardano. Poi, nonostante gli sbirri, prendono coraggio. Anche perché per andare in bagno, o uscire, o andare al bar, bisogna passare da quella rampa. Non ci sono terze vie. Bisogna passare in mezzo a noi. Sventolando in disparte – perché se lo fai nel corridoio becchi sicuro qualcuno – vedo i primi gelesi scendere. Il Foggia, abbiamo arguito, perde già 2-0. Un signore mi si avvicina e rompe il ghiaccio scherzando sulla difesa dell’US. Poi mi dice che a Gela siamo i benvenuti. E si capiva che era quello che voleva dirmi. Che era sceso quasi apposta. Un secondo signore mi stringe la mano: “Benvenuti, ragazzi”. È un cambio d’atteggiamento repentino. In tanti si sentono di farci un gesto di sostegno, di parlare con noi, di sostare qualche secondo in più. Si accorgono che non eravamo noi il problema. Noi ci facciamo sentire, sosteniamo la squadra che – poco alla volta – risentiamo nostra. Vedo persone che mi sfilano accanto con panini ripieni di gelato. Manca ancora un quarto d’ora alla fine del tempo e se esco, Enzo mi sgrida. E il mio fisico deprivato di cibo non è in grado di reggere le umiliazioni. Desisto. All’intervallo, l’intera tribuna si rovescia per le scale. Due battute col funzionario: “Sicché, era fuorilegge sistemarci sulle scale, e ci avete sistemato sulla rampa dei disabili. Ottima mossa”. Poi anch’io vado da Sasà il gelataio, che sembra una divinità indiana a molte braccia. Siamo gomito a gomito coi gelesi al bar, e non potrebbe essere altrimenti (quando si dice la sicurezza!). Mi chiedono perché siamo contro la Tessera. È così che funziona, ed è bellissimo. Spiego, ascoltano, domandano ancora, annuiscono. “A Foggia non ce l’avete questa granita qui, eh?”. Sorrido, e non so perché vorrei rispondere che c’abbiamo i torcinelli. Taccio appena in tempo. La ripresa è bellissima. Non in campo, quello non lo vediamo proprio. Ma tra di noi. Un carabiniere mi chiede perché passo il tempo a guardare la mia bandiera che sventola e non la partita. Vorrei rispondere: “Ma fatti i cazzi tuoi…” (anche qui taccio un attimo prima), ma mi limito ad un enigmatico: “La partita siamo noi”. Quello non capisce, va verso i ragazzi sul muretto, ne chiama uno per dire che così rischia di cadere, lo tocca, quello perde l’equilibrio e cade. Il carabiniere si dilegua tra i colleghi. E faccio festa per quattro giorni al mese, Il calendario per me lo sai non ha sorprese. Il Foggia fa il 2-1. L’arbitro concede 5 minuti di recupero. Fino alla fine, Forza ragazzi! E in quel lasso di tempo, riconosco la mia maglia, la mia squadra. Sconfitta, disperata, bellissima. Perdiamo. La tribuna esplode, noi chiamiamo i nostri sotto la rampa. Poi, tolte le pezze, ci incamminiamo verso l’uscita. E qui succede una cosa inattesa. L’intera tribuna sta applaudendo, ma è rivolta verso di noi. Sta applaudendo noi. Non ci credo. Saluto, salutiamo. Dovrò rielaborarla questa scena, penso, ma sono certo che qualcosa abbiamo lasciato qui, oggi, se una tribuna che due ore prima sosteneva l’intervento degli sbirri, adesso omaggia la nostra passione, il nostro compiuto sacrificio. Sul traghetto, qualche ora dopo, qualcuno ci dirà di aver sentito in radio degli sportivissimi tifosi non tesserati del Foggia. Ribadisco: non siamo santi, non siamo angioletti, ma abbiamo dignità, rispetto e onore da vendere. E non solo noi, ma tanti ultras di questo Paese. È tempo che la gente comune, quella terrorizzata dai media dello scoop, lo comprenda.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Foggia di Lanciano e di Barletta è roba da tesserati, vissuto in tv con un crescente sentimento di inadeguatezza, di non-appartenenza. Il Foggia del ritorno allo Zaccheria, quello visto e non vissuto col Viareggio, resta materiale da tifosi di gradinata.  Quello di Cava e di Castellammare, poi, talmente finto, costruito, appartiene per intero ad un concetto astratto, etereo di “tifoso”. Non è di nessuno. Il Foggia di Gela è il nostro. Di nuovo, e per sempre.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;PS:&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Fermati! Fermati! Una rosticceria”. “Buonasera, ce ne fa 25”. E così, in quel di Messina, poco dopo le 21, anche il fantasma degli arancini siciliani s’è palesato.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-5387580968139846409?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/5387580968139846409/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=5387580968139846409&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5387580968139846409'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5387580968139846409'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/10/la-rampa-di-gela.html' title='La rampa di Gela'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-2460422125290351446</id><published>2010-10-06T13:18:00.000+02:00</published><updated>2010-10-06T13:19:07.177+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Quindici euro, famiglie tradizionali e ologrammi</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Mercoledì 29 settembre&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;15 euro, prevendita compresa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Significa che una famiglia-tipo, di quelle usate dai sondaggisti senza scrupoli per vendere merendine del risveglio – mamma-papà-bimbo-bimba – per varcare le soglie acuminate dello Zaccheria domenica, dovrà sborsare 60 euro. Centoventimilalire, come convertono ancora i più anziani e quelli nati negli anni Settanta. Per godersi Zeman, certo. Ma anche la terza categoria italiana e un Viareggio che, con tutto il rispetto, non è poi tutto sto Milan. 60 euro. Significa saltare il pranzo, accodarsi a una fila scomposta, spingere come forsennati cercando di difendere o mettere in salvo la progenie, sbucare all’interno della curva, farsi perquisire, salire e cercare un posto da cui poter vedere e far vedere ai ragazzini gli altri ragazzini in campo, e dopo un’ora e mezzo + intervallo, avere la certezza d’essersi frusciati l’equivalente di tre mesi di abbonamento a Mediaset Premium. Dove spaparanzato in poltrona ti vedi la Serie A, la Champions e persino l’inutilissima Europa League (magari con in più quell’ulteriore tocco di superfluo che è l’hd). &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Riportare le famiglie allo stadio era l’imperativo categorico di Maroni, qualche tempo fa. Uno di quegli slogan insensati che tanta presa fanno sull’immaginario collettivo. L’aratro traccia il solco e la spada lo difende. Si, ma da chi? È un problema di confini agrari? E le famiglie allo stadio sono il rimedio a che? Il toccasana a quale disfunzione? Il termine Hooligans, secondo alcune letture, deriva dai pestiferi figli della signora O’Hool, donna-madre irlandese nella Londra dell’Ottocento. In sostanza veniva costruito come O’Hool’s gang, la banda degli O’Hool, che pare fossero il terrore di un intero quartiere. Violenza gratuita, quindi, o motivata dal contesto. Certo. Ma anche tanto cuore di mamma. Una famiglia, in sostanza, gli hooligans. E le famiglie allargate, atipiche, anomale? Che Maroni pensi ai bei genitori biondi del Mulino Bianco e ai biondissimi, obbedienti, quieti figli delle Brioss quando sfodera idilliaci scenari prossimi venturi? E se poi decidono di “tornare” allo stadio le famiglie quacchere, o quelle fricchettone, o i clan scozzesi? Sarebbe un errore di valutazione terribile, un equivoco penoso sottostimare la percentuale delle famiglie non tradizionali di questo paese. Peccare di anti-modernità per un ministro, vivere nel passato. Un bel guaio. Una bella coppia di gay spagnoli con figli adottati a Manila? Pupo con le sue due mogli e i nipoti? Un sultano del Brunei col suo seguito? &lt;br /&gt;Quali famiglie dovrebbero tornare allo stadio, la circolare ministeriale non lo specifica. &lt;br /&gt;Ma si sa, questo è il Paese dove i pluri-divorziati, adulteri, puttanieri e habitué di trans organizza i Family day e parla dal palco alle masse impaurite dalla contemporaneità facendosi dare manforte da diversi ambigui in sottana e in odor di pedofilia. Ovvio che un rappresentante di codesta Repubblica nutra scompensi. Ed inventi una frequentazione passata degli impianti sportivi da parte di un soggetto che mai vi ha messo piede. Storicamente, dico. Le famiglie che dovrebbero “tornare” allo stadio, allo stadio non ci sono mai state. È come chiedere ai pinguini di tornare nella Savana. Basta vedere le foto d’archivio: non c’è traccia di pinguini nella Savana. Lo stadio, il campo sportivo, in quanto luogo potenzialmente pericoloso ma senz’altro sboccato e istintuale, era prerogativa maschile. Ci andava il capo-famiglia e, all’età giusta e sovente contro la sua volontà, quando sentiva la chiamata decideva di prelevare il primogenito, l’erede, il delfino, il più delle volte sottraendolo ai lunghi dopo-pranzo con i nonni e le femmine, per svezzarlo nella culla della mascolinità: la curva. Finché il cucciolo non abbandonava l’esemplare alfa e al campo si avviava con gli altri cuccioli, che nel frattempo avevano assunto le sembianze degli stessi scugnizzi che avevano cacciato i nazisti da Napoli. Ora le cose sono senz’altro cambiate in meglio: le donne ci vanno, eccome, in curva. E fanno anche meglio degli uomini. Ma le famiglie, per come le intende il Ministro, no, non esistono. E mai esisteranno. Specie se poi i presidenti piazzano a 15 euro un tagliando di curva. In tempo di crisi. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Parliamoci chiaro: la C1, o Lega Pro, ha gli anni contati. Tra fallimenti, ripescaggi, pescecani e bilanci in rosso, tra un paio di stagioni la terza categoria non sarà che un ricordo. In più lo scenario penoso degli stadi vuoti acuisce la sensazione di smarrimento: è come se una crew di guastatori si stesse applicando notte e giorno per devastare scientificamente quel che ancora è rimasto in piedi della passione per le proprie squadre locali. Un manipolo di esperti tagliatori di teste, al soldo forse della Lega, forse delle pay-tv, forse della massoneria deviata, costantemente all’opera per aggiungere sempre nuovi ostacoli tra il cittadino-tifoso e la struttura comunale (di cui il cittadino paga acqua, luce, gas e affitto) dove si svolgono le partite. Una perversione degna di miglior causa. A questo punto ci si aspetterebbe un imprenditore illuminato, un patron determinato ad invertire la rotta per non subire passivamente la morte della propria azienda, disposto a fare carte false pur di diventare sabbia nel motore del sistema. Uno che sbaragli la concorrenza abbassando drasticamente i prezzi dei biglietti, regalandoli ai ragazzini, che dica coi fatti: “Riprendetevi il campo sportivo della vostra città, riempitelo dei vostri colori, perché la squadra fa parte della vostra identità”. Uno così, senza proclami e pure giocando al risparmio sui giocatori, meriterebbe stima per il semplice fatto di dare linfa ad una pianta secolare eppure morente. Invece. La C1 è piena di insulsi ologrammi delle serie superiori, che giocano alla managerialità come i bambini della mia epoca giocavano alle biglie in strada. Scimmiottando Moratti o anche Zamparini parlano di diritti tv, personalizzano gli stadi, ammodernano, si avvalgono di una mezza dozzina di addetti stampa (manco fossero cistercensi alle prese con vecchie biblioteche alluvionate o sopravvalutando quel che hanno da comunicare), convocano esperti ad organizzare il merchandising ufficiale. La perfetta new economy del fallimento. Il calcio giocato, quello che dovrebbe interessare alle famiglie, come tassello in un complesso mosaico finanziario; scatola di cartone tra le cinesi scatole di ferro; il tifoso, anche se accompagnato dai genitori, diventa mucca da mungere. Sempre meno sacra. E con sempre meno giri di parole come spiegazione. 15 euro. Quando ce li chiesero a Potenza ci facemmo prendere per pazzi. Entrammo sventolando banconote finte da 50 euro. Quando ce li imposero a Terni srotolammo lo striscione “No al caro prezzi”. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è successo molto tempo fa. Anche se sembrano passati decenni. Ne convengo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-2460422125290351446?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/2460422125290351446/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=2460422125290351446&amp;isPopup=true' title='5 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/2460422125290351446'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/2460422125290351446'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/10/quindici-euro-famiglie-tradizionali-e.html' title='Quindici euro, famiglie tradizionali e ologrammi'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>5</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-7410205938398980297</id><published>2010-09-19T18:07:00.000+02:00</published><updated>2010-09-19T18:08:05.547+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>E venne il giorno</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Domenica 19 settembre, Barletta-Foggia 1-2&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tra vent’anni chissà. Chi può saperlo come verrà ricordata questa partita.&lt;br /&gt;Oggi si, oggi ha un senso dire: “Vent’anni fa c’ero”. E nel racconto aumentare il rimpianto del calcio che era e non è più. Quel calcio d’infanzia, rude e collettivo; smodato, senza regole, partecipato. Il derby, la partita per eccellenza, quella attesa, vissuta cento volte prima della palla al centro, delle squadre che sbucano dal sottopasso. Senza portarla per le lunghe. Vent’anni fa era Barletta-Foggia. Oggi era, ancora, Barletta-Foggia. E certamente, mentre queste parole vengono (poco) pensate e messe in fila su un asettico file, i cento miei concittadini tesserati saranno ancora chiusi nel settore del vecchio Comunale, mentre sciami di barlettani staranno cercando di rendere viva, vitale, attuale, una pratica d’altri tempi. Che sta al rito come la carta intestata del 1989 al documento Word. Torneranno a casa, quei cento, e diranno che ci sono stati. C’erano quando il Foggia di Zeman e Insigne vinse 2-1. Nessuno potrà dargli torto. Del resto: la verità è sempre rivoluzionaria. Ma il prezzo che abbiamo pagato, la pena che stiamo scontando, sono cose che hanno bisogno di tempo. Devono storicizzarsi. Tra vent’anni, forse, chissà, non ricorderemo affatto questo pomeriggio, oppure lo ricorderemo come la chiave di volta di una nuova epoca. Dalla tv – dove un terrorizzato Baldassarre commentava che manco il biliardo – abbiamo sentito i cori. Un barlettano in croce, e Barlettano pezzo di merda, e Con le mani quando volete. L’intero repertorio, insomma. Non si sono certo trattenuti, i nostri tesserati. Come a Lanciano, del resto, ma questa non era Lanciano. Era la partita, la più importante di tutte. Ed anche la voce aveva un che di diverso: era meno improvvisata, meno occasionale, meno pellegrina. Inutile fingere: sono stato in stazione, stamattina. Non ce la facevo, non reggevo la tensione di dover restare a casa, mentre qualcosa che avvertivo come importante accadeva a cinque minuti dalla mia stanza. Ho visto le facce, abbiamo anche parlato un po’. Non certo studentelli alla prima gita fuori porta, gli va riconosciuto. Anzi. E questo fa più male ancora. Perché non ti aspetti un voltafaccia così smaccato da parte di chi dovrebbe fare cordone con te. E si che le ragioni di qualcuno stanno in piedi, ma il quadro complessivo non regge uguale. Alle due del pomeriggio Foggia era una città attraversata solo da macchine ansiogene. Al volante le facce note, quelle che conosci, quelle spossessate dei gradoni, del gruppo, dei cori. Di tutto. Sembrava una scena da candid. Alla ricerca di un televisore, di una comitiva con cui spartire un entusiasmo finto che mascheri, agli occhi dei meno avvezzi a comprendere le cose umane, il dolore acuto del non esserci. Di sapere che venti amici di curva, insieme a ottanta neofiti, hanno preso quel treno alle 12:10, circondati da poliziotti, vigili urbani e digos. Ed hanno schiacciato – così come fosse normale – quanto rimaneva in piedi delle nostre speranze di fermare il meccanismo. Fuori dal gioco, ormai quasi definitivamente. E come per Claudio Villa, la notizia della cui morte giunse durante la finale di un Sanremo, anche noi siamo stati annichiliti nel giorno del derby. Nel giorno più importante di tutti. Potenza dei simboli. È facile, facile che tra vent’anni qualcuno possa venirmi a dire, come stamattina: “Vent’anni fa io c’ero”. Ero presente, nel giorno in cui tutto cambiò. Quando i gruppi che avevano retto l’urto di quindici anni di anonimato e C2 rimasero a casa, per essere soppiantati da quella che Occhetto non esiterebbe a chiamare ancora “la cosa”. Salteremo Castellammare, poi Gela, poi Roma. Ignoro cosa accadrà a Pisa, quando potrei fare il mio esordio in campionato, nel settore accanto a gente che avrà già 3 o 4 trasferte sulle spalle. Da tesserato, certo, ma questo – tra vent’anni – non importerà più a nessuno. Dicono che ad Azincourt le truppe di Enrico V d’Inghilterra umiliarono la cavalleria francese perché i nobili permisero ai volgari plebei di attaccare i cavalieri avversari, rompendo di fatto il codice cavalleresco che impediva di compiere certi scempi. Vinsero per un’infamata, insomma, gli inglesi. Ma oggi, su un qualsiasi libro di storia, nessuno troverebbe parole di biasimo per quel comportamento. Ad Azincourt vinsero gli inglesi, c’è scritto. A Barletta vinsero cento foggiani. Stop. Che cambia? Ai posteri l’ardua sentenza. Ma io sono ancora un contemporaneo di questi eventi, e dico che ho dovuto buttare giù cinque bicchieri di rum secco per sopportare la vista di quello stadio su una sedia di plastica. Che mi facevano schifo i cori di quei cento, che ho detestato l’idea di non avere prospettive che mi attanaglia da un anno e più. Ma che, al contempo, provavo pena e autentico disgusto per quello stadio semivuoto, per l’inconsistenza dei nostri avversari, che avevano garantito – e non è la prima volta che lo fanno – fuoco e fiamme e a stento si sono sentiti. Certo, è tv. Ma dio, pensavo, questo è un derby? Questo è il derby? Il derby, per come sono abituato io, è un’ordalia che si disputa in un catino infuocato, dove gli spalti capovolgono il senso delle cose e diventano il vero spettacolo, il centro della baraonda. Ed è il dio degli eserciti a stabilire chi sia degno della vittoria. Oggi – impassibile su una sedia a bere Pampero – mi sono incazzato solo perché il nostro portiere è uscito alla trequarti con le mani e perché Zeman si fa continuamente tagliare in verticale. Per cose così, che dal vivo neppure noto. Probabilmente quando finirà quest’incubo dovrò tornare a ripassare i cori, ma spero vivamente che tutto ciò accada presto. Perché non mi diverto più. E le facce dei miei compari, inespressive e fisse sullo schermo al triplice fischio finale, quando avrebbero dovuto ballare seminudi e ubriachi sui tavoli, dimostra che non sono il solo.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-7410205938398980297?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/7410205938398980297/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=7410205938398980297&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/7410205938398980297'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/7410205938398980297'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/09/e-venne-il-giorno.html' title='E venne il giorno'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-320178104472149235</id><published>2010-09-13T15:59:00.001+02:00</published><updated>2010-09-13T15:59:45.896+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>La luna nera</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Vasto, 12 settembre, Foggia-Foligno 4-4&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dopo Manfredonia era rimasto tutto a mezz’aria. Perso nel vago. Certo che ci saremmo stati fuori dall’Aragona di Vasto, ma il come era ancora avvolto nel più fitto mistero. Venerdì sera Nicola ci aveva parlato dei problemi della sua autovettura e con gli altri ancora alle prese con lo sfiancante operare al palco del Liga in quel di Bari, inevitabile è partito l’essemmesse ad Angelo. “Si, si”, ha risposto. Autovettura compresa. Non immaginava quanto quella asserzione, persino doppia, gli avrebbe cambiato la vita. La vita di settembre, ovvio. Non è il caso di assolutizzare sempre gli eventi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Eppure. La Lancia è quella stessa Lybra che compare, prima protagonista tra i protagonisti del primo “capitolo” della proto-Ciurma, all’assalto del sogno promozione in quel di Cremona. Nicola, che si è risparmiato la fatica del pilotaggio, siede dietro ed esclama: “Oh, oggi si viaggia di lusso! Finalmente!”. In fondo, non è una trasferta vera e propria. Non è pure una partita in casa, se è per questo. Non è niente. Ed è tutto. Tutto compreso, tutto racchiuso, nel gesto irrazionale di cui pure abbiamo già parlato a lungo: ci sono quelli che saltano i tetti, quelli che si lanciano dai balconi, e quelli che cantano davanti ai campi sportivi. I terzi saremmo noi, e questo è il nostro sport estremo. Quello per cui stiamo partendo. “A lusso”, conferma il Mattia, che poche ore prima – nella notte della prima candelina di Aurelio (a proposito: ma l’ha spenta?) – ha fatto nomi che non avrebbe dovuto fare. Confidando sullo spirito illuminista che lo contraddistingue, forte di quel positivismo che diventa superstizione se così ostentato, ha sfidato le divinità, pronunciando nomi arcaici, gonfi di maledizione. “Dai! Basta a credere a queste cose”. E sia. All’una siamo in sede. Il tavolo con l’incerata offre ancora confetti. Il frigo, svuotato d’ogni suo avere come uccelli privati delle interiora da aruspici malauguranti, mostra mezzo Borghetti. Oltre ai muffin di Ceska. Ma siamo fuori orario per mangiare. Per partire dal dolce, oltretutto. Appuntamento volante alle 13,30, poi casello e autogrill per compattare la piccola carovana di mezzi. Siamo ossequiosi e disciplinati. Ci è stato detto che “non si scende” e restiamo chiusi dentro, a parlare male degli assenti. Perché siamo carogne che attirano i fulmini. 160 km/h lisci come un presentimento. Teniamo il gruppo, puntiamo l’apripista, rallentiamo all’occorrenza. Stavolta si esce a Vasto Sud. Le case di Termoli a destra e a sinistra, poi ancora asfalto. E a 5 km dallo svincolo, la spia inattesa diventa rossa sul cruscotto. “No, cazzo!”, esclama il pilota. È l’iniezione, mi dicono. Io non immagino assolutamente nulla. Accostiamo. Esploriamo quel complesso meccanismo che si cela sotto il cofano come turisti che guardano locuste al bioparco. Ripartiamo a velocità ridotta. L’apripista è scomparso, la carovana a ruota. Pochi metri e uno strano, preoccupante fumo bianco annuncia un problema dietro, dalle parti della marmitta. Nuova piazzola di sosta. Il mare è bianco come il fumo. Un pezzo di plastica penzola penosamente fuso. C’è un problema. Proviamo a risolverlo manualmente, asportando l’orpello. Arriviamo a destinazione, certi di aver pungolato gli dei.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uno sbarramento qui, all’imbocco della strada, poco oltre le transenne che chiudono l’accesso al traffico; uno sbarramento lì, davanti al portone del palazzone, tristemente famoso per il rastrellamento di quindici giorni fa; una pattuglia e sei agenti più avanti, sotto il muro di cinta, al sole. Un paio di uomini sul camminamento, con la telecamera puntata dritta sul gruppetto. Saremo una cinquantina, penso. Dopo goliardica esperienza dell’altra domenica, era proprio il caso di mobilitare oltre venti tra poliziotti, carabinieri e uomini in borghese per blindare una strada? Ma la Tessera non doveva trasformarsi in un copioso risparmio sulla sicurezza? Misteri. “Il Foggia vince uno a zero”, mi dice Angelo, prima di essere circondato da gente che gli domanda cosa ne sia della macchina; Uno a uno, fa il tipo sul muro. Pare che il Foligno abbia anche sbagliato un rigore. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Noi siamo qua / Sempre con te&lt;/span&gt;. Le mani sono alte, le voci si compattano, la situazione è bella come al solito. Ma dentro è in corso l’ennesimo “spettacolo” circense. È strano e affascinante, quest’anno, parlare di una squadra che conosciamo dal vero solo in Coppa. È una specie di film sul calcio futuribile. Unilateralmente stabiliamo che è finito il primo tempo e ci sparpagliamo per la pianura alla ricerca di un bar. Alla seconda svolta a sinistra, una volante della polizia ci intercetta. È difficile. Chiediamo a loro: “Un bar?”. Indicano, senza favellare. Giusto. Non solo è bar, è anche tabacchi. Ed è aperto. E c’ha i tavolini. Bingo. Girano Amstel, Moretti grandi e Heineken. Fortuna che non c’è Sansonna. I discorsi sono messaggi di naviganti sbattuti dal vento e puntano sempre verso la stessa stella polare: la tessera, i divieti, il futuro. Pensieri pesanti, che portano via qualche minuto in più. Ritroviamo la strada, imbocchiamo una salita. “Se non è questa la traversa, fermiamoci a cantare sotto il palazzo. Tanto, che differenza fa…”. Fantacalcio, fantatifo. Invece la strettoia ci sbuca sulla scalinata della curva. “Stiamo vincendo?”, ci chiedono; “Chi siamo noi?”, rispondiamo. Gli altri già cantano. Uno sguardo al cellulare: siamo al decimo della ripresa. Mi fanno segno con due mani: indice e medio alzato a destra, indice medio e pollice a sinistra. No, mi dico, non può essere. Non può diventare così circense. Uno accetta quel che ricorda, e io ricordo una squadra che sembrava un pallottoliere e che niente aveva a che vedere col calcio così come lo concepisco. Ma questo è troppo anche per la mia memoria preventivamente filtrata! 3-2 al 10’ del secondo tempo. Dico il vero: diventa futile persino sapere per chi. “4-2 per il Foligno”, dice la vedetta lombarda. E si ride. Ma non il riso allegro di chi intende questo sport come puro svago domenicale, alternativa al cinema o all’avanspettacolo televisivo. E ama, chissà perché, vedere tanti gol, e non i gol giusti. Ma il riso di chi, alla quarta, è già sull’orlo della crisi di nervi. 4 gol dal Foligno, con tutto il rispetto, no. Ma non perché così non si sale, ma perché siamo il Foggia. E la parola dice – dovrebbe dire – tutto. Due frame: il coro per Caramanno, indimenticato maestro, e la parola “contestazione”. Non ci placa neppure il pallone che due bambini del posto ci soffiano sotto i piedi; neppure la dea della giornata, che sfila gelato alla mano davanti al plotone. Poi si, si pareggia. E il quinto lo sfioriamo noi, e lo sfiorano loro. Che fa. A questo punto può finire anche 10 a 10. Il sorriso ha abbandonato da tempo la mia faccia.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sfilata degli accreditati è, al solito, vergognosissima. Qui e là, tra gli impudici presenti, anche qualche straccetto rossonero. Una fede di classe, che speriamo ardentemente portino anche domenica, in quel di Barletta, in un derby che da solo dovrebbe valere la loro fottuta tessera. La polizia ci segue e non vuol saperne di salutarci. Finito il tempo, dovremmo – come Goldrake, come Mr.Hyde – trasformarci da pericolosissimi ultras vocianti a cittadini normali a spasso verso il belvedere di un paesino adriatico. Invece niente. “Ce ne andiamo?”, chiedono. Sgomberare il campo dagli equivoci. E gli equivoci siamo noi. Ok. Ma la macchina, quella Lybra di cui sopra, lasciata dormiente sulle strisce blu del parcheggio libero, torna a lampeggiare. E a fumare. Ma il fumo, stavolta è più denso, e finisce in gran parte nell’attigua gelateria. Un bel guaio. Meglio abbandonare il centro, poi si vedrà. A guizzi verso la statale, ma le cose non migliorano. Anzi, il fumo s’è fatto denso e saetta verso le macchine in coda che sembra la Sud negli anni Ottanta. Meglio accostare, ormai non sappiamo neanche più in vista di cosa. E qui avviene l’irreparabile. La macchina, spenta, diventa una caldaia. Mattia ha perso l’uso del linguaggio, indica a saltelli il cofano spalancato sull’ignoto. Singhiozza, la macchina, poi va in ebollizione. Il fumo sembra quello del crollo di un palazzo, esce impazzito dal motore come dalla marmitta. Pensiamo che stia per esplodere. Lo pensa anche il portiere di un albergo, che s’infila dentro a chiamare i pompieri. Preventivamente. Ma il botto, fortunatamente, non c’è. C’è un sipario di bianco vapore, lo sconforto di una statale, di Vasto marina, del che fare senza una lira in tasca e staccati dal resto della truppa. Un meccanico di domenica è alchimia impensabile. Non ci resta che spingere la vettura, ormai calma dopo la sfuriata, verso un parcheggio-dormitorio. E avviarsi alla stazione che, assicura Nicola, è vicina. Profughi della fede, con una sfilza di pensieri dominanti: il costo di questa bravata, il balzo sul treno in corsa a trent’anni suonati, l’appuntamento delle 20,30 a Foggia. Al binario 2 c’è chi dice di seguirlo, che lui ha scientificamente studiato gli Intercity e conosce un metodo infallibile per viaggiare senza spendere un euro. A passo svelto, dietro l’opinion leader, verso le carrozze puntate. A passo svelto, tra le fauci del controllore. Che apre le danze alla polemica. Respinti una prima volta, attendiamo il Regionale, che in realtà è la cameretta viaggiante di un nuovo controllore. Sarebbe più difficile sfuggirgli se fosse un autobus. Ok, pensa Angelo, non abbiamo più l’età per le figure di merda. Meglio munirsi di biglietti e attendere l’altro Intercity. Che giunge, in orario. Puntuale, come la sventura che ci siamo attirati addosso.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-320178104472149235?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/320178104472149235/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=320178104472149235&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/320178104472149235'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/320178104472149235'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/09/la-luna-nera.html' title='La luna nera'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-4653369014197597892</id><published>2010-08-30T13:29:00.001+02:00</published><updated>2010-08-30T13:29:32.447+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Ragazzi fuori</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Vasto, domenica 29 agosto, Foggia-Lucchese 2-3&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Anche lì dove sei ora ti immaginiamo così, con gli occhi sognanti e le braccia al cielo. &lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La macchina ha sete, Enzo ha fame. L’autogrill prende forma come un’oasi. Il benzinaio ci saluta con solerte cordialità. Chiede di zio Zeman – come se l’avessimo scritto in faccia – appura se lo si vede in giro per la bomboniera, se ha preso casa in affitto, dove compra le sigarette e se ha il contratto ad equo canone. Giuseppe risponde come il coro di una tragedia greca. Poi, a quanto pare, dall’ingresso sfila una dea balneare. L’insolito silenzio stupefatto dell’intero impianto non mi distoglie dalle manopole dello stereo e, in soldoni, me la perdo. Enzo ritorna senza il suo tramezzino, ma egualmente soddisfatto. Il benzinaio riaggancia la pompa al distributore e ci saluta con un vivace vaticinio: “Ragazzi, forza il Foggia e forza il cianno!”. Nel secondo caso, lascia aperti dubbi su un’eventuale istigazione allo stupro che non farebbe onore alla sua stazza da omone gentile. Di nuovo in carreggiata, rinfrancati. La musica riprende possesso dell’abitacolo. Cristina D’Avena, Ciurma! Andiamo tutti all’arrembaggio, “Bella, alza”; Max Pezzali e i suoi cumuli di roba e di spade, “Finalmente!”; Loredana Bertè E la luna bussò, “Finalmente!”. I Matia Bazar. Niente. Ci avviciniamo. Partita a porte chiuse e in campo neutro. Il primo provvedimento è “colpa” di quei “facinorosi” che tentarono l’invasione di campo contro il Pescina, nel ritorno play-out. Quelli che spaventarono l’arbitro fino a fargli ingoiare il fischietto, che all’epoca – nel tardo evo medio degli otto soci e di Ugolotti – furono osannati dalla piazza come salvatori della patria e che oggi, nel Rinascimento Zemanian-casilliano, sono tornati al naturale status di vandali da isolare, raccomandati che hanno strappato ai bravi tifosi – quelli “veri” di cui parla Maroni – la gioia di gustarsi due belle partite casalinghe. Sic transit gloria mundi. E lasciamo perdere che tanto i buoni non le avrebbero viste comunque allo Zaccheria, le due partite, perché il manto erboso è stato arso dal mega-palco e dal pubblico del concerto di Ramazzotti. “Foggia capitale del calcio e della musica”, titolò qualcuno all’epoca dello scempio. Ab uno disce omnis.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Stavolta proviamo Vasto Nord. In fondo, le uscite autostradali sono come le caramelle alla frutta. Vanno assaggiate e comparate continuamente. Immancabilmente, si rivela un chiovo. C’è da ripiegare a gomito lungo 14 chilometri di statale per arrivare ad un centro che appare quanto meno aleatorio. Manca anche il mare. Meglio Vasto Sud. Poi, all’improvviso, una tribuna arabeggiante ci lascia intendere d’essere arrivati. Parcheggiamo. Manca un’ora al via. Abbiamo tutto il tempo di trovare un bar fornito e poco costoso. Magari prima ci concediamo un salto ai cancelli della curva, da dove entreranno gli accreditati. Una svolta, e il cuore ci si riempie di giubilo: tra giornalisti, cameraman, tecnici, aiuti tecnici, fotografi, commentatori ed esperti, c’è una moltitudine formicolante, pulsante di rinnovato entusiasmo. È confortante sapere che l’Unione Sportiva potrà contare sempre su questo zoccolo duro di affezionati pulitori del mare. In fondo, sono lo specchio e l’anima del nostro affascinante sistema meritocratico. Tra di loro ci sono talenti eccelsi: c’è gente che sa accendere un computer, battere a macchina, finanche digitare indirizzi di siti internet. Roba mica da ridere. Li guardiamo muoversi verso le transenne e l’ingresso, e penso che in fondo siano anche pochi. Pochi, per essere il fiore della nazione. Tiriamo dritto verso un bar-tabacchi già sperimentato col Giulianova. Tra gli accreditati c’è chi ci guarda con una certa incuriosita sufficienza. Probabilmente credono che siamo qui per tentare un’imbucata, o per mendicare un ingresso a sbafo. Guai a dire al topo che il formaggio può non essere attraente! Noi puntiamo solo a 4 Peroni grandi e scaliamo la salita. Una pattuglia della volante annuncia e precede il pullman della Lucchese. “Tre ve ne prendete”, è il gesto mimato con le dita. I giocatori, cuffie nelle orecchie, lo scambiano per un saluto nazionalista ortodosso. Basiscono. Anche noi, quando la saracinesca del bar ci accoglie chiusa a doppia mandata. Comincia l’odissea. Circumnavighiamo gli isolati come turisti giapponesi a Ferragosto. I poliziotti ci guardano. Vorrebbero chiederci: “Ma che cazzo cercate?”, ma sono timidi e introversi, e finiscono col tenersi il dubbio dentro. E il dubbio li corrode finché, alle 16 in punto, dalla piazza non ascendono all’impianto le altre macchine e i furgoni. “Ma quante ne dovete giocare qui a Vasto?”, esternano con malcelato disappunto. “E dovete venire per forza?”. Per forza: il Foggia è una specie di reliquia, ed oggi fa bella mostra di se in una chiesa chiusa al pubblico (ed aperta ai soli ministri del culto). Ma questo non deve distoglierci dal nostro impegno di fedeli pellegrini.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una quarantina. Ci disponiamo sotto un muro. Lo striscione recita Ci siamo ma non ci tesseriamo. Cantiamo Ma che bello è stare insieme a te, tesserati mai, tesserati mai, sempre in mezzo ai guai. E dalla villa, dall’ingresso di curva, fanno capolino teste incuriosite. Diventiamo l’attrazione, lo spettacolo vero. Così è sempre stato, la strada non fa che amplificare la nostra meravigliosa anomalia. Passiamo il posto di blocco per rifornirci di birre. È stato segnalato un gelataio dalla preziosa scorta di 0,66 a 2 euro. Prezzo competitivo per la riviera. Ma prima di giungere al suo esercizio, i nostri occhi si riempiono di strazio e pena: con la faccia tipica dei profughi, le loro povere cose tra le braccia, i bambini tenuti per mano, una quindicina di buoni tifosi è appena stata rastrellata dalla Gestapo in una soffitta del palazzone prospiciente lo stadio. Avevano tentato la fortuna giocando con la sorte. Pensavano forse di raggiungere il terrazzo e godersi un pomeriggio di calcio giocato nonostante i divieti. Invece, forse una crudele soffiata degli ariani condomini, forse il fiuto delle guardie, ha infranto i loro sogni. “Dove li porteranno, adesso?”, ci si chiede costernati. “E chi lo sa”. Birkenau, o forse Dachau. Preghiamo per loro, mentre altri miliziani sbucano dai cortili e dagli altri accessi al palazzone. Mancano i cani. È in corso un rastrellamento. Niente di strano, la deportazione è la spina dorsale del calcio moderno. Proviamo a dimenticare (anche se i loro sguardi ci restano in mente) e omaggiamo il gelataio. Un avventore ci mette in guardia: “Dovete essere sportivi: mai confondere una partita con le botte”. Giusto. Partita con partita. Botte con botte. Torniamo ai nostri cori. Non si levano fiamme dagli attici, dalle scalinate, dai cantieri. Probabilmente la sete di sangue dei rastrellatori s’è placata con la semplice deportazione. Alè, alè, alè il Foggia alè.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dall’interno s’alzano mormorii. I nostri seri professionisti patentati fanno partire anche qualche “Forza Foggia”, giusto per far capire ai colleghi lucchesi chi è che comanda. Perdono parte di quello smalto che concede l’accredito, certo, ma quello non è mai stato troppo. E neppure sufficiente. Partono telefonate. Girano voci incontrollate. Noi eseguiamo il repertorio, ci divertiamo. Un bambino ci fissa sorridente e se la ride proprio di gusto quando gli facciamo sapere che Rispettiamo solo i pompieri. Alza lo sguardo sul papà che ricambia. Alcune ragazzine sorridono, i ragazzini che le accompagnano sono costretti a seguire i cori per dimostrare chissà che. Evidentemente non siamo mostri inavvicinabili. Qualche elemento s’aggiunge al gruppo e canta, finalmente disinibito nonostante l’apparente nonsense di gridare a squarciagola contro un muro di cinta. Forza Foggia, Vinci per noi. Il coro secco esplode sul muro del palazzo. Esplosione controllata, eco di rimando. Bello. Poi un boato di delusione, i telefonini che trillano o eseguono mazurke e wakawaka, un tale che si affaccia al parapetto, annunciano il vantaggio ospite. Fa niente. Di questa partitella non ce ne frega un cazzo. E puntuale giunge il 2-0. Ok, ci siamo. Bentornato Zeman. Antonio mi chiama. Sento tra i sobbalzi e le urla: “La Lucchese meritava di farne anche di più… il fuorigioco a centrocampo… non si difendono”. Bentornato Zeman. Non si fanno drammi, e ci mancherebbe. Tra tessere e spaccature, abbiamo ben altri problemi. Qualcuno pensa finanche che una bella sconfitta potrebbe bloccare questo delirio di nuova affezione, sbarrare l’accesso ai fedeli dell’ultimo momento. Ma non certo perché vogliamo rimanere soli: noi siamo quel che siamo, aldilà del numero. Però cantare davanti ad un muro non è la stessa cosa, se ci fai l’abitudine. Quindi: meno abbonati, meno tessere. Male non può fare. Nella ripresa il nostro copione non cambia. Forza vecchio cuore rossonero scoppia nell’aria. Sembra, dalla partecipazione dei nostri esperti, che il Foggia stia attaccando all’arma bianca. La polizia smette di muovere su e giù le proprie volanti, si blocca in un angolo, non teme più colpi di testa: di questa partitella, d’altronde… Si fuma, si canta, si beve. Il Foggia segna, poi segna ancora. L’esultanza in strada è un momento da incorniciare. Tornano le voci incontrollate: stiamo dominando, fallendo l’impossibile. “Ma tu che ne sai?”, “Lo so, lo so”, e strizza l’occhio malamente come a sottolineare i suoi superpoteri. Bah. Fatto sta che a pochi dalla fine la Lucchese si impone, di misura e su rigore. E buona parte della Foggia “sportiva” si schianta sulla dura terra: “Ma dove volete che andiamo con questa squadra?”. Facile: Senza tessera, ovunque ti seguirem, ovunque ti sosterrem, senza tessera.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-4653369014197597892?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/4653369014197597892/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=4653369014197597892&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/4653369014197597892'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/4653369014197597892'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/08/ragazzi-fuori.html' title='Ragazzi fuori'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-6635531613568963857</id><published>2010-08-28T16:17:00.000+02:00</published><updated>2010-08-28T16:18:47.871+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='comunicati'/><title type='text'>CHI CI SCHEDA NON CI MERITA (reprise)</title><content type='html'>Noi siamo quelli che partono. &lt;br /&gt;Che con la squadra ultima in classifica macinano le autostrade e le statali d'Italia, nel nome di una passione. Quelli degli striscioni, quelli dei cori che durano venti minuti, quelli a petto nudo sotto il diluvio. Quelli diffidati per aver acceso una torcia, quelli che pagano cara una giustizia sbilanciata e senza logica. Siamo il colore, il cuore, l'anima di uno sport che ha smarrito se stesso.&lt;br /&gt;Quelli stritolati dai media, mostrificati dai giornali, sbattuti in prima pagina senza controprove e senza riguardi. Quelli che rischiano e cadono senza teli protettivi, senza ammortizzatori.&lt;br /&gt;La prima inquadratura d'ogni derby, il vero prezzo del biglietto, la sostanza degli spalti.&lt;br /&gt;Quelli che cantano con la squadra sotto di 4 reti, quelli che non perdono la vita a scrivere biografie di mercenari, che amano la maglia su ogni altra cosa, che non dipendono dai risultati.&lt;br /&gt;Quelli che ci sono, quelli che ci sono sempre stati.&lt;br /&gt;Un grido di libertà che si fa comunità d'intenti.&lt;br /&gt;Ogni maledetta domenica.&lt;br /&gt;Non siamo il nemico pubblico n.1, anche se è questo quel che raccontano.&lt;br /&gt;Siamo quelli che danno ancora un senso umano a questo spettacolo di lustrini e luci della ribalta, di televisioni e divieti. Siamo quelli dei gruppi, i cani sciolti, i liberi pensieri, che dividono il sonno in un furgone, che occupano gli scompartimenti, che non conoscono stanchezza. &lt;br /&gt;Siamo quelli che non restano seduti. Né sulle tribune, né sui divani.&lt;br /&gt;Il ministro Maroni – e non è il solo – ci vede come l'unico male in un calcio fatto di tanti stadi vuoti e di  poche tasche piene, di speculazioni e di diritti tv, di grandi schermi e società fallite.&lt;br /&gt;Ci accetterebbe, ci accetterebbero, se accettassimo di diventare consumatori. Utenti, semplici comparse numerate, schedate, iper-controllate, obbedienti. Ci accetterebbero se ci decidessimo a versare i nostri soldi sulle loro carte di credito prepagate, a fare la fortuna di qualche banca in debito d'ossigeno. A rilasciare i nostri dati alle questure, a farci identificare, analizzare, vivisezionare; a sottoporre le nostre biografie al vaglio dei prefetti, ingoiando di buon grado che qualche nostro fratello diffidato non possa mai più mettere piede in uno stadio. Nel nome di una sicurezza che è solo un paravento per idioti.&lt;br /&gt;Ma siamo noi che non accettiamo.&lt;br /&gt;Oggi anche a Foggia ci chiedono di scendere a patti: o la tessera o niente abbonamento, ci dicono; o la tessera o nessuna trasferta, ribadiscono.&lt;br /&gt;I ricatti non ci sono mai piaciuti.&lt;br /&gt;NON CI ADEGUEREMO E A TUTTI QUELLI CHE ANCORA CREDONO CHE LA PASSIONE POSSA ESSERE PIU' FORTE DEL DENARO E DELLA REPRESSIONE, CHIEDIAMO UNO SFORZO DI DIGNITA': RINUNCIARE AD ABBONARSI, CONTRIBUIRE A FAR FALLIRE UN PROGETTO LIBERTICIDA UNICO IN EUROPA. Una misura talmente delirante che ha spinto finanche uno come Platini a definirla "una schedatura di massa".&lt;br /&gt;E se ancora non vi è chiaro il concetto, provate ad immaginare stadi silenziosi come uno studio televisivo, con 20 telecamere, prefiltraggi, tornelli, 150 steward, e zero socializzazione, zero passione, zero colore. Perché è questo che accettereste, questo che perdereste. Ne vale la pena?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;NESSUN ABBONAMENTO - NO ALLA TESSERA DEL TIFOSO &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Alcuni Tipi&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-6635531613568963857?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/6635531613568963857/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=6635531613568963857&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/6635531613568963857'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/6635531613568963857'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/08/chi-ci-scheda-non-ci-merita-reprise.html' title='CHI CI SCHEDA NON CI MERITA (reprise)'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-1556654485607981942</id><published>2010-08-28T16:12:00.000+02:00</published><updated>2010-08-28T16:13:10.238+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Non pensarci</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Mercoledì 25 agosto, Fano-Foggia 1-2&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Facciamo così. Questo sarà un pezzo sdolcinato, probabilmente triste, a tratti malinconico come certi quadri impressionisti col tramonto, i fiorellini bianchi e gli stagni. Ma in un momento come questo, proprio non mi riesce di fare meglio. Accontentiamoci. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;---&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’altra sera Francesco, che non segue, non sa e di solito non vuol sapere nulla di questi fantasmagorici “mondi paralleli” mi ha chiesto, in sostanza, cosa realmente spinga – in un calcio fatto di veleni, televisioni, repressione, interessi e collusioni – a fare gruppo e andare lì dove ti porta il cuore. Senza possibilità di smentita, ho risposto che è il gruppo stesso. Certo, il Foggia, l’Unione Sportiva 1920. Nessun dubbio: ero tifoso dei Rossoneri prima di essere qualsiasi altra cosa. Ma c’è un’alchimia strana, una specie di adrenalina da banda, che si autoalimenta a chilometri e compagnia. È lo scarto, il volano, la differenza sostanziale. E qui non c’entrano i discorsi su quanto di puro sia rimasto in un mondo corrotto o baggianate simili. È la verità, comunque la si voglia intendere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Umberto è del 1994. Io non ci voglio neppure pensare a cosa facevo nel ‘94. Mi stavo per diplomare, sentivo le posse, occupavo scuola. La compilation da trasferta corre sull’asfalto. Walter il mago è del 1993, Sogni di rock and roll del ‘91. Tango forse dell’85. Non ci voglio pensare. È la sua prima trasferta in gruppo. Il sole brucia la A14, direzione Nord. Qualche accenno di incolonnamento da rientro, ma tutto sommato si marcia spediti. Fano potrebbe essere l’ultima, dice qualcuno. E il pensiero va ricacciato giù, in fondo. Nella stiva dell’anima. Non si riesce a vivere se ci si concentra sulla morte, e la natura fa il suo corso. Millenni di esperienza umana dimostrano che si alzano piramidi e cattedrali gotiche nonostante la fine sia garantita per tutti. Va bene così. Ci vieteranno Lanciano per inspiegabili questioni d’ordine pubblico, poi blinderanno Barletta e Castellammare. Scorrendo il calendario, se tutto va per il meglio, torneremo a viaggiare il 10 ottobre, in direzione Gela, Sicilia. A meno che non si passi il turno in Coppa. Calcoli, combinazioni, incastri. Vivere la propria passione sta diventando un Risiko su vasta scala. Ma bisogna non pensarci, abbiamo detto: Umberto, alla sua prima trasferta, non merita de profundis. E allora la storia è la solita: strada, Borghetti, sigarette, musica. L’ingresso nel paese, l’arrivo allo stadio, le sciarpe enormi ed invernali. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una camionetta di carabinieri e svariate macchine. Tipi appiedati con sguardo eccessivamente serio, visto il contesto ancora pienamente vacanziero. “Qui non si parcheggia”, ci intima un tale in borghese (ma che sia sbirro ce l’ha scritto in faccia). Un dito ci indica un altrove ultraterreno, che nelle nostre manovre si trasforma nel cortile di un condominio. Motivi di sicurezza a noi ignoti, evidentemente, ritengono quel posto di gran lunga più affidabile. Un sorriso al pensiero di macchine ospiti parcheggiate a Campo reale. Ma si sa, la logica ha abbandonato queste lande. E poi, non abbiamo mica fatto sopralluoghi preventivi. Magari quello è un residence di foggiani emigrati. Alle porte sono inflessibili. Chi è senza biglietto deve farsi la fila al botteghino. Le forze dell’ordine che sigillano il settore e dividono le due tifoserie, si aprono per far passare gli sprovvisti di tagliando. C’è una fila notevole, per essere fine agosto. Almeno ottanta sono i foggiani. Gli altri sono fanesi. Una fila promiscua, che porta pensieri funesti: Ma perché separare a monte ciò che poi, forzatamente, si fa ricongiungere a valle? Perché, come dice lo spot, schiacciare ciò che nasce morbido? Non si sa, ma ci siamo imposti di non pensare. È così, prendere o lasciare. “Oh, sono in fila… anche a nome degli altri, potreste far sospendere la partita visto che qua ci vuole tempo?”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Foggia va sotto, pareggia e vince 2-1. Poco altro da aggiungere, quasi nulla da segnalare: l’eurogol di Insigne, che mi ha ricordato quello di Baggio contro di noi al Delle Alpi, l’ottima trentina di ultras fanesi, i poliziotti infiltrati che fanno uno splendido lavoro sotto copertura (!), le battaglie d’acqua (qualche schizzo colpirà il guardalinee, che li reputerà sputi reiterati e volontari, e il suo referto condannerà il Foggia a pagare 5mila euro, uno sproposito che grida vendetta ed apre altre mille discussioni attualmente in corso).&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Usciamo. C’è da recuperare mamma Manu, a spasso col suo carrozzino ed Aurelio nella Fano dell’emergenza ultras, e decidere: Marotta o Mondolfo. Eterno dilemma. La prima è sul mare. Una birra, presumiamo, costerà un pandemonio. La seconda è appena sui colli. Ma i 2 chilometri in più spaventano da morire, così si opta per lo sproposito. Il chiosco è a due passi dalla spiaggia, il cielo è grigio, il mare pure. Luna bassa e appena percepibile, musica metal. 4 euro una 0,66. Lo sapevamo. Ma Aurelio gradisce la vista e si diverte a seguire le onde. Decide lui per tutti. “Possiamo accomodarci?”, chiediamo garbatamente. “Si, ma non vi faccio nessuno sconto”, replica la ragazza, una giara tracimante simpatia. Arrivano i primi bicchieri. E il momento perfetto si attualizza. Ancora una volta. Per l’ultima volta? Non pensarci, non pensarci. Ci proviamo, ma la Tessera occupa i nostri pensieri, impregna le nostre parole. Non potrebbe essere altrimenti. È una spada di Damocle sulle teste di noi tutti. Una fottuta spada di Damocle. Ci sono i diritti civili, certo; c’è il business delle banche, sicuro; c’è il calcio malato e devastato dalle tv e dagli interessi, ovvio. Ma ci siamo noi, soprattutto. Il complotto per evitare nuove serate come questa. Insopportabile. Il discorso vira. Abbiamo, inutile negarlo, grossi problemi di comunicazione. Ne parliamo senza sconti: a Foggia, ma anche a Pisa o a Lucca, siamo arrivati presto al faccia a faccia: tifosi contro ultras, singoli contro gruppi. Una polarizzazione, un gusto dello scontro, che lascia perplessi. Non sappiamo neppure quando è cominciata – forse con la contestazione dei “nuovi foggiani” all’Ariston, forse a Vasto in Coppa, forse molto prima – ma al punto dove siamo è difficile frenare l’inerzia della valanga. Certo, i nuovi tifosi che barattano il Foggia per la dignità sono fastidiosi come zanzare killer. Ma non esiste critica senza autocritica, ed anche in casa nostra dobbiamo liberarci da certi equivoci. Da quella voglia di ghetto che tanto ci piace, da quell’esclusività religiosa che porta ad anteporre la fedeltà alla spiegazione. Indubbiamente, sarebbe stato difficile metterci in fila al botteghino per evangelizzare i candidati abbonati – desiderosi di rivivere il sogno di quella che per loro resta Zemanlandia – a non cadere in trappola. Ma uno sforzo maggiore di comunicazione non sarebbe stato fuori luogo. Molti individui, cani sciolti secondo la vulgata, non sono affatto nostri nemici. Non ci definiscono violenti, non rompono l’anima con gli autogrill devastati o saccheggiati, non ci attribuiscono i mali del paese. Non sono nostri nemici. Avremmo dovuto comprendere prima la loro confusione? Il loro sentirsi “soggetti non garantiti”? Probabilmente si. E adesso è maledettamente tardi. Siamo stati scissi con un colpo d’accetta. E tra di noi serpeggia il disorientamento, mischiato ad una allarmante voglia di normalità: che ne sarà dei nostri cori, dei nostri colori, dei nostri chilometri, delle serate da pasquetta come questa? Il dubbio è atroce, le strategie assenti. Rimane una malinconia profonda. Che neppure il secondo e il terzo giro di birre placa.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ancora non sappiamo – mentre la ragazza simpatia ci fa gentile omaggio di un paio di taglieri di piadina – che la trasferta di Lanciano verrà giudicata “ad alto rischio” e che Casillo ha fatto sapere che la multa verrà fatta ricadere sui tifosi, con l’aumento dei prezzi dei biglietti. Ignoriamo, mentre la sera nasconde il mare, che a casa ci aspettano decine di neo-tifosi virtualmente inferociti, talmente stanchi di “pagare per gli ultras” (!) che – spalleggiando il Casillo-pensiero – potrebbero fare tranquillamente a meno di noi. A meno di noi? E come? Trasformando gli stadi in luoghi della noia e del nulla, trasformandosi definitivamente in utenti passivi legati al carro dello “spettacolo” sportivo di terza serie? È un’ipotesi talmente assurda che, per la prima volta, mi sembra plausibile. Finanche realizzabile. Quarto giro premonitore: siamo forse sul limitare della sconfitta inevitabile e cerchiamo di posticipare l’inarrestabile caduta? Meglio cambiare argomento. Meglio ritualizzare l’iniziazione di Umberto, il classe Novantaquattro alla sua prima trasferta col gruppo. E l’ironia suona evidente: nominiamo cavalieri mentre perdiamo il feudo. Irresponsabili, incoscienti, idealisti. Il nuovo lampo. Angioletto parla di una Pizza Zeman che il buon Giacinto prepara in quel di Fermo, o di Porto San Giorgio, non s’è capito. “Sono meno di 80 chilometri da qui”. Dietro di noi la luna è altissima, domani è un normalissimo giovedì lavorativo, non arriveremo alla pizza prima delle 2 di notte, ma chi se ne frega. Irresponsabili, incoscienti, idealisti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tutto quel che sappiamo, al momento, è che non sappiamo granché, ma come assediati respingiamo il nostro funerale e la fossa comune. Ci difendiamo, passivamente. La radio trasmette la notizia degli atalantini all’assalto di Maroni. Doveva succedere, ne siamo felici, anche se abbiamo sufficiente esperienza per immaginare quanto alte si innalzino – in queste ore – le voci dei tromboni: “Gli ultras hanno fatto un favore a Maroni”. Si, certo. È sport nazionale: contestare chi contesta, naturale sequel all’inazione. Ma tant’è. La pizzeria è chiusa, ma a Fermo c’è ancora un bar aperto. “Incredibile pensare a come il Fano non riuscisse a spazzare in 11 contro 10”, sta dicendo Angioletto, per la ventesima volta. E quando il primo afferra una sedia dal cumulo e la piazza in strada, tutti capiamo che l’attimo perfetto è ricominciato. E non finirà prima di un paio d’ore. Oggi va così, e la stanchezza che pure affiora non è un valido deterrente. Beh, almeno questo è sicuro: non ci prenderanno mai per sfinimento.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-1556654485607981942?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/1556654485607981942/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=1556654485607981942&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1556654485607981942'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1556654485607981942'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/08/non-pensarci.html' title='Non pensarci'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-6685076636835630180</id><published>2010-08-23T18:22:00.000+02:00</published><updated>2010-08-23T18:23:18.845+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Tipi da spiaggia</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Domenica 22 agosto, Cavese-Foggia 0-3&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;Abbiamo visto la partita a Lido del Sole, in una pausa del lavoro.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A ben pensarci, da stamattina non ho visto altro che tipi da spiaggia. Al porto turistico di Rodi Garganico, barche attraccate e stili di bellavita clonati. “Più avanti c’è il locale di Lele Mora”, dicono in tanti, non senza una punta di immotivato orgoglio. Al bar ci squadrano con sufficienza, al tabacchino mi intercetta una cameriera, sospettosamente premurosa che potessi sbagliare porta ed infilarmi nell’attiguo ristorante da 50 euro a pasto. Oggi comincia il campionato. Inorridisco al pensiero di passarlo qui – tra bauli da “tippare” e flycase del concerto di Luca Carboni – tra indigeni e turisti con la testa altrove, ancora saldamente ancorati alla stagione estiva dei profitti e dello sperpero. Alle 16 gioca il Foggia. A Cava dei Tirreni. Questo concetto poco balneare s’infrange contro le rocce come e peggio del mare mosso. In altri tempi, la partita di Cava avrebbe catalizzato un’attenzione spasmodica, da togliere il respiro. Ma da tre anni nessun foggiano mette piede nella Cava, e nessun cavese allo Zaccheria. Hanno vinto o, quanto meno, sono in vantaggio. Venerdì mattina c’era anche stata una mezza apertura, o una distrazione. Si pensava di poter varcare i cancelli del Lamberti. Poi, verso mezzogiorno la disdetta: entrano solo i possessori di Tessera e i residenti. L’US Foggia annuncia, profeticamente (e non si sa in base a quale strana premonizione) che sarà così per tutta la stagione: non solo Cava, Barletta, Castellammare, le trasferte calde; anche per quelle giudicate “libere” – Viareggio, Lanciano, Gela – le Prefetture limiteranno l’accesso ai soli abitanti, oltre che ai tesserati. Un senso di vaga mutilazione, una brutta sensazione. Negative vibrations. Poco vale ricordare, nell’epoca dell’irrazionalità tracimata, che l’iniquo provvedimento della Tessera del tifoso entrerà in vigore domenica 29 agosto, all’apertura del campionato di A. Poco vale. Ormai la legge è un’arma nelle mani delle banche, e si è pronti anche a rispettare una legge che ancora non è tale. E qui il sole scotta, e le prime miss passeggiano sul molo. Teleblu, la tv foggiana che ha vinto la gara per l’assegnazione dei diritti, ha commesso un’infrazione imperdonabile: detiene l’esclusiva ma non ha un canale satellitare. E non può appoggiarsi a nessun altro. I foggiani che abitano fuori dal capoluogo dovranno rassegnarsi, in attesa di contrordini. Angelo chiama da Peschici: neppure quella in chiaro si vede. La gente domanda marzianamente: “Che partita c’è?”. Daniele è al Lido. Giuseppe e Piotrek battono Rodi, bar per bar, casa per casa. Segnale assente. Tranne che per un locale del centro, che però non ci vuole tra i piedi nella fascia oraria dello struscio postprandiale. Inutile insistere. La situazione si sblocca alle 15,15. C’è un posto a Lido del Sole che trasmette il match. Ormai il palco si tiene in piedi da solo. Possiamo andare. E la strana impressione si ripete. In campo, sullo schermo piatto tagliato dal sole, ci sono le gloriose maglie bianche da trasferta. Attorno, la gente è in costume. Sembra Mtv. Ma più profondo di quest’impatto resta il dato: la piazza sta ribollendo. Le inquadrature su Zeman fanno immancabilmente scattare un accenno di coro. Lo capirebbe anche un bambino: l’adorazione per il Boemo – da queste parti icona e simbolo ben prima della sua “crociata” contro il Palazzo e le farmacie – è palpabile. Nell’immediato rischia seriamente di esaurite le scorte di abbonamenti, con conseguente impennata della tesserazione volontaria ed estromissione dagli spalti dei gruppi organizzati. Molto dipende da queste prime partite. Non ce lo siamo nascosti tra noi, specie dopo il pellegrinaggio di massa a Vasto: un paio di sconfitte subito non guasterebbero. Raffredderebbero un po’ l’ambiente, lo renderebbero più realista e meno religiosamente infervorato. Magari se Zeman stecca la prima ci sarà qualche possibilità in più di accedere ai biglietti, la domenica. Certo, siamo ultras e della partita non ce ne frega. Ovvio, chiacchiere. Siamo l’evoluzione esponenziale del tifo da stadio, abbiamo bisogno dei gradoni. Fuori saremmo manifestanti, teddy boys, skinheads, papaboys. Saremmo belli uguale, ma l’ultras è un fenomeno da stadio. Legato a doppio filo con le ritualità da stadio. Senza la chiesa, svanisce il culto. O trasloca nelle catacombe. Quindi, a rigor di logica, dovremmo tifare contro. Tifare Cavese. Ma il solo pensiero rabbuia. Come la morte. Magari teniamoci distanti, occupiamo questa tavolata in seconda fila, ordiniamo birre grandi a 3 euro (Ah, il Gargano…), e dissertiamo del più e del meno, mentre la partita segue il suo corso. Cerchiamo di non farci coinvolgere. È solo uno schermo al plasma, in fondo, che replica la realtà. Non è la realtà. Se poi dovesse segnare la Cavese o il Foggia, beh, affronteremo la cosa sul momento. Il riflesso del sole adombra il campo, il pallone svanisce spesso. La prima tavolata è piegata in avanti, quasi a voler afferrare lo schermo con lo sguardo. Noi ci diciamo che non è mica male Lido del Sole, ce l’aspettavamo più piccola, meno raccolta. E poi il tratto di spiaggia selvaggia fino a Rodi è veramente bello, anche se un po’ sporco. “Ma cosa pensano di pescare quelli a riva?”, “Boh”. “Com’è andata stamattina?”, “Mah, bene, il palco è abbastanza piccolo, due soli mezzi bilici, penso che stanotte prima delle 3 dovremmo aver finito”, “Buono”. Ma gli sguardi fuggono, come evasi in pianura. Ogni tanto qualcuno prova a provocare: “Forza Cava!”, ma davanti ci conoscono, ridono e non ci cascano. Il Foggia gioca. Lo vedono tutti. Anche noi. Cazzo, penso. Ragazzini che non temono la Cava, che aggrediscono e non abbassano la cresta. Siamo reduci da anni di senatori, di gente con esperienza sui campi di terza serie, che se andava a Cava a spazzare e a restituire offese e provocazioni prendeva l’ovazione e strappava lo 0-0. Sarà l’ingenuità, sarà l’incoscienza che aiuta gli audaci, gli inconsapevoli. Che ne sa di Cava uno come Kone, classe 1990, che lotta su ogni pallone e taglia il campo con la forza di un trattore? Che ne sa Laribi, classe 1991? Dovremmo dirglielo? Dirgli degli scontri epici degli anni Ottanta, quando tutto era ancora possibile? E perché mai? È un altro sport, questo. E il Foggia macina azioni, cade spesso in fuorigioco ma fa capire di poter colpire. E colpisce. Goooooool, siiiiiiiii! Prima. Poi ci guardiamo. Il sorriso nasconde l’angoscia: Cristo, siamo tifosi del Foggia con le ali spezzate, che non possono dare vita a quella passione che hanno esternato per anni. Se questi vincono – e questi possono vincere, s’è capito, laddove non s’è mai vinto – domattina ci troveremo le strade imbandierate. E la coda giù ai botteghini. A giugno stavamo morendo ed eravamo 200 in strada, a gridare la nostra rabbia. Adesso siamo più vivi che mai. E negli abbracci di circostanza al carro del vincitore, siamo stati tagliati fuori. Per indole, certo, per nostra rivendicata scelta: ma non possiamo tifare contro la nostra squadra. Meglio affondare – e affonderemo – continuando ad amarla d’un amore diverso, che tradirla. A fine primo tempo, il raddoppio toglie i dubbi residui. Sono felice e sono triste, mi sento scippato, per la seconda volta in vita mia. E non è tanto per la gioia da pochi intimi che si prova a cantare come pazzi mentre si perde 4-0 a Cosenza. Il calcio è sport popolare per antonomasia, figurarsi se mi metto a sponsorizzare i club privè. Ma così, così è ingiusto. È come se un corteo di carnevale sfilasse sotto le finestre di un defunto; come veder zampillare acqua dal pozzo nel giorno della dipartita di chi, a quel pozzo, ha dedicato parte della sua vita. La folla festante delle retrovie rischia seriamente di spazzar via la vecchia armata. E a noi non serve fingere che la cosa non ci interessi. È dilaniante. Pensare che il Foggia vinca 3-0 a Cava dei Tirreni, agevolando il nostro soffocamento, è una di quelle gioie per le quali si può piangere. Di nostalgia.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-6685076636835630180?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/6685076636835630180/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=6685076636835630180&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/6685076636835630180'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/6685076636835630180'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/08/tipi-da-spiaggia.html' title='Tipi da spiaggia'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-7702576876573205913</id><published>2010-08-23T18:21:00.000+02:00</published><updated>2010-08-23T18:22:21.207+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storie'/><title type='text'>Il signor S.</title><content type='html'>Ho visto il signor S. puntare dritto alle transenne. Aveva fretta. Aveva ragione: in fila scomposta, per entrare all’Aragona di Vasto, c’erano almeno duecento persone. Mancavano pochi minuti alle 17, fischio d’inizio di Foggia-Giulianova. Coppa Italia Lega Pro. Erano anni che non lo vedevo. Anzi, adesso che ci penso, non penso d’averlo mai visto. Ai tempi della saletta, mi pare di ricordare, tifava Milan. O Juventus. Di sicuro c’era il divertente siparietto degli sfottò, ma non ricordo se con Gianni, che era milanista, o con Maurizio e Angelo, che erano juventini. Ho seguito il suo passo affrettato. Non mi ha visto. Meglio così. Sarebbe stato imbarazzante. Nel senso: ci saremmo salutati calorosamente con la manina, e la totale mancanza di senso di colpa nel suo sguardo aperto avrebbe riempito di imbarazzo me. Talebano luterano. Ci ripenso: forse ha ragione lui. Certo, mi capita di pensarlo spesso, per tanti ambiti della mia vita. È solo una partita di calcio, mi avrebbe fatto capire il suo saluto, ed oggi avevo proprio voglia di veder giocare al pallone. Come quando con zio Giuseppe andavamo, la domenica mattina, a vedere la Juve San Michele o le sfide epiche sul campo di San Ciro. Il calcio minore, l’unico che piacesse a zio Giuseppe. Ma non è nemmeno questo il punto: il punto è che il campo sportivo, come si chiamava una volta, dovrebbe essere il luogo della libertà. A Foggia, a Milano, a Liverpool. Ovunque. Un appassionato di calcio potrebbe, all’improvviso, avere l’impulso di andare a veder tirare calci ad un pallone. E dovrebbe, ovunque, poterci andare. Così, per puro diporto. Come al cinema, a teatro, ad un concerto. Fare la fila al botteghino, anche dieci minuti prima dell’evento, ed entrare. E godersi la sua passione. Se la sua passione è assistere. Ha ragione lui. Hanno torto gli altri. Quelli che hanno blindato, recintato, militarizzato gli stadi. Quelli che hanno reso l’esercizio della passione più difficile di un tremila siepi ai tempi di Antibo. Dovrebbe essere un piacere vedere il signor S. allungare il passo per guadagnarsi il varco. Invece, visti i tempi, faccio di tutto per evitare il suo sguardo allegro. Perché questo sporco gioco al massacro me lo ha reso antagonista, quasi nemico. Come quei rumeni che, spinti dal bisogno di raggranellare euro, accettano una paga da fame e mi tagliano fuori dal mercato del lavoro. Dovrei prendermela con le alte sfere, certo, ma non riesco a liberarmi di quell’idea di complicità che m’assale. Complici. Collaborazionisti. I rumeni e il signor S. Stessa pasta. Ognuno pensa ai cazzi suoi e gli altri si arrangino. Dovrebbe essermi entrato in testa, dopo trentaquattro primavere. Invece. Invece continuo a pensare che la vita sia fatta di scelte. Tendere alla dignità, a quel minimo di coerenza che siamo sempre pronti a rimproverare come assente negli altri impalpabili, ma che raramente ci sogniamo di applicare alla nostra quotidianità. Una partita di calcio non è niente. Ma è un simbolo. Lo penso mentre vedo scorrere la fila a strattoni. Gente che da due, cinque, dieci anni non metteva piede allo stadio, con la voce pronta ad osannare i nuovi eroi. Capita sempre così. Gente che non s’è mai vista – potrei fare nomi e cognomi, ma non mi va – fototessera alla mano a sottoscrivere i dati della Tessera del tifoso. A collaborare, fingendo innocenza, con quel sistema che sta ratificando la mia fine. La fine del calcio per come lo intendo. Innocenti, deresponsabilizzati. Non è colpa loro, dicono, se c’è qualcosa di sbagliato nel sistema, prendetevela col sistema. Già, come se fosse facile reperire l’indirizzo di casa del Sistema, questo tutto/nulla che annienta il volere soggettivo, che impedisce l’opposizione e la pratica della dignità. Come l’impero di Toni Negri. Senza cascate piramidali. È così. O forse ho torto. Fatto sta che ad un certo punto l’Aragona rossonero è esploso di gioia. Il Foggia aveva segnato. Noi eravamo fuori, ad attendere il resto della compagnia. Ed è stato come essere proiettati in un futuro prossimo venturo, esclusi dal giro, dal gioco, dal palcoscenico che pensavamo c’appartenesse. Pugnalati alle spalle da una manica di assassini anonimi, tutti con delle ottime ragioni private, e nessuno con chiari moventi. Assassini senza colpa, senza rancore, senza odio. Con indirizzi di casa conosciuti eppure intoccabili. Limpidi come bambini appassionati di una girandola.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-7702576876573205913?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/7702576876573205913/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=7702576876573205913&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/7702576876573205913'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/7702576876573205913'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/08/il-signor-s.html' title='Il signor S.'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-8970653929535161387</id><published>2010-08-16T18:16:00.001+02:00</published><updated>2010-08-16T18:22:10.016+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Alors on dance</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Sabato 14 agosto, L’Aquila-Foggia 1-2&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La vigilia, si sa. &lt;br /&gt;A volte la vigilia è l’evento. Meglio dell’evento. Stavolta è dura. Ha il sapore minerale della Zubrobka – vodka polacca giunta ai nostri stomaci italici direttamente dalla italianizzata Breslavia – e l’odore di pareti ospedaliere. Notte al Pronto Soccorso, senza collassi di sorta, ma con svariati colpi di testa e cani che mordono strazzati. Il silenzio è rotto, fuori è ancora estate, ma la Coppa disarciona la tregua non voluta. Posso fumare tranquillamente, godermi il contesto. Ambulanze, guardie giurate. “Ma la cattedrale di Foggia è ancora chiusa?”, “Si, per restauro”, “Ah”. Al mattino gli allibratori quotano basse le assenze. La vigilia tosta lascerà i segni, dicono gli esperti. Invece. Valerio, alle 11, è già pronto all’avventura. Angioletto lo raggiungerà di lì a poco. Noi, sciarpe di lana sotto i 35 gradi della landa, ci incamminiamo che manca un quarto a mezzogiorno. Non si partirà prima dell’una, e possiamo goderci l’ottimismo. L’ottimismo voltagabbana e un po’ paraculo di questa città. Solo pochi mesi fa – prima dell’avvento della Triade – bastava che i passanti scorgessero quei colori, associassero le t-shirt alle gloriose rossonere, perché scattasse – blanda e qualunquista – la cataratta dei commenti di disfatta. “Angor appriss o Foggije?”. Stamane, invece, camminiamo come cavalieri dell’onore tra ali di popolo festante. Avanguardie di un altro sistema solare, direbbe il Vate. “Auguri ragazzi”, ci incoraggiano. E ti viene voglia di prenderli a schiaffi, questi volubili concittadini. Ma l’entusiasmo supera i malumori. Stiamo per ricominciare, per ripartire, e la sola idea dei chilometri da fare pompa felicità, rassoda i muscoli, rinfresca l’aria. Ci siamo tutti. Due macchine pronte, una terza parzialmente occupata ci raggiungerà dalle spiagge, tra qualche ora e più a Nord. L’Aquila, Coppa Italia di Lega Pro. Basta la parola. Basta il pretesto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;…&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Vamos a bailar est avida nueva&lt;/span&gt;. L’autogrill di Bucchianico, i furgoni, il labirinto che si popola. “Chi siete?”, “Studenti in gita”. Del resto non c’è un’età per la maturità. E spero di non conoscere mai chi racconta il contrario. Perché mi piace. Sgranchirmi le gambe, salutare tutti – “buongiorno!” – guardare i Marshmellows sugli scaffali, pisciare ai wc al muro, lavarmi la testa, dire che si, lo voglio il caffè, perché no, e poi passare alle birre. Riti che annullano la pigra stagione del nulla. E di nuovo sulla strada. Il convoglio, “una delle meraviglie della natura”, per dirla alla Homer Simpson. L’Abruzzo aspro e montuoso, le strade interne che tagliano i massicci. Esordisce il nuovo Foggia con Zeman in panca, e i più spudorati – dopo quindici anni – rispolverano il termine di Zemanlandia. Termine su tutti offensivo della nostra storia. Ma non è solo quello. È l’impressione motivata, la sensazione pluri-dimostrata in queste settimane di calore improvviso, che la gente abbia deciso – nel nome dei tempi andati – di fare quadrato attorno alla squadra. Di ossequiare i nuovi-vecchi padroni con un bagno di rinnovato calore. Un’effervescenza che ha portato semisconosciuti e juventini riconosciuti e conclamati a mettersi in fila per l’abbonamento e, quel che è peggio, a sottoscrivere la Tessera come atto di fede zemaniano. La società non ne comunica il numero, a Casillo non piace seminare disfattismi, ma di certo si supereranno abbondantemente i 1.800 dell’anno scorso. Con quel che ne conseguirà. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un bar di cui è sopravvissuta la sola insegna; una casa al passaggio a livello piegata su se stessa, come implosa; le travi a sostenere le facciate di tre palazzi d’epoca. I segni del terremoto sono più che visibili. La disorganizzazione regna sovrana. Ci sono cose più importanti di una partita di calcio a cui pensare, certo. Ma a questo punto, evitiamo di farle disputare, queste partite inutili. Altrimenti: servirebbe qualcosa di più di una semplice coppia di vigili urbani a farci segno con la mano di svoltare a sinistra, di inerpicarci su una salita alla cui sommità non c’è che la strada del ritorno. Il convoglio gira in tondo, circumnaviga i fari dello stadio – di cui si ha sentore ma che non si vede – taglia schiere di villini, compie manovre ardite, inversioni di marcia collettive, intasa il traffico per tenersi contiguo. A vuoto, per almeno venti minuti. Nessun presidio delle forze dell’ordine, nessun cartello. Diversi ragazzini aquilani – con tanto di magliette ultras – a sgranare gli occhi al passaggio, increduli di tanta libertà concessa alla numerosa pattuglia ospite. Un carabiniere ci sbarra la strada. L’ennesima manovra di ripiegamento. Aggiriamo diversi isolati, sbuchiamo al “parcheggio” dopo altri cinque minuti di approssimazione. Quando finalmente scendiamo dalle macchine, il carabiniere di prima – col suo posto di blocco – ce lo ritroviamo di spalle. “Ma come? Ci hai fatto fare il giro ed eravamo arrivati?”. Un piccolo focolaio di tensione. Dentro. “Non serve il documento”. Certo, il primo biglietto dell’epoca del tesseramento dei tifosi non è neppure nominale. Meglio così.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il settore è in gradinata. Un’invisibile linea invalicabile lo divide in orizzontale. Sopra, in piedi o finanche seduti, videocamere e digitali alla mano, ci sono quelli che di solito non ci sono. Gente per bene, per carità, ma l’impressione è quella di cui sopra: Zeman ha trasformato queste persone, ne ha alimentato la curiosità, ne ha stimolato gli istinti, li ha conquistati col potere del sogno. O della ripetizione dello stesso. Sotto, a torso nudo e in corrispondenza delle pezze, ci sono gli altri. Quelli di Cosenza e di Trieste. Per non dire quelli di Palma Campania, di Battipaglia, di Ragusa. Per carità: siamo contro i giudizi di valore, ognuno della sua vita – ed anche della sua passione – fa quello che vuole, e qua non si guadagnano gradi e denari. È per puro dato statistico che si sottolinea quel che si vede: tra l’alto e il basso, tra la Montagna e la Pianura, la Gironda e il resto, c’è una faglia. I settori ospiti sono due. E forse, dalla prima trasferta con l’obbligo della Tessera, questo fatto diventerà ancora più fisicamente visibile. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Da quando sei in C non ti seguono più&lt;/span&gt;, è il primo coro che s’alza dai bassifondi. E non è un caso. Si riprende confidenza. Le corde vocali sotto tensione, un colpo di tosse. Un coro breve, uno lungo, uno secco. E poco alla volta, col passare dei minuti, ricarburiamo. Attorno a noi, lo stadio-velodromo aquilano. Una cinquantina di ultras nella curva alla nostra sinistra, tanta gente in tribuna, sole e nuvole in alternanza. Qualche sfottò, il giusto per le dimensioni dei rivali e per finire sulle pagine scandalizzate del Corriere della sera come prima tifoseria ad aver insultato i padroni di casa dal drammatico sisma dell’anno scorso. Ma c’è una rivalità da onorare, senza falsi buonismi e senza sciacallaggi. C’è il passato a testimoniare ciò che il Corriere non sa. E che chi sa, sa. Stop. Passiamo in vantaggio. Botta da fuori, dicono. Io non l’ho visto, e come me diversi dei nostri, impegnati in una fondamentale discussione sull’opportunità di una sciarpata. Un ragazzino viene sotto il settore. Esulta come Giovinco, ma soprattutto esulta. Come se fosse un gol decisivo. Ragazzi dagli entusiasmi facili. Eppure: il centrocampo è tosto, o così sembra: regge, lotta, non demorde. Le sovrapposizioni, quelle, sono le solite di sempre, magari con qualche tossina da smaltire nelle gambe. Col risultato, solito anch’esso, che ci si difende in tre, quando non in due, e con la linea molto alta (anche se non ancora a centrocampo, ma diamo tempo al mister). L’uscita del nostro portiere di testa alla trequarti mi provoca un brivido nella schiena. Uno dal settore richiama l’attenzione del loro estremo difensore: “Portiere, vergognati… quello c’ha 16 anni!”. Cantiamo, che è meglio. Loro pareggiano su calcio piazzato, prendono coraggio. Noi eseguiamo il nostro repertorio. Siamo già in forma.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Nell’intervallo Enzo ci sorprende in bagno a chiacchierare e si fa prendere da una crisi di gelosia. Teme, come Berlusconi coi finiani, che le correnti interne si trasformino in aperta sfida. Teme, probabilmente, che vengano fuori documenti compromettenti riguardanti il concetto di Circo Equestre e le sue declinazioni. Viene calmato. “Stavamo solo parlando del ritorno”. È scettico, non ci crede. Ma si tranquillizza. Fuori, tutti discutono con tutti. Si chiede alla forza pubblica a chi è saltato in mente di far parcheggiare un bel numero di macchine in un improvvisato parcheggio a due chilometri dallo stadio. La risposta è più o meno la solita: “Abbiamo cose più serie a cui pensare, all’Aquila”. Si, ok, ma per quanto tempo andrà avanti questa storia? Riprendiamo le nostre posizioni, e nel secondo tempo il Foggia sembra già una squadra rodata. I più saggi smorzano gli entusiasmi facili: “L’Aquila è una squadra di D ripescata in C2”. Certo, ma qui tutti aspettano da troppo. E, a cavallo del 2-1 per noi, il settore esprime il suo meglio. La suburra coinvolge la città alta in un paio di stornelli seri. Poi, si da il via al cabaret. E lì, in quei dieci minuti passati tra Celentano e balli di gruppo, c’è tutto lo spirito di questa scarpinata estiva. Il piacere infantile, le risate. Gli aquilani si fanno sentire con un coro. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Vi vogliamo così&lt;/span&gt;. Poi torniamo con lo sguardo al campo: &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Sospendete la partita!&lt;/span&gt; Dura ancora poco. Poi finisce – “E l’anno prossimo veniamo con la squadra buona” – con gli undici già sotto il settore e molti sguardi incuriositi. Quei ragazzi hanno avuto un assaggio del nostro sostegno. Non resta che sperare che lo meritino. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Innamorati di questa maglietta, onorati di questa città.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Alors on dance!&lt;/span&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-8970653929535161387?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/8970653929535161387/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=8970653929535161387&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/8970653929535161387'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/8970653929535161387'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/08/alors-on-dance.html' title='Alors on dance'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-4902739868158136263</id><published>2010-07-22T18:09:00.001+02:00</published><updated>2010-07-22T18:11:09.114+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storie'/><title type='text'>Le due città – parte II</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;&lt;br /&gt;Sottotitolo: Siete sempre un pubblico di merda&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Uno scooter ci affianca. Dev’essere per via delle magliette. Il ragazzo si sporge dal traffico di piazza Cavour: “A che ora inizia, là?”. A colpo sicuro. “Alle sette”, rispondiamo in automatico. Quello fa un cenno col capo, schizza di gas oltre la rotonda e si lascia alle spalle un prolungato colpo di clacson. Ha piovuto grandine, questo pomeriggio. Adesso l’aria è afosa come a Massaua (cit.). Ma c’è luce. Ed un fermento che più che poeticamente palpabile, è prosaicamente solido. Il viale della stazione sembra una lunga appendice del teatro Ariston. La notizia è volata di schermo in schermo, di bocca in bocca. Quella di Tania Zamparo, Sky Sport 24, l’ha detto meglio di tutti, di nuovo, nell’edizione della notte: “Oggi a Foggia è il giorno della presentazione di Zeman”. Ma i primi vecchi del viale stanno parlando di Casillo. Quello che scatta in piedi dalla panchina, l’affabulatore di turno, fa il nome del Conquistatore ad alta voce, senza timori reverenziali. Più avanti, un dubbio amletico percorre una comitiva di vegliardi come una scossa elettrica: “Se andiamo là – e il nonno indica la via che porta al teatro – perdiamo il posto qua”. E le dita puntano la panchina. Un’ambulanza. Il guidatore, fermo al semaforo, ci guarda. Ancora per via della maglietta, presumo. Ci sorride e va di clacson. Pe-pe-pepepe. Il brusio cresce. “Senti?”. Dobbiamo ancora girare l’angolo, ma l’idea della ressa è tutta nelle voci confuse e concitate, nel caos, nella barriera di suono. Un parcheggiatore ci guarda e ci fa: “Si ricomincia a sognare, eh?”. Ce lo troviamo davanti all’improvviso. Non ho la prontezza di rispondergli – chessò – che non abbiamo mai smesso. Ma l’avrebbe interpretata come un’ebraica attesa del Messia, una traversata nel deserto lunga quindici anni, e non come un segno di fedeltà. L’angolo, il teatro, la ressa. I segni di una rissa. “Si sono menati”, sta dicendo un ragazzino. E come prova provata, indica uno squarcio nel vetro. Una crepa. Ci saranno 30 gradi, fuori. Il tempo di passare in rassegna le facce. Ragazzini, sciarpa e maglietta ufficiale, che sciamano fomentati, elettrici. Uomini d’una certa età, al settimo cielo. Quindicenni per cui la cosiddetta Zemanlandia è un mito orale al pari dell’Eneide, solo studiata meglio. Ragazze in pantaloncini, sotto braccio ai rispettivi baldi. E giovani padri con prole: bambini e bambine di pochi mesi, avviluppati in soffocanti tenute Legea di materiale sintetico. Facce sconosciute, neofiti. Facce mai viste. Aprono le porte, e la folla osannante si preme sull’ingresso ed entra a spintoni. Pochi attimi e le sagome si vedono sfilare al piano di sopra, dai finestroni che danno sulla strada. Di corsa, per paura di perdere il posto. Un coro fa da groppo alla gola. Non vedono l’ora di esprimersi, questi innamorati dell’ultimo proclama.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il sogno. Qui nessuno contesta il sogno. La parte più pura, angelicata, dell’essere umano. Il volano d’ogni salto senza ali. Le mie critiche sono nulle dinanzi a quei venticinquenni che non hanno mai visto neppure la serie B. È ovvio che le aspirazioni di una piazza a secco da troppo tempo non possono finire così, semplicemente e completamente, sul banco degli imputati. Qui si contesta l’opportunità. Perché c’è modo e modo finanche di saltare sul cavallo vincente. È un fatto di stile. Niente da dire, o quasi, a quelli che silenziosamente, pudicamente, timidamente si sono lasciati trasportare dalla scia di una passione nuova, o appena rinata, o dalla curiosità della massa in marcia. Niente da dire per quelli che rispettosamente si sono accodati alla processione, ben sapendo di non poter ambire a soppiantare, a colpire di spugna, quelli che c’erano quando il pane era raffermo. Ed amaro. Quelli che hanno fame di calcio – persino quelli che bramano spettacolo – e che proprio non ce la facevano a sopportare i calci dell’anonimato, che ora sono tornati e riconoscono di doversi riambientare, non meritano la gogna. Ma che dire degli altri?&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un telo bianco annuncia un maxischermo. La gente che non è riuscita ad entrare si posiziona. Anche noi prendiamo posto tra gli esclusi – volontari, nel nostro caso – al gran ballo del consenso. Ci sono i veicoli di Telenorba, Teleradioerre, Telefoggia, Teleblu. C’è una giornalista della Rai che si aggira tra i capannelli, a chiedere se qualcuno, in definitiva, l’ha mai visto giocare sto famoso Foggia dei miracoli degli anni Novanta. Parte la diretta. Ma è giorno, e c’è luce come a Massaua (cit.). Ma per gli idolatri non è un problema. Loro vedono gli eroi anche su un telo bianco. Del resto, siamo la città che supplica una madonna mai vista, celata com’è dietro sette veli neri. Un boato. Dev’essere successo qualcosa, anche se non sembra. Il nostro striscione recita: No alla tessera del tifoso. Le bandiere sono al vento. Dall’interno esplode il coro trattenuto: Zeman, Zeman, olè, olè, olè, olè, Zeman, Zeman. E il rimando è d’obbligo: Siete sempre un pubblico di merda. Per un momento sembra che l’aria smetta di circolare. È una spaccatura, questa. Dalle grate del teatro si affacciano in tanti, ad osservare, ad osservarci. Non se l’aspettavano. Nel clima di solidarietà cittadina, i nostri cori dividono, stridono, quasi offendono. “Ma possibile che ci troviamo sempre dalla parte della minoranza?”, sento chiedere. È così. Ma è inevitabile. Non si può lavare il passato recente con una botta di straccio. La nostra memoria non è il bancone di un bar. Quanti tra quelli che ora osannano il Profeta e si permettono di alzare cori per allenatori e dirigenti, ci aspettavano al bivio d’ogni trasferta per non perdersi la battuta di spirito, il motto di sarcasmo? “Ancora appresso al Foggia? Ma chi te lo fa fare?”. E giù risate, le grasse risate di chi non potrebbe mai, neppure per un istante, sopportare il peso dell’impopolarità, della minoranza. E fino all’altro ieri, era saggio e al contempo popolare infangare i colori e deridere chi ancora s’ostinava a sostenerli. Oggi, che il vento è cambiato, si inneggia finanche a Casillo. L’uomo che è tornato per prendersi la sua vendetta, che nelle inquadrature della differita aveva lo sguardo del capitano di ventura rientrato tra gli onori nella piazza che l’aveva scacciato da reietto. L’uomo che ha espugnato Foggia, e si è trovato Foggia ai suoi piedi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Come giudicarli? Come giudicare quelli del &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Pasquale Casillo e-eh, o-oh&lt;/span&gt;? Ero dietro lo striscione, con la mia famiglia allargata. Ho eseguito l’intero repertorio, come da copione, per un’ora e passa. Circondato dalle telecamere, dalle fotocamere, dai cellulari dello zoo safari. Da &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Il Foggia siamo noi&lt;/span&gt; a &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Noi non siamo napoletani&lt;/span&gt;. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Da quando sei in C non ti seguono più&lt;/span&gt;. E, verità per verità, ad ogni coro che partiva dall’interno, mi sono sentito sfidato. Da una tifoseria a me estranea, ostile, quasi rivale. L’altra città, quella troppo impegnata ad aver ragione da non sentire il dovere, due settimane fa, di fare due passi con noi, quando era il momento di chiedere chiarezza sul futuro dell’US Foggia. La città che ora s’è offerta, come una sposa al padrone feudale. La città che, per mancanza di rispetto, per baldanza e guapperia, ancor più che per oltraggio alla coerenza, merita ogni singola parola che ieri, come una sassaiola, gli è stata lanciata addosso. Gli ultras non sono contro la città; sono contro l’altra città. Ed è un concetto diverso. Chi vuol capire, capisca. “Questa non è più una festa, questa è cattiveria”, ha detto un signore al suo vicino. E dove stava scritto, zio, che festa doveva essere?&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-4902739868158136263?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/4902739868158136263/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=4902739868158136263&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/4902739868158136263'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/4902739868158136263'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/07/le-due-citta-parte-ii.html' title='Le due città – parte II'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-4210198802315285805</id><published>2010-07-15T14:54:00.000+02:00</published><updated>2010-07-15T14:56:10.759+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Spettri</title><content type='html'>Virgin Radio ci include tra le quattro notizie del giorno. Repubblica ci sbatte in home. &lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Foggia, torna Casillo: ora rifà Zemanlandia&lt;/span&gt;. E giù aneddoti: quella volta che Don Pasquale aprì la porta ai portoghesi e nessuno osò entrare gratis (!), quella volta che il Profeta restò seduto alla panca paralizzando ai propri posti un intero stadio, quella volta che il tizio offrì il pacchetto di caramelle al mister. E intanto, per far comprendere che conoscono ogni piega della faccenda, ci collocano in un geografico Salento immaginifico. Su Sky Sport la parola “Foggia” sulle labbra di una spettacolare Tania Zamparo causa stati ipnotici. Ma poi parte il servizio e sono ancora i siparietti a tenere banco. Zeman e Casillo sulle poltrone vintage di un documentario, frammenti di ritiri alpestri, il patron che si aggira in tribuna d’onore. Sulle tv locali è più o meno lo stesso, coi limiti di budget. Ostentazione d’archivio. Antenna sud immortala Shalimov che buca la Viola. Telefoggia affonda il Piacenza. Teleblu monta in fretta un filmato dove ai nostri eroi dell’epoca non riescono a fare tre passaggi di fila.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In città la voce girava da giorni. E all’annuncio è seguito il tripudio.&lt;br /&gt;Foggia si riscopre tifosa, innamorata d’un amore malato. Perverso. Feticista. Non della maglia, quel glorioso simbolo che, vada come vada, resta il tutto/niente che possediamo. Da amanti. Amano Zeman, amano Casillo, questi. Innamorati del passato, questi. O, meglio, di una proiezione epica dello stesso. Di quelle Serie A che molti neppure hanno vissuto ma che – e questo lo ricordano tutti – portavano il Foggia a prendere a sberle chiunque, da Nord a Sud. O, come diceva quel tale in quel cortile da sala ricevimenti, a battere, finanche ad umiliare la Juve, il Milan, l’Inter, la Roma. Il fatto che non sia vero – falso dal punto di vista storico, del dato elementare, ma certamente non falso per quella sorta di disciplina parallela che è la Storiografia emozionale o della percezione – influisce poco. Anzi. Quel passato mitico, tutto racchiuso in una miriade di microstorie, ha trasformato l’amore puro, totale, disinteressato, passionale, a prescindere (l’Amore, in sostanza) in una sorta di condizione, di subordinata, di incidentale. Come di una donna amare un vestito, o amarla solo in funzione di quello. O di un paio di scarpe, o di una borsa. Come del mio autobus amare il pilota, il copilota, il proprietario della ditta. Zeman, in quanto allenatore, non è che un bene fungibile. Scarpa o borsa dell’Uesse. Casillo peggio ancora, manco quello. Orpelli, come i giocatori, optional inutili al fine dell’amore supremo, incapaci di alimentarlo o deprimerlo. Invece la piazza, che nel suo seno dovrebbe raccogliere l’essenza, il fulcro e il senso ultimo del tifo, questa piazza fredda e scostante, pronta a festeggiare le Champions altrui o a sbeffeggiare – in tempi di vacche magre – chi ancora seguita a seguire i colori rossoneri, adesso è in estasi. Perché il Foggia ha cambiato il vestito. O, meglio, ha recuperato dal guardaroba quello vecchio. Quello di quando tutti l’amavano perché si vinceva. E anche la vita sembrava più lieve.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ma adesso si pone la vera questione, che non è il sogno bello di questa buona gente domenicale (o occasionale, fate voi). Non è la serenata perpetua all’idolo che fu – Pagani laddove noi si è Luterani – né i fuochi d’artificio sparati ieri sera in diversi focolai di questa Baghdad minore. La questione vera, seria e pesante come tutte le questioni, si chiama Campagna abbonamenti. Francavilla, direttore sportivo fino a qualche giorno fa, aveva annunciato che non sarebbe stato possibile abbonarsi senza la Tessera del Tifoso, questo mostro civile frutto di abile mix tra rigurgito securitario e interessi finanziari. Con un Foggia da zona play-out, in mano a quei famosi otto soci (che escono da pezzenti dopo aver sborsato una marea di soldi per regalare il Foggia a Casillo, quando si dice “saper fare comunicazione”…), con i punti di penalizzazione quasi certi, la squadra da allestire in fretta, due turni di squalifica del campo da scontare e lo stadio nuovamente inagibile per via della questione-tornelli, non si sarebbe andati oltre le 7-800 tessere complessive. Quei trecento dissidenti, quelli che la Tessera del Tifoso non la faranno a prescindere, in un bilancio non alimentato da diritti televisivi e introiti da sponsor, sarebbero pesati. Eccome. Invece, da ventiquattro ore la Foggia che un tempo si definiva “pallonara” è in subbuglio. In migliaia sono pronti a mettersi in fila per l’abbonamento. E se c’è la Tessera da farsi, beh, la si farà. Che tanto “non abbiamo niente da nascondere”, dice la piazza stolta che crede alla leggenda della violenza e non comprende la sperimentazione repressiva, né la manovra delle banche. I diritti civili in cambio di Zeman, Casillo e il sogno malato di ritornare vent’anni indietro. A godersi la città del 1991.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E noi? Quelli di Cosenza, di Trieste, di Portogruaro? E quelli di Sant’Anastasia, di Castrovillari, di Cuneo? Quelli per cui la stagione non finisce mai, che da ritiro a ritiro mettono le loro vite, il loro tempo libero e non solo, al servizio di una passione onnivora? Beh, quelli, noi, fuori. Il paradosso. Perché non ci va di essere schedati, autorizzati, pedinati. Non ci va di trasformarci in utenti del Circo-calcio. Non ci va di sottomettere le nostre domeniche sui gradoni al benestare di una Questura. Non ci va di immettere nuovo denaro pulito nelle speculazioni finanziarie dei broker. Settimana dopo settimana, forse, cercheremo il tagliando per varcare i cancelli. Ma se questa piazza volubile dovesse davvero sottoscrivere le 7.500 tessere (qualcuna in meno, considerando il settore ospiti); se questa gente immemore dovesse, e parlo del nostro caso specifico, anche solo consumare in qualche giorno l’intera fornitura di abbonamenti della Curva, allora lo spettro delle domeniche fuori, a bere al chiosco mentre le rossonere corrono sul prato verde circondate da migliaia di feticisti d’occasione, diventerà più che reale. Saremo fantasmi fatti della stessa sostanza di cui è fatta la malacoscienza di questa città incapace di lottare, ma al contempo irrispettosa e superficiale, pronta a donarsi anima e corpo (e non solo) ad ogni nuovo padrone che promette la luna. Senza pudore o vergogna per le passate diserzioni. Vivremo da spettri e da spettri ascolteremo gli spalti unirsi nello “Zeman Zeman” che ci ripiomberà negli anni dell’assenza di stile. Senza cori continui a spingere, senza colori, bandiere, torce a far vibrare l’aria, vivrete, tesserati, il calcio che vi hanno disegnato addosso. Il calcio che meritate.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-4210198802315285805?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/4210198802315285805/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=4210198802315285805&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/4210198802315285805'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/4210198802315285805'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/07/spettri.html' title='Spettri'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-6799043664167347686</id><published>2010-06-29T15:04:00.000+02:00</published><updated>2010-06-29T15:05:45.000+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storie'/><title type='text'>Il nostro palcoscenico</title><content type='html'>Conclave. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dal latino Cum Clave. Chiuso a chiave. &lt;br /&gt;Nel 1270 i viterbesi, spossati dalle continue faide tra cardinali – i potenti dell’epoca – li chiusero di forza in una sala del palazzo papale. Razionarono il cibo e l’acqua e giunsero finanche a scoperchiare parte del tetto, per offrirli alle intemperie. Il monito era chiaro: Abbiamo bisogno di un papa – uno qualsiasi – e tornerete in libertà solo quando ne avremo uno. Fu eletto Gregorio X.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il Capitano del Popolo a cui si dovette quell’atto di forza si chiamava Raniero Gatti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questo episodio, rimasuglio della mia cultura storica universitaria, mi è girato in testa tutta la notte, come un sogno in loop. A suggerirmelo, l’assembramento di ieri sera sotto la sede dell’US Foggia, a via Napoli. Sopra, all’ottavo piano, i soci della vecchia cordata. Uno dietro l’altro si stanno tirando indietro, dicono. Una settimana fa ci avevano garantito che c’erano dodici soci, potenzialmente venti, pronti ad accollarsi l’iscrizione al campionato e una “squadra dignitosa”. Una sicumera che Capobianco e soci rafforzavano mostrando l’impegno dell’Assindustria e, in prima persona, di quel Zanasi di cui tanto si parla dalla fine della scorsa stagione. Una forza tale che aveva spinto la presunta cordata di Casillo a ritirare il bluff sul tavolo da poker. Il cielo andava schiarendosi. Poi, il tuono. L’offerta di Zanasi, 50mila euro, è rimasta l’unica nel carosello. Gli imprenditori locali hanno lasciato il campo (felici, forse, solo d’aver allontanato dal Tavoliere lo spauracchio di don Pasquale), un cordone sanitario di indifferenza ha circondato i soci rimasti. Che, uno alla volta, in privato ed in pubblico, parlano apertamente di spugne da gettare nella polvere. Come aveva già fatto il sindaco, l’amico di Perrone che Perrone non ha soccorso. L’assemblea dei “dimissionari”, cominciata alle 6 del pomeriggio, è finita alle 9. La sera era già scura abbastanza. Dalle tv dei bar andavano le immagini di Brasile-Cile.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sulle facce dei tifosi una disperazione che scioglieva la lingua: tutto e il contrario di tutto. Casillo, Coccimiglio, Ciuccariello. I soci, gli ultimi tre o quattro, hanno fatto capolino dal portone e dal cancello. Capannelli ovunque, proposte, indici accusatori. “Il Foggia siamo noi”, come un gorgoglio da naufraghi, come un ferro da stiro che sbuffa affondando. “È una vergogna che dei foggiani ci facciano fallire”, dicevano gli uni; “Senza di noi saremmo falliti cinque anni fa”,  rispondevano gli altri. “Pagate i debiti e andatevene”. E il socio fissa il tifoso che ha urlato l’invito. “E dammeli tu i soldi. Ce li hai?”. Ecco. In quel momento sono riaffiorati i miei anni di Lettere e Filosofia. Ricordavo l’episodio del conclave, ma non riuscivo a catalogarlo nel tempo e nello spazio. Ma il senso era chiaro: dovremmo chiuderli dentro, assediarli. Conclave di soci-cardinali, fino alla fumata bianca. Non c’è molto tempo e non ci interessa altro. Chiuderli a chiave, impedirgli di mangiare e bere, forse anche di fumare. Scoperchiare il civico di via Napoli. Uscirete di lì quando avremo un presidente e l’iscrizione. Raniero Gatti è un nome che non potevo ricordare, stiamo parlando pur sempre di storia minore. Mi ha aiutato Wikipedia stamattina, lo ammetto. Ma il succo è quello. Lasciamo da parte la delusione, la tristezza, lo sconforto che rasenta la disperazione per il giocattolo che salta. Passiamo alla pretesa cieca, all’insensibilità, all’ignoranza. E siccome la confidenza è la madre della malacreanza, disinteressiamoci dei patimenti patrimoniali di questi vip, smettiamola di dargli consigli e pareri. Non siamo un sindacato giallo. Siamo il Foggia. Lo spirito e l’essenza del Foggia. Allora cum clave. Chiusi a chiave.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sia chiaro: sono padroni. Padroni dei loro soldi. Non hanno obblighi nei miei confronti, come io non ne ho nei loro. Ho riconosciuto il loro ruolo. A loro probabilmente interessa poco il mio, il nostro. Il contributo di passione, di chilometri e di cuore che non risulta ascrivibile in bilancio, che non si presenta liquidabile per nessuna banca. Che, andando a stringere, ad un imprenditore non serve. Ma, comunque la si voglia mettere, è quello il fulcro, il nucleo ardente della questione. La nostra passione. Quella voce assente dello stato patrimoniale. Quella sopravvenienza attiva che non figura a fine anno. E Foggia e Pro Sesto pari sono. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Fallire. “Ripartiamo dall’Eccellenza”, sento dire. Capisco lo sfogo, capisco la rabbia, capisco Sansone. Lo scorpione si getta nel fuoco per non farsi catturare dai predatori più grossi. Onore a lui. Ma noi siamo una compagnia itinerante che ha bisogno di palcoscenici. Non c’è gloria a cantarcela e suonarcela da soli ad Avezzano, a Marcianise, a Gallipoli, a Manfredonia. Non c’è gloria neppure a Ferrara, a Foligno, a Pistoia. Ricordo la delusione che provammo a Perugia, un paio di anni fa, a sfidare una curva sguarnita. O a Terni, quando dinanzi ci trovammo non più di 300 persone. E lo stupore dopo Arezzo, quando per tutta la partita ci soffiò in faccia un vento gelido misto a pioggia, e al ritorno ci si chiedeva attoniti: “Ma i loro ultras avevano gli ombrelli?”.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Siamo animali da palcoscenico.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Castellana, a Copertino, a Terlizzi, a Vieste, non possiamo. Non è proprio cosa. Vogliamo mortificare noi stessi, ridurci uno per uno a comparse minori, solo per dare un segnale della nostra dignità? E se dovesse poi vacillare la costanza? Se finiamo incastrati nelle maglie della serie D per cinque o sei anni, come la Casertana, e deperiamo, come certi insetti nella tela del ragno? E poi, a chi? A chi dovremmo dimostrare qualcosa? C’è un’intera generazione che non ha mai visto la serie B. Un’intera nidiata di ragazzini che tifa Inter, perché i genitori hanno mollato. Io tra dieci anni ne avrò 44. Lanciarci tra le fiamme per seguire l’istinto è cosa nobile. Ma l’urlo, il pianto dirotto che hanno accompagnato l’ultimo gol, quello di Caraccio ai playout, indica che l’istinto della sopravvivenza è pari a quello del “Muoiano i filistei”. Quindi, dobbiamo essere decisi e calmi al contempo. Non godrei a veder scremare la curva, ad osservare – senza poter incidere, intervenire – assottigliarsi la piazza. Come i pesci rossi, adattarsi all’habitat. Che gusto c’è a dire che si era in 20, in 15, in 5? Dividere chi ci crede da chi lo fa per moda, si dice di solito. Ma non scherziamo. Simili prove di forza alla Tafazzi si possono fare in ogni ambito e a qualsiasi livello. Uccidersi per una pena d’amore – “per impazienza”, come diceva Massimo Troisi – è un impulso primario. Poi c’è un secondo impulso, che chiama a lottare per la vita. Fino in fondo. Fino alla fine.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-6799043664167347686?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/6799043664167347686/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=6799043664167347686&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/6799043664167347686'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/6799043664167347686'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/06/il-nostro-palcoscenico.html' title='Il nostro palcoscenico'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5582070240555672126</id><published>2010-06-26T15:07:00.000+02:00</published><updated>2010-06-26T15:13:00.797+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storie'/><title type='text'>Le due città</title><content type='html'>Fosse fallito, rischiasse il fallimento, l’Ascoli Satriano, il Rocchetta Sant’Antonio, l’Atletico Orsara, c’è da scommettere che la via principale di quei paesi si popolerebbe di gente, di bandiere, di striscioni. C’è da scommettere che l’adesione al corteo sfiorerebbe percentuali bulgare. Le mamme, le nonne, i bambini.&lt;br /&gt;Invece è l’US Foggia a rischiare di non iscriversi, di scomparire.&lt;br /&gt;E il corteo che si snoda per le strade centrali della città è …roba da ultras.&lt;br /&gt;O, almeno, così sembra.&lt;br /&gt;Foggia ha un problema di comunità.&lt;br /&gt;Che non è un semplice problema di contabilità. È una questione di sguardi.&lt;br /&gt;Perché sono quelli a fare la differenza.&lt;br /&gt;Gli sguardi incuriositi, blandi, di quelli che s’affacciano ai balconi o aprono le finestre e sbirciano di sotto, destati dalla siesta d’un pomeriggio di quasi estate; le facce di quelli che sorridono, che commentano col vicino, appoggiati alla ringhiera; le mani di quelli che indicano, i gesti di quelli che gesticolano e, si intuisce, sanno come stanno veramente le cose e, al contempo, stanno motivando la propria estraneità. Quelli che tutto va male, che nessuno ha ragione, che tanto non mi riguarda.&lt;br /&gt;Sono gli sguardi a fare la differenza.&lt;br /&gt;Quelli dei passanti che si fermano ai margini del flusso, che osservano lo striscione, e poi le bandiere, e ridono stranieri ai cori, ai battimani. Quelli che scuotono la testa pensando che non sono queste le cose serie, le cose per cui bisognerebbe manifestare, che se poi gli chiedi quali siano non lo sanno neppure. È così da sempre, ed anche l’assuefazione, la rassegnazione insita, traslucida in queste due righe lo dimostra, più di un trattato di antropologia.&lt;br /&gt;Ai tempi della scuola, quando ai cortei si andava in massa solo nelle ore di lezione, la gente ti guardava e diceva: “Andate a studiare!”. Quando si manifestava contro l’aggressione alla Serbia, all’Iraq, o contro le atomiche di Chirac, l’invito più pressante era quello ad andare a lavorare. Motivato, per carità, dalla distanza incommensurabile tra l’evento e questo capoluogo di provincia dell’impero. E anche quelli che si lamentavano dei giorni persi a scuola, a guardarli con distacco, oggi, non avevano tutti i torti. Ma i livelli si abbassano, le cause si afflosciano e finiscono per abbandonare l’etereo mondo dei massimi sistemi, e sfiorare le teste di noi tutti. Della cosiddetta società civile.&lt;br /&gt;La mafia, la società, l’omicidio Panunzio, l’omicidio Giuva.&lt;br /&gt;Altrettanti cortei mattutini. E tante teste ai margini, a guardare gli studenti sfilare, mentre gli anchorman più spudorati ciarlavano di nuove avvincenti prese di coscienza giovanili. &lt;br /&gt;Poi fu la volta di Marcone, e di sera – si sa – gli studenti non ci sono. E la decantata antimafia da corteo è scomparsa, lasciando a quattro gatti il compito di accendere le fiaccole dell’indignazione di facciata. Una cinquantina di luci nella notte e, tutt’attorno, un mare di cappelli, di sigarette accese, di sbuffi di fumo. Tra le due città – l’una assai più piccola dell’altra – una membrana di vuoto. &lt;br /&gt;La stessa di sempre.&lt;br /&gt;“Questa è Foggia”, si dice. “Questo ci meritiamo”, arrischiano i più arditi.&lt;br /&gt;Una città dove la parte attiva – attiva per qualsiasi ragione – è sempre osservata, videoripresa, commentata, talvolta vilipesa, dalla parte inattiva, che si ritiene arrivata, più furba, più intimamente consapevole, più navigata delle cose della vita.&lt;br /&gt;Una città dove ogni corteo è espressione di una minoranza che, passo dopo passo, s’inoltra nelle viscere, nelle arterie di una esistenza estranea. Quella dei passanti, dei condomini, delle fortezze col cancello isolate dal traffico. Manco fossimo a Dallas. Foggia è lo scenario, la quinta teatrale, di ogni tentativo di riportarla in vita, di farla partecipare. “Non state lì a guardare”, si gridava ai tempi delle superiori.&lt;br /&gt;E ieri, mentre il corteo per le sorti dell’US Foggia – una squadra di calcio, certo, ma anche un piccolo patrimonio comunitario per una città che un tempo viveva di pane e pallone – si snodava da corso Giannone a piazza Cavour, di gente che guardava ce n’era tanta. Tantissima.&lt;br /&gt;C’era finanche chi arrivava al sacrificio estremo di sventolare la sua bandierina dei tempi della A dal balcone, ma che di affrontare la rampa di scale e sbucare dal portone per fare due passi con noi non aveva la minima intenzione. Così come c’è stato anche chi ha pensato bene di agevolare gavettoni d’acqua sui manifestanti. Così, per scherzo. Così, per scherno. Perché il “Che vanno facendo?” rimanga epigrafe sotto lo stemma delle tre fiammelle.&lt;br /&gt;Una città dove manca completamente in senso di comunità, d’appartenenza.&lt;br /&gt;Una città destinata a morire nelle proprie case, indifferente a tutto, incapace di mettersi in gioco, di sopportare il peso del ridicolo o di mostrare la propria faccia per una causa qualsiasi.&lt;br /&gt;Una città dove chi ancora ha voglia di restare in piedi non può che sperare che quei centocinquanta-duecento non decidano, a loro volta, di chiudersi in casa.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-5582070240555672126?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/5582070240555672126/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=5582070240555672126&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5582070240555672126'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5582070240555672126'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/06/le-due-citta.html' title='Le due città'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-4971980040017275394</id><published>2010-06-24T20:06:00.000+02:00</published><updated>2010-06-24T20:07:13.217+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='topazio'/><title type='text'>“Che siete venuti a fare?”</title><content type='html'>Con questa domanda – cinica, spregevole, arrogante – il giudice della libertà del Tribunale di Bari ha accolto Topazio e il suo avvocato all’appuntamento. Era stata fissata per oggi, 24 giugno, l’udienza per i domiciliari.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Istanza respinta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non è stato concesso neppure il tempo al legale per esprimere la propria “interpretazione” della sentenza. La decisione era già stata presa prima della messinscena. Prima che Topazio fosse accompagnato – come un delinquente d’altri tempi – sotto scorta fino al Tribunale di Bari. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“La vostra interpretazione – ha dichiarato il giudice – sarebbe senz’altro FUNAMBOLICA!”. Liquidate così, in poche parole, in pochi attimi, intere settimane di speranze, di attivismo, di passione. Liquidati in pochi secondi, nel più freddo linguaggio della burocrazia nostrana, i sogni di LIBERTA’ di un nostro FRATELLO “colpevole” d’essere un ULTRAS e di non aver ottemperato a tutti gli obblighi della libertà vigilata che il suo status gli imponeva.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La giustizia italiana ha dimostrato ancora una volta la sua vera natura: debole, remissiva, accondiscende con i forti, i potenti, i protetti; forte, inflessibile, punitiva nei confronti dei deboli, dei soggetti poco tutelati, di quelli da sbattere dentro per lavarsi la propria mala coscienza.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Topazio – in carcere dal 23 aprile scorso per una firma saltata durante un precedente periodo di diffida – è ormai un esempio di ACCANIMENTO GIUDIZIARIO. E questo è il dato che, più di tutti, deve balzare agli occhi degli ignari, delle anime belle, dei garantisti ad oltranza di questo Paese.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da parte nostra giunga ai giudici, agli sbirri e ai leccaculo di turno tutto il disprezzo di cui siamo capaci. E una promessa: non ci fermeremo. Continueremo a lottare perché simili vergogne non accadano più, a nessun ULTRAS, a nessun CITTADINO di questo stato allo sbando. Non ci fermeremo. Per la libertà – bene su tutti non barattabile – del nostro FRATELLO e di tutti coloro che, senza padroni o padrini, subiscono le angherie del potere. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non ci fermerete.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;mai potrei viver come voi che avete sempre la certezza della terra sotto i piedi&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciurma Nemica Foggia&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-4971980040017275394?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/4971980040017275394/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=4971980040017275394&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/4971980040017275394'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/4971980040017275394'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/06/che-siete-venuti-fare.html' title='“Che siete venuti a fare?”'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-8666638734859635600</id><published>2010-05-31T12:26:00.002+02:00</published><updated>2010-05-31T12:31:25.248+02:00</updated><title type='text'>Il tributo</title><content type='html'>di Lobanowski 2&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Domenica 30 maggio, Foggia-Pescina 1-2&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Volevate le lacrime. Gli dei imponevano sacrifici umani: un cuore violato sul piatto d’argento. Dopo undici anni tra terza e quarta categoria, all’ennesimo traguardo fallito, come se ce ne fosse ancora bisogno. Divinità ingorde, beffarde, sfacciate.&lt;br /&gt;Non dovevano fare due gol. Non dovevano vincere con due gol di scarto, quelli dell’Avezzano.&lt;br /&gt;E quando 2-0 è stato, il “Vergognatevi!” ha aperto la danza mistica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In poltrona, in centralissima, dove ben vestiti padri di famiglia se la stavano prendendo coi dodici tifosi abruzzesi presenti e le famiglie dei calciatori, in tanti – tutti, forse – hanno aguzzato lo sguardo, allungandolo verso l’angolo della Sud. Dove la folla premeva e quella porta non cadeva.&lt;br /&gt;“Siiii!”, sono certo abbiano urlato. “Sfasciate tutto!”.&lt;br /&gt;La delega in bianco, la voglia di cedere agli altri l’amaro calice e di veder fare, piuttosto che agire. E giudicare, giudicare, finché non duole la lingua. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ho visto lo sguardo dei giocatori. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Cazzo, se qua si passa dalle vuote minacce alle vie di fatto, siamo fottuti&lt;/span&gt;. E attorno il formicaio. Girone B, serie C1. Quello che siamo. Ho visto lo sguardo dell’arbitro, senza la personalità necessaria per intervenire nel dibattito dei fatti. Nel trambusto qualcuno chiedeva di attendere i 20 minuti che ancora mancavano. Poi, nel caso. Io dico: quando la rabbia sfonda gli argini della consuetudine, allora deve scorrere fino in fondo. Perché qui non si tratta di una vittoria o di una sconfitta. Di sconfitte è lastricato il nostro presente. Qui si tratta d’essere scaraventati all’inferno per procura: per mezzo di undici mercenari molli e demotivati, incapaci di un sussulto di dignità, di onorare quella maglia per cui altri fanno sacrifici non retribuiti. Vedere il terrore stamparsi laddove c’era il sorriso distante della circostanza è stato un primo passo. Poi l’arbitro ha fatto ricominciare e, di fatto, ha smesso di arbitrare. E quei pagliacci ci hanno messo una decina di minuti a confezionare il gol che ci ha tenuti in Prima divisione. In C1, in pratica. Girone B. Quello che siamo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In poltona, in centralissima, ma anche in gradinata e in Sud, si è tornati ad incitare. L’amore è grande, la memoria cede il passo. I ben vestiti padri di famiglia, impegnati ad augurare tumori agli abruzzesi, adesso si stanno rasserenando. Il collo si fa meno rosso, la pressione si quieta. L’arbitro fischia, siamo salvi, si ricompongono. E a sera sono pronti a puntare il dito. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;La squadra si è salvata, la curva è retrocessa. &lt;br /&gt;Quello spettacolo indegno, indecoroso. &lt;br /&gt;La curva è lo specchio dell’inciviltà di questa città.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;E via di questo passo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sono gli stessi che incitano a contestare, a dare una lezione a questo o a quello, come se gli ultras fossero dei sicari a gettoni. E che se non lo fai, se non contesti quello e questo, sono pronti a tacciarti di viltà. O, peggio, di collaborazionismo con la società. Loro si, sanno chi è sul libro paga dei dirigenti. &lt;br /&gt;Quelli che dicono sempre che in altri tempi non era così. Ed è come se inserissero il bancomat nel posse della loro inconcludenza. Per vidimare l’assenza di passato non c’è metodo migliore. Più o meno come quelli che esordiscono “io non sono razzista”. In un passato atemporale e mitologico come le boscaglie di Tolkien, c’erano botte – a cui immancabilmente hanno partecipato in ruoli strategici – e c’era la saggezza. Pane e companatico. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Oggi Foggia si è corrotta&lt;/span&gt;.&lt;br /&gt;Sono quelli che “lo spettacolo della curva” è fuori discussione. Che prima d’ogni partita guardano le curve come se gli fosse dovuto qualcosa.&lt;br /&gt;Che fanno una Avezzano ogni due anni e riprendono i cori coi telefonini, come se fossero fuori dal villaggio vacanze in Kenya o stessero allungando la fotocamera tra le sbarre del bioparco. E poi caricano il video su You tube. E scrivono che “siamo GRANDI”. E mettono tre/cinque/sette esclamativi. E che &lt;span style="font-style:italic;"&gt;come noi non c’è nessuno&lt;/span&gt;. E usano l’aggettivo mitico. E danno degli zingari ai loro omologhi pescaresi, dei pesciaioli ai barlettani, dei contadini agli avellinesi.&lt;br /&gt;Sono il tipo che dopo Foggia-Spal mi ha detto “Bruciala quella scarpetta”, che a sua volta è il clone visivo del ciccione che ci chiese di togliere la bandiera dopo Avellino, entrambi nipoti d’indole dei vecchi di “Ancora appesso al Foggia” al ritorno da Ancona. Serie A.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Volubili.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In classe da Capello, poi, si sono raffinati: &lt;span style="font-style:italic;"&gt;ostaggio degli ultra&lt;/span&gt;s, ripetono. Perché lo sentono in tv. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Fanno quello che vogliono!&lt;/span&gt;, sbraitano. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Si credono i padroni&lt;/span&gt;. E tutti a fare ramanzine corrette: se quella porta fosse venuta giù, oggi saremmo in C2. O forse peggio. E tutta quella gente della tribuna, non paga d’aver applaudito il Marcianise e l’Andria, avrebbe avuto la scusa adatta per mettere la parola fine sulla noiosa militanza allo Zaccheria. Liberi, finalmente, di restare a casa a godersi i Del Piero, i Ronaldinho, i Milito. Pronti a rimpiangere le mai pervenute famiglie allo stadio mentre insegnano ai loro figli a tuffarsi nella fontana di piazza Cavour per festeggiare il tetto d’Europa dell’Internazionale di Milano.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Volubili e patetici.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Da questa parte della contesa, ho visto esplodere le contraddizioni. Ho visto l’amore passionale, in nessun caso indifferente e abitudinario. Ho visto adulti piangere come bambini, inconsolabili. E ragazzini pronti a sciogliersi in un abbraccio liberatorio. Tra mille sconosciuti. Ho visto la realtà che si spoglia degli orpelli d’occasione. E libera le energie di cui è composta. Il vetro si spacca al punto di massima tensione. Eppure, a guardar bene gli eventi, non sarebbe cambiato niente. Avremmo finito di vedere i Mondiali in tv e in molti sarebbero partiti per il ritiro in Umbia o nel Lazio. Poi il giro di telefonate ci avrebbe comunicato l’esordio. A Milazzo o col Neapolis. E il calendario avrebbe scadenzato i nostri impegni. In C2 come in B. Prima della Coppa Italia di categoria. Del nuovo inizio, come niente fosse. Eppure, Caraccio (il cui nome va ricordato più per il lutto che l’ha colpito subito dopo la partita che non per l’impresa di un gol) è saltato. Sta per colpire. Colpisce. È da ieri che l’immagine mi si ripropone in stato di veglia. Compulsiva, ossessiva, eccola. Quello crossa, Caraccio salta. Colpisce. Colpisce. Io cado.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Gli dei volevano le lacrime.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-8666638734859635600?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/8666638734859635600/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=8666638734859635600&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/8666638734859635600'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/8666638734859635600'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/05/il-tributo.html' title='Il tributo'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5188994961909650848</id><published>2010-05-26T18:54:00.001+02:00</published><updated>2010-05-26T18:54:58.958+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='topazio'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ciurma'/><title type='text'>Non abbassiamo la guardia: libertà per Topazio!</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Arroganti coi più deboli e zerbini coi potenti.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Un mese di cella già scontato. Altri due in arrivo. Con poche possibilità d’ottenere quei domiciliari che pare tocchino di diritto a spacciatori ed assassini. Con una procura che interviene solo per chiedere di inasprire ulterioremente la pena. E, subito dopo, l’incertezza, i carichi pendenti, le multe, i cavilli. Ancora giustificazioni da dare, ancora tentativi di arginare, rimandare, sospendere una giustizia punitiva ed assurda. Come se non fossimo già dinanzi al suicidio della logica.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Topazio è stato prelevato in casa da agenti della squadra mobile il 23 aprile scorso con l’accusa di aver saltato una firma durante un precedente SCONTATO periodo di diffida. La sua vicenda è semplice quanto stupefacente. Per accanimento, tempistica, irrazionalità. Colpito da daspo nel gennaio del 2003 (nel gennaio 2003 esisteva ancora la Jugoslavia, per intenderci!), individuato come soggetto pericoloso, istigatore, violento, sconta 2 anni con obbligo di firma a cui si aggiunge un altro anno e mezzo per complicanze burocratiche e – badate bene! – uno di diffida PREVENTIVA. Anni, stagioni calcistiche e meteorologiche, passate in questura a firmare. Campionato, coppa e certe amichevoli. Non c’è bisogno di un genio per comprendere che tutto questo basta a stravolgere le abitudini di una vita. Eppure i colpevolisti – plasmati da anni di chiacchiere televisive sulla pericolosità degli ultras – non sono soddisfatti ed incalzano con la solita domanda su cosa abbia fatto di così grave nella partita con l’Andria di quel lontano 2003. Rispondiamo, senza tema di smentita: NIENTE. Non ha fatto proprio niente. Non ha estorto denaro a bisognosi commercianti, non ha trafficato in opere d’arte, non ha depositato in Svizzera il denaro di ingenui investitori, non ha truffato i telespettatori. Men che meno ha ucciso, stuprato, rapinato. Certo, ha ballato con il reparto celere la solita quadriglia a distanza. Nessun ferito e qualche bel ricordo. Moralmente opinabile, certo, ma neppure il più accanito tra i benpensanti sarebbe in grado di giustificare una pena così lunga (7 anni di attenzione). E, peggio ancora, l’aggravio della stessa con la richiesta del carcere. La voglia famelica di magistrati e procuratori, che con tocco impersonale chiedono altri mesi, altri anni, altri euro. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’impressione – fondata sui fatti – è quella di essere entrati in un meccanismo che si autoalimenta, nel girello dei criceti. Topazio è un criminale. Lo dicono i fatti, dicono magistrati e giornali. Topazio è uno che se l’è cercata, dicono in tanti, troppi, che non lo conoscono ma si ergono a giudici.  Topazio è un ultras, diciamo noi. Uno di noi, un fratello dei nostri. Quel che è capitato a lui poteva, potrebbe capitare ad ognuno di noi. E, per come la vediamo noi, il computo delle responsabilità non può che posticiparsi dinanzi al senso d’appartenenza. L’urlo prende forma senza bisogno di motivazioni pratiche, al solo pensiero di veder sottrarre mesi di libertà, di vita, ad un ragazzo di 30 anni. È capacità d’indignazione, senso della misura, percezione dell’ingiustizia. Delle firme saltate non ce ne frega granché. La società nel suo complesso, lo stiamo constatando in queste settimane, non ci sembra particolarmente defraudata. Eppure l’ultras Topazio paga fino in fondo, subendo uno zelo degno di miglior causa. E sia! Ma ogni giorno di cella è un mattone d’infamia, e alla fine solo gli imbecilli potranno far finta di non vedere.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;TOPAZIO UNO DI NOI&lt;br /&gt;TOPAZIO LIBERO&lt;br /&gt;LIBERTA’ PER GLI ULTRA’&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciurma Nemica – Foggia &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi, attraverso la solidarietà, vogliamo far sentire a Topazio la nostra complice vicinanza. In carcere una lettera, una foto, una rivista, fanno la differenza. Per qualsiasi messaggio da inoltrare, per qualsiasi informazione, potete contattarci all’indirizzo email: topaziolibero@email.it&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-5188994961909650848?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/5188994961909650848/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=5188994961909650848&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5188994961909650848'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5188994961909650848'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/05/non-abbassiamo-la-guardia-liberta-per.html' title='Non abbassiamo la guardia: libertà per Topazio!'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-387308974960271147</id><published>2010-05-24T16:03:00.000+02:00</published><updated>2010-05-24T16:05:11.014+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Pedagogia e pasquette</title><content type='html'>di Lobanowski 2&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Sabato 22 maggio, Pedagogia&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Sabato sera di maggio, diretta Rai, tetto d’Europa. E questa città si scopre interista. Come nel recentissimo passato era stata juventina, milanista, romanista, laziale. Finanche un po’ doriana, agli inizi dei Novanta. Senza dimenticare l’infatuazione borbonica per il Napoli, ai tempi di Giordano, Careca e Stoccarda. Il carro del vincitore sta passando da corso Roma a clacson spiegati; da corso Giannone bandiere al vento; da corso Vittorio Emanuele contromano; si tuffa in piazza Cavour. I ritardatari, quelli che sono diventati interisti al primo gol di Milito, quelli che hanno sciolto le riserve solo al secondo, devono affrettarsi. Ma se si sbrigano, saranno accolti come tutti gli altri. L’opportunismo non ha bisogno di facce conosciute, di file per il ticket. È una democrazia malata. I ragazzini gridano Siamo campioni d’Europa. Sfottono i milanisti che non hanno mai visto, deridono i romanisti. Li guardo. Resto impassibile ma non mi capacito. Sono ragazzini, e questo per me è più grave d’ogni aggettivazione forzata. Perché – per come vedo io le cose – implica un vuoto genitoriale. Quattordici anni e stare sotto alla fontana a festeggiare una gioia virtuale. Vuol dire che nessun padre premuroso ed attento al futuro dei propri pargoli li ha mai presi per mano e trascinati – anche controvoglia – davanti ai cencelli dello Zaccheria, a gridare “Aprite le porte!”. Nessuno li ha accompagnati al chiosco sotto la Sud chiedendo: “Che vuoi, a papà… La Coca cola o l’aranciata?”. Nessuno gli ha fatto salire i gradoni di uno stadio vero, di erba e sangue. FLASHBACK. Gli occhi del bambino vedono quel rettangolo e s’incantano. Il bambino ci ritorna quattordici giorni dopo e già dice: “Ci mettiamo al posto dell’altra volta?”. Perché una tradizione è già nata. Una nuova di zecca. In famiglia c’è un erede, che i cannoni lo annuncino al popolo. Le squadre entrano tra gli applausi e i cori. E papà si avvicina con la faccia alla mia e punta l’indice su quei ragazzi in fila. Che al momento sembra non sia successo niente. Invece è lì che è successo tutto. E la prima maglia bianca, “Chi sono i nostri?”, e il primo gol, il primo abbraccio vero. Lo stadio, la maglia, la città. Nessuno che all’uscita gli ha spiegato che la squadra si critica, ma la maglia no, che se avevi talento facevi l’allenatore e invece qualcosa mi dice che non lo sarai mai. Che nessun calciatore, preparatore, ct o dt ci sottrarrà coi suoi allentanti miliardi alla vita sana del mito working class.&lt;br /&gt;Nessuno gli ha spiegato che esiste un solo amore. Che il calcio è campo emotivo segnato dalla monogamia più integralista. Che, come provo a spiegare ad Ilaria ed Antonella mentre ci sfrecciano attorno macchine imbandierate di nuova fede, non vale l’esempio della moglie mora e dell’amante bionda. La squadra che scegli è un odore infantile. Di solito è il tabacco del palmo della mano di tuo padre che aveva all’epoca l’età che ho io adesso ma sembrava oltremisura adulto. E il dopobarba Denim, e quello strano sapore che hanno il cemento della curva e il fumo che sale. È la mamma, quella maglietta. Non una sposa, non un’avventura, men che meno una escort, una puttana da quattro soldi, da svendere al primo trafficante di carne umana. Ma come spiegarlo a questi due gruppi di quindicenni che si fronteggiano chiedendosi se sia più forte il Principe o “capitan” Zanetti. Non sono mica un addetto ai servizi sociali io e, per giunta, detesto il volontariato e la filantropia. Non tocca certo a me sopperire all’assenza di genitori con le palle, che non hanno saputo o voluto spiegare a sti stronzi coi capelli da stronzi che la squadra non si sceglie, che alla squadra si è assegnati, e che nella vita stare sempre con chi vince fa della vita stessa una fottutissima playstation dove sotto di due reti spegni e riaccendi. Sarai il videogame che giochi, cazzone! Ma per me non esisti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;L’ultima pasquetta&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Mentre il furgone riporta la ciurma nel mare…&lt;br /&gt;Occhi crepati ma di sonno non ce n’è…&lt;br /&gt;Bella questa! Alza, alza! (Vutt’ Topà)&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Avezzano, domenica 23 maggio, Pescina-Foggia 1-2&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E la seconda squadra? Conciliare due amori, possedere due madri? Casi limite, da cavillo giurisprudenziale. “Io ho capito benissimo quel che pensi, Francé – fa Angelo dal sedile posteriore – ma è difficile da spiegare”. Lo sguardo si perde fuori dai finestrini. Sulla destra sono alberi, cespugli, a fitta schiera. In lontananza, i monti. Simbruini, sta scritto sul pezzo di cartina che abbiamo, quello scampato alle continue consultazioni. Simbruini. Tre stelle di povertà. Seguiamo il Giro, tagliamo Molise e Abruzzo. Soli soletti, ma a volte è meglio così. Vogliamo godercela, quest’ultima imprevista trasferta, che è stato già una benedizione poterla fare. Ci siamo fermati poco fa, sul ciglio di una statale. Lello, nell’altra macchina, ha un breviario stradale migliore del nostro, si vocifera nell’ambiente. Salire per Roccaraso sarebbe folkloristico, senz’altro. Ma il nostro anticipo non è poi così sostanzioso. Meglio ripiegare. Venafro, che fa strano anche a dirlo. Ci manchiamo da Terni, ma non ci fermiamo. L’abbiamo detto, o così pare. Personalmente mi sento d’essere stato chiaro: “Saltiamo Venafro e saliamo per Sora, ci fermiamo al primo paesello”. Sembravano tutti d’accordo. Sembravano. A Cassino siamo costretti a far intervenire il giudice di pace. Telefonicamente, come nella pubblicità di Bisio. Scrosci di pioggia salutano la tensione. Mancano 25 km a Sora. Decidiamo di fermarci per litigare per bene. Ad Atina-Centro storico piove proprio e i bar sono chiusi. Due anziani si godono la frescura, l’umidità entra nelle ossa e le ossa ringraziano. Il Conte mi accusa di volerlo uccidere per fame. Cosa aveva chiesto, del resto? Un semplice panino, giacché non sempre è vero che I panin ci face mammà. Mattia, affamato e sbraitante, si unisce alla fronda. Il mio dispotismo è sotto accusa. I vecchi reumatici ci indicano un bar in fondo ad una stradina a scendere, “dopo l’ospedale”, che in centro “aprono alle tre”. Un tipo dall’improbabile accento napoletano ci affianca per dirci che sta andando a vedere la partita del Foggia. Riceve i nostri più vivi complimenti e prosegue. Camminiamo sotto la pioggia. L’ospedale non c’è, o se l’abbiamo passato dev’essere una specie di bed&amp;breakfast. Una bandiera dell’Inter ad un balcone. “Non dirglielo a Mattia”, mi fa Lello. Non ci penso proprio. E qui, sulla sinistra, si spalanca il bar. E con esso, il nostro cuore palpitante d’astinenza. Vetri fumè, forse neri. San Marco, c’è scritto in alto. Caratteri da liberty, sembra Parenti serpenti. Cartellonistica all’insegna del gelato passato di moda all’urlo di Tardelli. Poggio le mani, spio dentro. Un nonno sta guardando Pianeta mare a Rete 4. Non ho ancora capito se mi piace Tessa Gelisio, ma propendo per il si. La nonna sta liberando il bancone. E il bancone si intuisce. Perché il bar San Marco è un bazar per viaggiatori nello spazio e nel tempo: caffè, amari abruzzesi, modernariato in fatto di snack, certo. Ma anche, e forse soprattutto, schiuma da barba, carretti siciliani, pelouche, krapfen sommerse da modellini Bburago. “Siete qui per il Bambin Gesù?”, mi chiede la nonna. “In un certo senso”. Fuori piove. Tutti schierati sotto il balcone. Giuseppe contratta la solita bottiglia di Borghetti. Si risale. La superstrada per Avezzano ci tiene compagnia per altri quaranta minuti. Ne abbiamo 45 di vantaggio sul fischio d’inizio.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Si parcheggi qua”, dice il pizzardone. E con la sinistra indica, nell’ordine, un vicolo, un muro, un marciapiede, una chiesa. Un qualcosa. “Qua dove?”, prova ad aiutarlo Giuseppe. “Qua”, ripete quello. Ok. C’è il carcere. Pare sia chiuso, ma fa sempre un brutto effetto. Enzo è dentro da un mese, a Foggia, dove invece il penitenziario è in piena attività. Nel parcheggio del settore ospiti parliamo di lui, della sua storia kafkiana. La sua pena esemplare per una firma saltata. Ci raggiunge la “sezione” romana. Dall’interno dell’impianto le casse ci rifilano una complilation di balli di gruppo. La C2 mi alita sul collo. Respingo il pensiero. Sarà l’istinto libertario dell’essere umano, ma qui tutti pisciano sul muretto di cinta della casa circondariale. Pare che per Enzo ci sia una serata in programma in quel di Roma. Magari, pensiamo e diciamo. E poi è tutto un riepilogare sentenze, procedimenti in sospeso, carichi pendenti. Per oggi abbiamo un due aste. Topazio libero, c’è scritto. È la sintesi estrema di quanto pensiamo, speriamo, vogliamo. Un agente in borghese ci consiglia di entrare, che il pullman è in ritardo. “Grazie, aspettiamo ancora un po’”. Qualche caso di etilismo ci cade sotto gli occhi. Siamo in tanti, oggi. In molti hanno atteso questo evento per farsi una pasquetta come si deve. Mattia è benevolo con tutti: “Da, ma perché devi sempre fare le paranoie a tutti?”. È vero, in fondo è un gioco: un gioco il calcio, un gioco la curva. Ma l’uomo non è mai così terribilmente serio come quando gioca, diceva qualcuno. Io, per quel che può contare, condivido. Poco alla volta entrano tutti. Dall’alto del nostro settore vediamo pose plastiche atteggiate in un coro. Entriamo anche noi. Ci piazziamo al centro. Fa un bell’effetto quell’assembramento. Si sorvoli sul resto. C’è da attaccare la pezza. La partita è iniziata. Noi siamo qua sempre con te. Forse è meglio attendere anche l’arrivo del pullman. Unica fede in tutto il mondo intero. Primo gradino, in faccia alle pezze. Secondo, terzo, quarto, quinto, in faccia ad un vetro che è fumè come quello del bar. Sulla sommità, una corona acuminata, come quella che serve a scacciare i piccioni dalle grondaie, dai sottotetti. Anche volendo, stavolta, alla partita non si può neppure gettare un’occhiata distratta. Il primo tempo è nebulosa, è ameba. È una sensazione fantastica. Stai chiuso in un box lungo e stretto, fissi i tuoi colori appesi, e canti mentre percepisci che oltre quei colori qualcuno sta giocando. O, peggio, i tuoi stanno persino vincendo. Saranno passati tre o quattro minuti da quando siamo entrati. Abbiamo appena finito di sistemare tutto, che il boato del gooooool ci fa capire che ci siamo persi qualcosa. 1 a 0 per noi. Mi emancipo al secondo gradone. È uguale al primo. Uno sguardo alla curva di casa. Sono pochi, ma sembrano volenterosi. Non ho capito bene quale sia la questione in ballo tra avezzanesi e Pescina. Mi concentro sul due aste, sulle bandiere, sui cori. Si suda. Adesso fa caldo. Un caldo umido. Non succede niente. O, almeno, così sembra. In realtà il Pescina prende una traversa e il Foggia fa il 2 a 0. L’esultanza parte dall’alto, dove vedono finanche il terreno di gioco, e contagia per pura credulità. Potrebbero esultare ogni cinque minuti, noi ce la berremmo. Come Fantozzi durante la Corazzata Potemkin. Scendiamo a piazzare la pezza, e scopriamo che sotto il vetro c’è un reticolato dove la partita si vede in hd, se solo ci si accontenta del punto d’osservazione dal manto e se non si hanno problemi a restare sdraiati a terra. Giuseppe vede Birindelli passare. “Ti sei fatto vecchio!”. I cantastorie del mondo di sopra ci raccontano che siamo in dieci. O loro sono in dieci. Boh. Cantiamo. In almeno due occasioni il picco è alto, altissimo. Angelo e Antonio mi guardano: non è bello così. Vorrebbero stare sotto 2-0, vorrebbero soffrire come cani, è per quel senso di stocismo che viaggiano. Altro che carro del vincitore. Altro che gli interisti a piazza Cavour. È di simili malati mentali che abbiamo bisogno! Soffrire e appartenere! Questo chiediamo! Invece il primo tempo finisce in gloria. Futile banale gloria. All’intervallo si parla ancora di giurisprudenza. Nella ripresa, spinto dagli elementi, emergo fino a vedere la fascia lontana. Una striscia di campo. Bella storia. I canti sono alti e sembra persino che nell’altra curva (anche se noi in realtà siamo in gradinata) abbiano smesso. Ma forse è impressione. A giudizio di chi la partita l’ha vista, il Foggia disputa un secondo tempo orrendo, senza palle, senza carattere. Prende un gol, rischia un rigore, poi fallisce il terzo. Un ragazzo vola dai piani alti e si fa male. Sviene, o così sembra. Si chiama l’ambulanza, e c’è bisogno di invadere il campo per convincere l’arbitro a tornare negli spogliatoi a comunicare agli infermieri di darsi una mossa. In caso di infarto non si sarebbe salvato, penso mentre guardo i due poliziotti venire verso il settore. Fossi un idealista, aggiungerei: a cosa servono, dunque, i costi dei biglietti sempre più esosi che paghiamo per bazzicare campi sportivi sempre più indecorosi? E a cosa servono tutte quelle leggi restrittive che ciarlano di tornelli, steward, prefiltraggi, controlli, schedature, modello inglese e famiglie allo stadio quando un ragazzo rischia le pelle e non trova supporto se non dai suoi compagni di curva che hanno qualche nozione di pronto soccorso? Una carica sarebbe partita in un niente. E sia. Poi la partita finisce e la squadra viene sotto il settore. Meritiamo di più, cantiamo. Ed è vero, verissimo. I giocatori si guardano. Penso ci giudichino schizofrenici. Ma loro non sono noi. E noi non siamo loro. Per fortuna.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Forza Foggia!” (una signora di Avezzano sull’uscio di un basso)&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-387308974960271147?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/387308974960271147/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=387308974960271147&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/387308974960271147'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/387308974960271147'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/05/pedagogia-e-pasquette.html' title='Pedagogia e pasquette'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-6182787469802571670</id><published>2010-05-12T13:59:00.002+02:00</published><updated>2010-05-26T18:55:46.927+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='topazio'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='stampa'/><title type='text'>L'Attacco...</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://3.bp.blogspot.com/_hrUFw0qh224/S-qYLTI5JAI/AAAAAAAAACA/Xc__LmPtp-U/s1600/28642_1366711021878_1654741755_875312_6127248_n.jpg"&gt;&lt;img style="cursor:pointer; 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Meglio il Foggia" - Nuova edizione</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://4.bp.blogspot.com/_hrUFw0qh224/S-FRkyf1XZI/AAAAAAAAABo/9FMeIJ4Pq94/s1600/juveomilan.gif"&gt;&lt;img style="cursor:pointer; cursor:hand;width: 228px; height: 320px;" src="http://4.bp.blogspot.com/_hrUFw0qh224/S-FRkyf1XZI/AAAAAAAAABo/9FMeIJ4Pq94/s320/juveomilan.gif" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5467741115076926866" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Nuova copertina, nuovo editore, due capitoli inediti&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;JUVE O MILAN? MEGLIO IL FOGGIA&lt;br /&gt;Collettivo Lobanowski&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Darwin Pastorin&lt;br /&gt;Dimensione: 15x21&lt;br /&gt;Num. Pag. 232&lt;br /&gt;Prezzo: Euro 14,00&lt;br /&gt;ISBN: 978-88-96184-25-7&lt;br /&gt;Immagini: fotografie b/n&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Dall’odore acre dei lacrimogeni di Foggia-Varese al catenaccio irriducibile di Pino Caramanno, in quella C1 che sembrava una B2. Dalle speranze di Pippo Marchioro alle scope Pippo nella notte della promozione in B. Dall’Argentina ‘78 alla Real Cosmos. Dai lampi zemaniani alla saggezza di “zio” Tarcisio Burgnich. Fino al sinistro di Rivaldo al “Partenio”, all’esodo dello “Zini”, alle lacrime del “Santa Colomba”. Racconti d’epoca sulla passione per il rito del calcio e l’amore, più o meno clandestino, per una maglia: quella rossonera. E sull’importanza di non cedere all’evidenza. Personalissime storie di calcio privato in cui molti si rivedranno, loro malgrado.&lt;br /&gt;Nell’aprile del 2001, Dennis Tito, miliardario californiano, è volato verso la luna realizzando così il suo sogno: essere il primo turista spaziale della storia dell’umanità. Noi sulla luna ci siamo andati dozzine di volte prima di lui: quando Bresciani bucò Peruzzi e spezzò le ginocchia alla Juventus. Quando Barone fece passare quel pallone più in alto della barriera, in quella primavera trapanese del 1989. Finanche quando Matrone e Di Michele espugnarono il “San Nicola”. La nostra Soyuz è sempre stata il Foggia. Noi sulla luna ci siamo già stati. E ci torneremo. Questo è certo.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“... Il genere calcistico-letterario imperversa nelle librerie, ma, a mio avviso, mancano le novità, le voci nuove, il libro capace di sorprenderti. è facile, piuttosto, trovare il “già letto” ...Ero pronto a rassegnarmi ai tempi e alle mode, in attesa di un miracolo. Di una lettura, di nuovo, capace di sorprendermi. Ed eccola arrivare. Grazie agli autori del “Collettivo Lobanowski” e al loro folgorante lavoro: “Juve o Milan? Meglio il Foggia” ... Con una prosa incalzante, dove, una riga dopo l’altra possiamo trovare un centrocampista, un presidente americano, un famoso telecronista, una cantante alla moda, una ragazza dagli occhi belli, un compagno di banco. Ci voleva, almeno per me, questa boccata di aria pura e nuova. Ci voleva un romanzo così. Ci voleva, per davvero. E in certe sere di mezza luna, confortato dal miagolare dei gatti, leggerò alcune parti del libro all’amico che mi sta sempre al fianco, a quell’argentino capace di mettere insieme Stanlio e Ollio, Obdulio Varela e il figlio di Butch Cassidy: al mio Osvaldo Soriano.&lt;br /&gt;dalla prefazione di Darwin Pastorin&lt;br /&gt; &lt;br /&gt;   &lt;br /&gt;Note sull'Autore: Il Collettivo Lobanowski è un libero patto tra pari che ha scelto l’anonimato perché quel che conta sono le storie. E le storie, quando sono valide, vanno collettivizzate. Appartengono a tutti.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;A Foggia si può trovare nelle seguenti librerie: Alfieri, Dante, Sentieri Meridiani, Ubik, Patierno, Universitaria, Universo. A Lucera: Catapano. A Manfredonia: Centofiori, Equilibri, Cartolibreria Tuppi. A San Severo: Notarangelo, Orsa minore. Trinitapoli: Cogito ergo sum. Vieste: Disanti.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-7002688618011720496?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/7002688618011720496/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=7002688618011720496&amp;isPopup=true' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/7002688618011720496'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/7002688618011720496'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/05/juve-o-milan-meglio-il-foggia-nuova.html' title='&quot;Juve o Milan? Meglio il Foggia&quot; - Nuova edizione'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://4.bp.blogspot.com/_hrUFw0qh224/S-FRkyf1XZI/AAAAAAAAABo/9FMeIJ4Pq94/s72-c/juveomilan.gif' height='72' width='72'/><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-4052873118256888851</id><published>2010-04-29T14:16:00.002+02:00</published><updated>2010-05-26T18:57:15.074+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='topazio'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='foto'/><title type='text'>Topazio libero</title><content type='html'>&lt;a onblur="try {parent.deselectBloggerImageGracefully();} catch(e) {}" href="http://2.bp.blogspot.com/_hrUFw0qh224/S9l43le4DEI/AAAAAAAAABg/KE86LdiyWIc/s1600/Fg_Pescara_170.jpg"&gt;&lt;img style="cursor:pointer; cursor:hand;width: 320px; height: 213px;" src="http://2.bp.blogspot.com/_hrUFw0qh224/S9l43le4DEI/AAAAAAAAABg/KE86LdiyWIc/s320/Fg_Pescara_170.jpg" border="0" alt=""id="BLOGGER_PHOTO_ID_5465532519140559938" /&gt;&lt;/a&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-4052873118256888851?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/4052873118256888851/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=4052873118256888851&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/4052873118256888851'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/4052873118256888851'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/04/topazio-libero.html' title='Topazio libero'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><media:thumbnail xmlns:media='http://search.yahoo.com/mrss/' url='http://2.bp.blogspot.com/_hrUFw0qh224/S9l43le4DEI/AAAAAAAAABg/KE86LdiyWIc/s72-c/Fg_Pescara_170.jpg' height='72' width='72'/><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-8850943187877395248</id><published>2010-04-24T14:19:00.001+02:00</published><updated>2010-05-26T18:57:35.192+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='topazio'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='ciurma'/><title type='text'>Tre mesi per una firma</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;(La nuova frontiera della caccia alle streghe)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;&lt;br /&gt;Cerca di stare in gruppo / La tranquillità è importante / Ma la libertà è tutto.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Succede in questo strano Paese che di primo mattino degli agenti della squadra mobile possano bussare alla porta della tua casa e, di punto in bianco, condurti in carcere con l’accusa di aver saltato qualche firma durante un trascorso periodo di diffida. Succede. È successo. A Foggia. Topazio è uno di noi, uno come noi, un nostro fratello di curva e di vita. Negli anni scorsi sottoposto a Daspo e costretto per lunghe domeniche/mercoledì/lunedì, a recarsi in questura per adempiere all’obbligo di firma durante le partite dell’Us Foggia. Oggi condannato e chiamato a scontare tre mesi di reclusione in virtù di uno strano concetto di giustizia commutativa. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Non saranno molti quelli che troveranno il coraggio di accusarci di qualunquismo a basso costo, di populismo, se ci permettiamo di portare agli occhi di chi legge una realtà di fatto, sgradevole quanto concreta: in questo Paese di piduisti stragisti a piede libero, di mafiosi prescritti, di assassini recidivi, di stupratori seriali e di pedofili tutelati, di ricattatori, corruttori e concussi, in questo momento un ragazzo di trent’anni è chiuso in una cella perché ha commesso l’imperdonabile reato di non recarsi a firmare in questura un provvedimento che gli precludeva l’accesso agli impianti sportivi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Assurdo, direte voi. Assurdo, certo. Indegno, infame, criminale. Perché ancor più che la sproporzione tra imputazione e pena (pena definitiva, che dovrà quindi essere scontata per intero) fa impressione la selettività, la precisione maniacale con la quale il colpo è stato inferto. Perché l’accusa reale – per chi non se ne fosse accorto – è, nel caso di Topazio, quella d’essersi ostinato a voler perseguire con la maggiore coerenza possibile il proprio stile di vita, le proprie scelte. Topazio è un ultras, che con dignità ha pagato le lunghe limitazioni del passato e che con altrettanta dignità sta pagando questa sua sproporzionata colpa. Ed è questo il suo vero reato: essere la disfunzione nell’ingranaggio, la nota dissonante in questo splendido mondo dorato del calcio fatto di televisioni, prefiltraggi, tornelli, steward, schedature, trasferte vietate, tessere fedeltà. Un mondo che, garantiscono questori e prefetti, Osservatori e Casms, senza gli ultras sarebbe un paradiso. E finirebbe di vendersi l’anima.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La mostrificazione dell’ultras sta passando il segno; l’isteria dei media, la psicosi delle istituzioni, perennemente alla ricerca di nuovi nemici, intenti nella loro neutralizzazione, sta partorendo i propri frutti avariati. Rendendo grottesca la realtà: se Topazio è dentro per una firma mancata, a breve le porte delle galere sovraffollate potranno spalancarsi anche per chi accende una torcia sugli spalti o persegue l’assurdo piano di popolare i settori di voce e colori.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Noi, che con tutta la fatica della quotidianità e delle sue mille contraddizioni, ci sentiamo di essere in tutto e per tutto simili al nostro compagno negli ideali, e complici nell’indignazione, non possiamo fare altro che mobilitarci per rendere visibile alle anime belle di questo Paese alla rovescia la natura profondamente folle di questo provvedimento e delle norme che lo sovrintendono. Affinché chi viaggia a fari spenti possa, quanto meno, aprire gli occhi.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E per ribadire, anche se suona retorica, che la loro repressione assurda può far aumentare il nostro disprezzo, ma mai smorzare la nostra passione.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;TOPAZIO LIBERO!&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ciurma Nemica – Foggia&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-8850943187877395248?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/8850943187877395248/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=8850943187877395248&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/8850943187877395248'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/8850943187877395248'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/04/tre-mesi-per-una-firma.html' title='Tre mesi per una firma'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5956535078782552750</id><published>2010-04-19T16:55:00.001+02:00</published><updated>2010-04-19T16:57:57.289+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Dancing to Portogruaro</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Antefatto aereo&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;“Portogruaro”, di solito dice uno. “Scusa la mia ignoranza, ma dov’è?”, risponde subito l’altro. “Tra Venezia e Trieste”. Nelle Venezie, per gli aulici colti dall’istinto di dissimulare. Ci andate in treno? No, in furgone. Ma una voce fa capolino: pare che una tra Darwin e Skybridge sia interessata ad allestire un charter dal Gino Lisa. In aereo? Ma neanche per sogno! Neanche in Russia! Neanche in Uefa! Se togli il viaggio, che resta? E poi – osservano occhiuti i contestatori – qua mi sa che, stando alle prime notizie, bisognerebbe viaggiare con la squadra e lo staff. No, no, no. Indicibile promisquità. Ci manteniamo sul classico, anche se il paesello non è dietro l’angolo e le spese lievitano. Blocchiamo un bel sette posti, ma una smorfia compiaciuta si dipinge sul volto: il Foggia che viaggia in aereo. Penso sia la prima volta in assoluto. Pure ai tempi dell’anglo-italiano saranno andati in pullman. Poi erutta un vulcano. Il Eyja-fjalla-joekull. Cenere e lapilli, dal buco del mondo in Islanda, si rovesciano sul Regno Unito, l’Irlanda, la Scandinavia. Una nube abrasiva attenta al traffico aereo di un continente. Gli aeroporti di mezza Europa chiudono già da mercoledì. Ma la nube – in quanto tale – si sposta coi venti. E sabato, dopo Germania, Francia, Spagna, dopo le ansie e le paure di Flaviana per il suo viaggio a Lisbona, chiudono anche le piste del Nord Italia. Trieste compresa. È ironico e globalizzato al cotempo. Novant’anni di storia, e quando si è deciso di spiccare il volo verso il futuro, l’ultima parola spetta a un vulcano islandese. Che si chiama Eyja-fjalla-joekull, oltretutto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Domenica 18 aprile, Portosummaga-Foggia 1-1&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;La sveglia interrompe un sonno ristoratore, circolare, completo. Sono le 2:15. Il buio invade la stanza dalle imposte lasciate aperte. Caffè e sigaretta. Ceska mi apre onirica e mi consegna una teglia di pasta al forno. La movida sciama tra le vie del centro storico. Io, sciarpetta al collo e teglia a due mani, sono un estraneo. Felice di esserlo. Il Ford Galaxy è parcheggiato fuori dalla sede. Ha una linea aggressiva, pescesca, gli interni puzzano di pelle, la radica impreziosisce i dettagli. In una parola: è ciaciacco. Ma legge gli mp3. Si fa strada l’ipotesi di fare la statale fino a Pineto, a Roseto, a Pescara, boh, almeno a Vasto. Nicola mi porge la sua doppia compilation dance anni Novanta. Carichiamo il baule di pezze, bandiere e arance della salute, gentile dono di Daniele, bloccato dal lavoro. Partiamo. Ed è subito nebbia. Velieri all’orizzonte, sentore d’arrembaggi improvvisi. Schegge di sonno in seconda linea. L’autostrada. Il mare si intuisce appena, l’andatura è buona, non ci sono soste. Non troppe, almeno. L’appuntamento è a Bologna. Angioletto e Davide ci hanno inspiegabilmente convinti a sbucare su via della Corticella per completare il quadretto di lontananza. Nella immaginifica tabella di marcia dovremo sbucare ad Arcoveggio non più tardi delle 10, per avere qualche possibilità di farla franca nel traffico del capoluogo. I'm Blue da ba dee da ba daa. I cassetti dell’ipotalamo si aprono per dissotterrare perle d’epoca, dimenticate come la più alta civiltà dei sumeri. E mancano venti minuti alle 9 quando entriamo in orbita. Angioletto viene buttato giù dal letto. Muoversi! Siamo in anticipo, il che è sempre un bene (per qualche oscuro motivo che sfugge sempre più spesso), ma un male per il fegato. I due esuli sono a centro strada, si sbracciano. Li raggiungiamo. Saluti e baci, “Mo ti faccio vedere la Bolognina, il luogo dove Occhetto…”, “Zitto, zitto, ho capito, evitiamo di parlarne”. In sette, nerovestiti, alle porte del luogo dove il Pci morì suicida. Ironico. Il bancone del bar è un luogo atemporale, ma non nel senso canonico. Ho due ore di sonno e sento la stanchezza come se viaggiassi da dieci ore, da quindici o da sempre. E incontrare Angioletto, con le sue “nius” in un tale stato psicofisico è deleterio. Nelle stanze da Bar Aurora di wuminghiana memoria, giocano a biliardo e bussano a tressette. C’è tanta gente e tanta altra ne arriva. “Questi si sono prenotati alle 6”, pensa e dice il Conte, incredulo, mentre li osserva con fare cupo da maniaco. Giuseppe si sofferma sulle statistiche del torneo di tarocchino, che presto – ne siamo certi – aggiungerà alla sua mortifera contabilità da Marzotto del 61/62. Nicola si aggrega a quelli che guardano il gran premio. Un sorso di cappuccino e abbandoniamo quel luogo sconsacrato. All’autogrill c’è tanta polizia. Roba di bolognesi che salgono in Friuli. Un benzinaio ci saluta: “Siete tifosi anche voi?”, “In un certo senso”, “Di che?”, “Foggia”, e quello: “Foggia e?”. Angioletto, spiazzato da cotanta involontaria ironia, allarga le braccia: “E bast!”. “Dove andate?”, “Nelle Venezie”. Per l’appunto. Dissimulazione. Ma mancano due ore di viaggio. E sono da poco passate le 10. Il Borghetti nuovo e quello vecchio necessitano di un luogo di decantazione. Scegliamo Cento, come avremmo potuto scegliere Cinquanta. È giorno di mercato. Passeggiamo come turisti tra bastioni e bancarelle e a me tornano alla mente le ore di Pizzighettone, quelle che precedettero la catastrofe. È una mattinata amarcord, a ben pensarci. Alla Snai suggeriamo caldamente il 2 del Foggia. Si gioca contro la capolista e dobbiamo fare a meno di sei titolari, garantisce Teleradioerre. Ma ciò nonostante “Mettete il due al Foggia” suona più come un imperativo che come un disinteressato consiglio. “L’altra mattina ho visto una partita del campionato giapponese. Lo sapete che l’Osaka c’ha gli ultras che si chiamano Brigate?”. Mattia vorrebbe acquistare un cappello sovietico. Lo invogliamo a desistere. La campagna emiliana è costellata di capannoni inustriali. Torniamo sull’A4, e il Conte al volante indossa occhiali fashion. In meno di due ore siamo a Portogruaro. Ed anche qui è la memoria a fare salti. Ci siamo stati ad agosto, sulla strada per Trieste. Abbiamo passato un intero pomeriggio ai mulini, tra il rumore dell’acqua e una interminabile gara d’assaggio di vini bianchi e spritz. E subentra la malinconia nuova: sembra ieri che andavamo incontro alla prima di Coppa, eppure questa è l’ultima trasferta della stagione. Di già. Un epicureo Mattia si fa saggio e ci riprende: “E cazzo, ma godetevele le cose!”. Gruppi di compatrioti fuori dai bar lungo la strada del settore ospiti. Saluti e insulti. C’è chi ha inrociato quelli del Celano Olimpia diretti a Gradisca e chi i fanesi che puntavano Bassano. C’è vita, ancora.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;All’ingresso è tempo di dubbi – “Ma quello come la sa sta cosa?” – e di doppi, tripli prefiltraggi. Il nostro settore sembra quello di Manfredonia, anche se è più ferreo e più piccolo. Facce conosciute, facce solite e molti emigrati. Siamo un duecento. Auguri Sergino, dice il nostro piccolo striscione bianco. Il pargolo di Jordan al battesimo, “l’inizio del suo rapporto con le istituzioni ecclesiastiche”, come sottolinea qualcuno. Lungo corridoio per l’ingresso delle squadre. Compatti siamo notevoli. &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Noi / Vogliamo / Questa / Vittoria&lt;/span&gt;. E si capisce che siamo in palla. Le trasferte in culo al mondo ispirano. E &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Canto per te / Solo per te&lt;/span&gt; è un biglietto da visita che dura dieci minuti. Bello. Ci guardiamo l’un l’altro e annuiamo, ci carichiamo, ci esaltiamo. Di fronte c’è una sparuta rappresentanza di tifosi organizzati. Evitiamo i commenti, anche perché ne abbiamo già fatti a sufficienza in macchina: l’idea del deprimente stato del calcio italiano trova la sua realizzazione più compiuta nei fenomeni che i media si ostinano a magnificare. E si parla di Grosseto, Chievo, Cittadella, Sassuolo, dove a squadre costruite per vincere e divertire fanno da contrappunto stadi oratoriali (Verona a parte, ovviamente) semivuoti e zero tradizione. Mentre Salerno sprofonderà dove è già l’Avellino, il Messina, la Casertana, lo Spezia, il Pisa. Meglio non pensarci. Qui nessuno intende criticare quei mille e passa tifosi che oggi sono qui al Mecchi. Brava gente che vive una dimensione pulita e sana della passione sportiva, distante anni luce dalla mia, però, come dire… immaginarli in B fa venire le fitte al pancreas. In ogni caso, il Foggia visto dalla gradinata sembra motivato e senza timori. Aumentano i rimpianti. In questo finale di stagione, pur di evitare l’ultima trasferta a Giulianova o Avezzano, per colpa di quelli che c’erano prima e della corte celeste dei cattivi consiglieri, si è costretti a infilare una grande prestazione dietro l’altra. E che non sempre portano punti. Essere chiamati all’impresa come precondizione della normalità è frustrante. Come essere costretti a salire su un letto a castello di mille pioli per schiacciare un pisolino. Cantiamo, e tanto. I battimani sono belli, rapidi e completi. Gli emigranti partecipano più che in altre occasioni e le bandiere sventolano ininterrotte. Bell’effetto. Il Foggia rischia una volta, poi sfiora il vantaggio in due occasioni. Alla fine del tempo, c’è la possibilità di prendere un po’ di sole. Fa un caldo folle, in questa landa austro-ungarica. A Foggia pare piova dalle prime avvisaglie dell’alba.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Quando le squadre rientrano, qualcuno invoca pietà: “Altri dieci minuti”. Ma bisogna scuotersi, essere all’altezza dei nostri che se la stanno giocando, dicono dalla balaustra. Essere all’altezza dei nostri primi 45 minuti, penso io. L’inizio è debole, poi cresciamo. D’improvviso, come per un segnale cerebrale. Il settore canta, sventola, segue. È uno spettacolo. È divertentissimo e, al tempo stesso, molto emozionante. Il calcio d’angolo trova la testa di uno dei nostri. E passiamo in vantaggio, nel nostro momento migliore. C’è una conseguenzialità che fa pensare, come la riscoperta degli Eiffel 65 e le nostre compilation. Per non parlare di Shaggy. Closer than my peeps you are to me, baby. Shorty, you're my angel. Come che sia, il Foggia è avanti. L’impresa di cui avremmo bisogno per evitare l’appendice playout. Per schiacciare un pisolino. E dopo cinque minuti d’incredulità, riprendiamo. Più forte di prima. Fino all’apice: &lt;span style="font-style:italic;"&gt;Forza Foggia / Vinci per noi&lt;/span&gt;, con tanto di eco che ci riporta indietro il coro. Girano bottiglie d’acqua clandestine, si spaccia Cola. Rischiamo il raddoppio. Poi il sogno si brucia nel fuoco del pari. A dieci dal termine. Risentiamo della botta, mentre l’urlo di gioia – infantile, pulito e per questo distante come un messaggio dei marziani – di quelli di fronte ci riporta sull’amara terra. Cerchiamo di ripartire, e quasi quasi ce la facciamo, come del resto quelli in campo. Ma alla fine è pareggio. Sul campo e solo sul campo, ovviamente. Certe cose, per fortuna, non dipendono dalle disponibilità economiche degli imprenditori locali.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight:bold;"&gt;Cronache da Portogruaro stessa&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Ultimi a lasciare il settore, lenti come vesciche sottocutanee, incocciamo contro la crudele osservanza delle leggi della barista. Niente alcolici fino alle 18. Allora posso fare da cicerone: andiamo in centro. Nel gruppo c’è un milite che stasera rischia il mancato rientro, dall’altra parte del Nord Italia, e c’è anche chi fa sondaggi per sapere se rischiare l’1 alla Lazio e incassare svariate migliaia di euro o coprirsi l’ics-due. Ovviamente, il plebiscito dei vigliacchi è per l’assoluta mancanza d’audacia. Sulle scale di una villa abbanonata imbandiamo pasta al forno, taralli e panini. Nella migliore tradizione stilistica meridionale. In tre ci avventuriamo alla ricerca di qualche birra di contrabbando, che otteniamo pedinando un buongustaio locale. Non possiamo rilassarci come vorremmo, perché la fretta ci morde il culo. Però un quarto d’ora, dai, ce lo meritiamo. Troppo. La digos locale ha tutto l’agio di individuarci. Parcheggiano. Scendono in tre, si avvicinano. Nessuno dei nostri dice “’e magnà?”, cosa per lunghi attimi sospetto avverrà. Non sembrano incarognirsi dinanzi alla scena da lessico familiare, piuttosto appaiono curiosi di venire a capo di qualcosa. Ci domandano del furgone, poi accennano ad un drappello di tifosi in stazione. Ma siccome Noi non collaboriam, gli rispondiamo che boh, noi abbiamo fame, mangiamo e ripartiamo. Di nessun altro sappiamo niente. Si, si, fanno quelli, ma il dubbio è altro, ed è atroce. Si appalesa pochi attimi dopo, quando le preoccupazioni soppiantano i pudori da gioco di ruolo: “C’è quel signore un po’ strano in centro, quello vestito elegante, col cappello e il mantello… Sapete se se ne torna con qualcuno?”. Ci viene da ridere. Il livello di tranquillità domenicale dell’opulento Nord-Est da stuscio alle prese con il Supertifoso a piede libero. La quiete monofamiliare del passeggio tra i caffè minacciata dalla libertà d’espressione di un singolo, distinto terrone. Hanno paura che non se ne vada più. Così, in quel preciso istante, ho letto nello sguardo del tutore della legge la certezza che, se fosse rimasto lì così, semplicemente a parlare al telefono, l’intera Portogruaro sarebbe stata pronta a spostarsi, palo dopo palo, palafitta dopo palafitta, in mezzo al mare. Una novella Venezia che, come l’originale, è pronta ad edificarsi per sfuggire ad un pericolo inaffrontabile. Mi sento di tranquillizzarli. Tutto si sistemerà, in un modo o nell’altro.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-5956535078782552750?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/5956535078782552750/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=5956535078782552750&amp;isPopup=true' title='3 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5956535078782552750'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/5956535078782552750'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/04/dancing-to-portogruaro.html' title='Dancing to Portogruaro'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>3</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-3209138735960270861</id><published>2010-04-05T12:30:00.000+02:00</published><updated>2010-04-05T12:31:23.231+02:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Il minuto 33</title><content type='html'>&lt;span style="font-style:italic;"&gt;Sabato 3 aprile, Rimini-Foggia 0-1&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;L’insonne cronico, l’unico che ha fatto la nottata, fissa languido, amorevole. “Ogni volta che ti vedo – confessa ad Enzo – mi passa davanti tutto”. E muove le mani dinanzi al viso per rendere meglio l’idea del nastro che scorre. Penso, pensiamo tutti, che volesse alludere al fatto che basta uno sguardo per capire che stiamo tornando in trasferta. Ed è una cosa bella. Ma l’insensibilità dilaga. “…cioè, ti vedo e capisco che… capisco che…”, “Che stje d for!”, è l’amaro completamento della poesia. &lt;br /&gt;La statale irrompe dai finestrini.&lt;br /&gt;Contro ogni previsione catastrofista, abbiamo aspettato solo 40 minuti l’unico ritardatario. E non era neppure uno dei nostri. Adesso saltiamo il pedaggio. Fino a Vasto, dove dobbiamo mollare una macchina. La dance anni Novanta rimbomba. “Ma abbiamo mai parlato di Lola Ponce?”, “No, mi sa di no, e comunque non a sufficienza”. Sportweek circola tra le linee. Il Conte declama, allieta, riuscendo nell’impresa di modificare a suo piacimento anche la parola scritta e stampata. Accanto a sé, Mattia vive il dramma del biglietto. Qualcosa gli dice d’averlo mollato ad un compagno di viaggio, di aver chiesto la cortesia di tenerglielo, per beffare le insidie del cammino adriatico. Ma tutti negano ostinatamente. “L’hai perso, è inutile che cerchi”. E, siccome stavolta aveva preso persino il documento, alterna attimi di blasfemia a momenti di feroce autocommiserazione. I fratelli arrivano sotto la loro casa fantasma di San Salvo. Guido indica un palazzo dalle fondamenta alla volta celeste, Nicola si diletta con le inversioni, attività che tra tutte lo sollazza. Mattia maledice la sorte. Poi fissa l’intero gruppo con uno sguardo tra l’imperativo e l’implorante: “Chi ce l’ha me lo dasse”, chiede. Ma neppure lui crede più tanto all’ipotesi dello scherzo. &lt;br /&gt;All’autogrill si sceglie un pallone nel cesto, per colmare un vuoto. Più che una ridicola sfera rosa di Hello Kitty, è un amico vero quello che abbraccia. È il suo Wilson, come per Tom Hanks sull’isola deserta. “Signore, chiedo scusa, potrei sapere cosa vi ha detto quel ragazzo che entrato poco fa?”, “Ah, beh, non so… parlava… scemenze”. Ci sono altri foggiani che escono. Non saremo tantissimi a Rimini, quest’oggi. Ma neppure pochissimi. Certo, è sabato, è quasi Pasqua, è una giornata lavorativa. Chi dal Sud deve salire, fa i conti con gli euri. Chi dal Nord è già sceso per le feste, ci pensa due volte prima di risalire. Troppo sbattimento. E da mezzanotte è anche rincarata la benzina. La palla rosa finisce sull’asfalto, tutto il furgone rientra. Eravamo convinti di trovarci sulle affollate strade dell’esodo, siamo partiti alle 7:30 apposta. Invece, l’autostrada è libera e la costa romagnola non è poi così distante. In vista di Ancona l’equipaggio si acquieta. Mattia è “clinicamente morto” e il futuro letto nel fondo del Borghetti non è rassicurante. La terza fila spacca. Due dormono. Il terzo è Guido, che s’incunea tra i sedili e grida: “Abbassa, abbassa, si sente male”. E chi si gira e vede Nicola riverso non pensa ai suoi problemi di comunicazione del telefonino. Pensa ad un malore, e smorza Corona. Cattolica entra nel mirino alle 12:30. Non ha senso proseguire. Non è una pasquetta, anche se può sembrarlo. Usciamo e puntiamo l’interno. Margherite gialle ed aria primaverile. La campagna invoglia. Raggiungiamo Morciano, il primo paese che ci compare davanti. Angioletto ci ha appena comunicato che non sarà al “Neri” prima delle due. Abbiamo un’ora da spendere. Prendiamo in prestito delle sedie dal parco giochi della piazza e ci godiamo il sole. Ci alziamo solo ad applaudire i ciclisti. &lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Il parcheggio ospiti è poco distante dallo stadio. Una telefonata dalle adiacenze del settore ci comunica che abbiamo fatto tardi anche oggi. A noi non sembra: manca mezz’ora all’inizio, c’è tutto il tempo di prendere bandiere, bottiglie e striscione. E muoverci. Attraversiamo una strada trafficata, tra l’indifferenza dei gruppi di sbirri ai due incroci. Mah, strano concetto di controllo del territorio. Comunque, a noi va bene così. Angioletto ci viene incontro. È con gli altri del miniplotone bolognese, è arrivato in treno. Affianco Mattia e gli restituisco il biglietto che mi aveva chiesto di custodirgli a Foggia. Mi guarda più sollevato che incazzato: è stato un bel gioco spingerlo ad angosciarsi, deve riconoscerlo. Controlli all’ingresso. Dubbi sulla jolly roger, “Lei comunque si allontani”. Ma è mai possibile, ci si chiede, che questa gente non abbia il minimo senso dell’ironia? Metallo, tubi. Antonio mi ha chiamato annunciandomi la morte di Maurizio Mosca. Adesso sta provando a ricontattarmi perché la nostra assenza gli è balzata agli occhi. Tornelli. Sbuchiamo all’unisono. Chi ci incrocia ci chiede: “Ma dove eravate finiti?”. La notizia della nostra scomparsa ci ha preceduti. Siamo di lato, sulla destra, con la nostra curva. Nothing else matters all’angolo. Prospettiva sul campo che elimina le residue speranze di vedere qualche azione, tra un coro e l’altro, magari mentre si fischia il loro possesso palla. Doppio settore per loro: uno in gradinata, uno nella curva di fronte. Sembrano lontanissimi, i primi quanto i secondi. Tira vento. Ci scaldiamo coi primi cori che ancora manca la Nord. Poi anche loro arrivano. Siamo lunghi, troppo distanti dal cuore. Enzo individua il problema: è in alto, tra i padri di famiglia emigrati che sono venuti per vicinanza geografica. Emigriamo anche noi, verso l’alto, a fare da tappo. Al vento le quattro bandiere. Fisiologiche proteste degli spodestati, affrontate con calma e diplomazia: “Il problema vostro è che siete dei tirchi… Sapete quanto costa il biglietto per la gradinata? Solo 5 euro in più!”. Si allontanano, lasciano un buco, ma non certo un vuoto. Bene così. Si parte in sordina, si cresce rapidamente. Il Foggia è offensivo, il Rimini non s’avvicina. C’è un gol, di cui ci accorgiamo con qualche attimo di ritardo. Non esulto mai quando si segna troppo presto. Sono passati venti minuti appena. Adesso i cori coinvolgono l’intero settore. Siamo più di duecento, e più della metà partiti da Foggia. Al minuto 33, poi, avviene l’episodio determinante. Dalla balaustra gridano che dobbiamo prendere le sciarpe. Fino a ieri la risposta, il nostro modo di partecipare, era nella sbandierata. Oggi, invece, le sciarpe ci sono. Di lana, pesantissime. E il sole di aprile già ci costringe in t-shirt. Eppure, al segnale, scattano. La nostra prima sciarpata, la prima sciarpata della Ciurma. Non sarà un’avventura. Poi le altre s’abbassano, s’agitano. Ma Enzo chiede un supplemento di sforzo. Tenderle, ancora. Fosse per lui, resteremmo così fino alla fine del primo tempo. All’intervallo chiediamo a chi era di sotto: “Com’è venuta?”. Dicono bene. Ci crediamo. In fila al bar blindato, con Mattia che accusa di pedofilia il barista (per un mai appurato rapporto col guardalinee, dove comunque non sembrano esserci minorenni), Angioletto compra dieci Borghetti. La ripresa è un coro prolungato, dilatato, tenuto alto. In campo non succede granché e, poco alla volta, anche i laterali alti del settore pregustano la vittoria e s’uniscono ai canti. Quell’atmosfera tipica da 3 punti in trasferta al Centro-Nord. Gli sguardi sempre più ansiosi, i volti sempre più distesi. Al triplice fischio ci sono gli abbracci, la squadra sotto il settore, le bandiere alte. E prima dell’uscita, il coro al giornalista e il pensiero a mia zia incolpevole. E la riflessione. Il buonumore che dimostriamo è la prova provata di una tesi: il movimento ultras – quell’essere ultras a prescindere – non può che venire dopo l’appartenenza, l’identità. Mentiremmo se dicessimo che saremmo stati così coglioni ed euforici a prescindere. Ultrà del Foggia, non di uno stile. E se pure esistono momenti in cui questo dettaglio va accantonato, in altri appare nella sua pienezza. E non potrebbe essere altrimenti. Ci siamo fatti i nostri bravi chilometri, gli sbattimenti del caso, le bevute e le risate. Saremmo stati lieti di raccontarci un’altra epica avventura, comunque. Ma oggi c’è qualcosa in più: siamo felici perché il Foggia ha vinto. E questo ritorno all’infanzia è parte integrante del gioco a cui ci piace giocare.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Cronache di piazza Matteotti&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Pesaro sembra Fano. E Fano sembra Tolentino. Lunghe disamine socio-politiche hanno appurato che queste, si, sono le lande più felici d’Italia: quelle dal tenore di vita altissimo che si lega ad una quantità di servizi invidiabile. La tranquillità e il benessere. Noi a Pesaro ci siamo andati per depositare il babbo tra le braccia di Manu e del piccolo pirata. Ed approfittare per passarcelo anche noi di mano in mano. Una lieta combriccola con tanto di passeggino e bimbo al seguito. Eppure, la proverbiale tranquillità marchigiana – non il semplice silenzio, il viavai senza clamori – è sembrata discretamente, distintamente ostile. Probabilmente in ogni zona d’Italia si sarebbero spostati per non avere niente a che fare con un gruppo nerovestito che avanza scialando. Ma qui anche le informazioni ci arrivano col contagocce. E non senza un discreto fastidio facciale. “Ma dove va un pesarese quando vuole bere una birra?”, “Beh, al bar”, “Si, certo, ma sono tutti chiusi”, “Provate sulla spiaggia”. C’è una spiaggia a Pesaro? Piazza Matteotti invece raccoglie un bel paio di chioschi. A sinistra sparano 3,50 euro per una Moretti grande. A destra, a meno di dieci metri di distanza, ne chiedono 2,50. Ci buttiamo a destra ed osserviamo Mattia col suo pallone rosa, come i tanti genitori presenti fanno coi bambini. Non ho voce e il dibattito risulta fastidioso. Ancora mondo ultras, ancora contraddizioni e stili, al centro della chiacchiera, mentre la fontana al centro della piazza gorgoglia acqua bianca. Andato via il sole, comincia a fare buio. Un lungo struscio fino al furgone, finanche qualche coro. Non ci lascerà una grande impressione, questa città. Abbiamo quattro ore di autostrada da affrontare. È tempo di saluti, alla prossima, ci vediamo a Portogruaro. Senz’altro. La deviazione verso l’autostrada sembra quella di Ravenna, mentre qualcuno la trova più simile a quella di Pistoia. Un altro paio d’anni così e tutta l’Italia sarà paese.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-3209138735960270861?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/3209138735960270861/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=3209138735960270861&amp;isPopup=true' title='2 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/3209138735960270861'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/3209138735960270861'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/04/il-minuto-33.html' title='Il minuto 33'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>2</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-1896010129232449251</id><published>2010-03-24T01:24:00.002+01:00</published><updated>2010-03-24T01:27:59.022+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='storie'/><title type='text'>Mille volte ancora</title><content type='html'>di Lobanowski 2&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;A chi ha scelto uno stile di vita, e mille volte se n'è pentito e mille volte ancora ha ricominciato con più slancio della precedente;&lt;br /&gt;A chi la domenica mattina si alza all'alba e penserà a dormire in un'altra vita;&lt;br /&gt;A chi quando prepara lo zaino scappa un sorriso perchè pregusta i momenti con gli amici;&lt;br /&gt;A chi quando si annoda la sciarpa al collo, ogni volta è come fosse la prima;&lt;br /&gt;A chi vedere il pulman all'orizzonte provoca sempre come una stretta allo stomaco;&lt;br /&gt;A chi da bambino non sognava di fare il calciatore ma voleva solo fare l'ultras;&lt;br /&gt;A chi continuano a ripetere di mettere la testa a posto ma la sua testa è nell'unico posto dove vuole stare;&lt;br /&gt;A chi il lunedì scappa da ridere perchè ripensa al giorno prima;&lt;br /&gt;A chi il martedì comincia a pensare alla prossima partita;&lt;br /&gt;A chi d'estate e come se mancasse l'aria;&lt;br /&gt;A chi canta i cori da solo a casa ...anche sotto la doccia;&lt;br /&gt;A chi una trasferta è meglio di una scopata;&lt;br /&gt;A chi dicono che un donna li farà smettere, ma quella donna deve ancora nascere;&lt;br /&gt;A chi "non importa dove giochi, serie A o serie B" lo pensa veramente;&lt;br /&gt;A chi gli basta guardare negli occhi gli amici per rivivere tutte le avventure passate;&lt;br /&gt;A chi nella buona e nella cattiva sorte;&lt;br /&gt;A chi ci sarebbero ancora mille pensieri da aggiungere fatelo voi....&lt;br /&gt;GRAZIE RAGAZZI..per tutto quello che è stato che sarà.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;ULTRAS LIBERI&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;(Autore anonimo)&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Arabia e Turchia sbucano dal sottopasso. E sugli spalti è subito spettacolo. I sauditi sono in netta superiorità numerica ed occupano l'intera curva Sud e parte della gradinata. I turchi sono assiepati nella Nord, dietro il reticolato. C'è un tiepido sole primaverile. L'ideale per sfoggiare i colori della passione. Cartoncini da una parte e dall'altra. Verdi a destra, rossi a sinistra, dove compare anche una torcia. Il fumo si alza lento. Arabia e Turchia sono le prime due squadre a scendere in campo per il durissimo girone E di questo mondiale francese, aperto tre giorni fa dalla sfida tra i padroni di casa e il Brasile. E finita 2-1 per gli ospiti. L'unica partita della storia disputata nell'ingresso. Questa, com'è consuetudine, si svolgerà sul terreno piastrellato della cameretta. C'è grande tensione. Sin dal primissimo pomeriggio – da quel limbo che da queste parti si chiama controra – mi sono messo all'opera. Ho radunato tutti i Vestro, tutti i Postalmarket accatastati nel portagiornali. Forbici e colla, mi sono dato da fare. Quadratini verdi contro quadratini rossi. Turchia in maglia biancorossa, Arabia in tenuta viola. È quanto di più simile al verde sia riuscito a recuperare da Cappetta. Tutti gli altri omini del Subbuteo a fare da cornice di pubblico, ad occupare i tre gradoni in legno che il buon Leonardo mi ha inchiodato. Non esistono tribune centralissime nella mia disposizione dello spazio. Non esistono neppure tribunette. Esistono curve. Il luogo dove la magia di questo sport trova la sua massima realizzazione. L'orizzonte onirico della carta straccia e del fuoco, dei cori e del sudore gratuito. I miei stadi mondiali sono così: al massimo una gradinata contigua al settore. E il massimo impegno per rendere memorabili gli ingressi in campo delle formazioni.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Una volta ho letto una nota, in internet. Diceva: “A chi da bambino non sognava di fare il calciatore ma voleva solo fare l'ultras”. Ho detto, mi sono detto, cazzo... Non possono aver visto nella mia palla di vetro. Non sanno mica di quegli striscioni della Sud ricopiati fedelmente; o di quella volta che i miei foggiani di plastica sfoggiarono un putiferio di coriandoli e fumogeni contro il Casarano, tanto da spingermi a chiedere a mio padre di lasciarmeli fotografare, visto che erano rimasti ancora due flash inutilizzati. Mi rispose di no. O di quella volta che allineai i fiammiferi per dare vita ad una torciata memorabile, e prese fuoco il lembo della tenda, e mia madre giurò che mai più sarebbe uscita lasciandomi solo. Neppure per la processione del Venerdì santo. O di quella passione per i tappi, che non erano il Subbuteo ma avevano lo stessa funzione. Una raccolta indefessa: Acqua Recoaro, Peroni, Raffo, Sanpellegrino con la stella, Prinz, Valfrutta con le bandiere, Heineken, Fanta, Cutolo Rionero, Castelberg. Sei per ogni marca. Una squadra. Otto squadre per ogni serie: A, B, C1 gironi A e B. Ed ogni sestetto un carattere particolare, un'associazione di idee. Dieci anni, forse meno, e quel tavolaccio di legno a fare da terreno agli epici scontri. E i tre immancabili gradoni: tappi in campo, tappi sugli spalti. Una sera d'autunno la birra Dreher conquistò una storica promozione in massima serie perché aveva la tifoseria più bella e colorata di tutti. Nella partita decisiva sfoggiarono, i tappi-tifosi, un bandierone di das. E gli immancabili pezzi di carta in fiamme. Vinsero sugli spalti e, di conseguenza (e solo come conseguenza), vinsero in campo. Il mio era un mondo perfetto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;span style="font-style:italic;"&gt;A chi da bambino non sognava di fare il calciatore ma voleva solo fare l'ultras.&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;E quel gioco per Commodore 64 inspiegabilmente mai realizzato: un videogame dove non bisognava condurre una squadra alla vittoria, ma dare vita ad un gruppo. Una volta, all'ombra della cattedrale, fuori dalla Giovanni Pascoli, provai a spiegarlo a Romeo, che era il più ultras di tutti per tradizione familiare. Immagina, dicevo. Ti scegli una squadra piccola e parti in dieci, venti. Fai lo striscione, le bandiere. E poi fai le trasferte, le coreografie, gli scontri con le altre tifoserie. Romeo soppesò quelle mie parole. Poi aggiunse: “Non lo faranno mai un gioco così”. Lo so, Romeo, sono troppo banali. O io sono troppo fuori mercato. Non lo so, ma mi piace pensare che sia la prima risposta quella che conta.&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/2771935797651087216-1896010129232449251?l=meglioilfoggia.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/feeds/1896010129232449251/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=2771935797651087216&amp;postID=1896010129232449251&amp;isPopup=true' title='1 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1896010129232449251'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/2771935797651087216/posts/default/1896010129232449251'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://meglioilfoggia.blogspot.com/2010/03/mille-volte-ancora.html' title='Mille volte ancora'/><author><name>Lobanowski</name><uri>http://www.blogger.com/profile/16840799309200092884</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>1</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-2771935797651087216.post-5336942907634537145</id><published>2010-03-01T15:20:00.001+01:00</published><updated>2010-03-01T15:21:43.705+01:00</updated><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='oggi'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='diario'/><category scheme='http://www.blogger.com/atom/ns#' term='lob2'/><title type='text'>Ridursi (a) Reduci (no-no, no-no)</title><content type='html'>di Lobanowski 2&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Tralasciamo il resto.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;In
